Il Giardino dei Pensieri
- Studi di storia della Filosofia
Elio Rindone
È noto che la storia dellOccidente è erede di due grandi visioni del mondo, quella greca e quella biblica e, ancor più, della fusione, gradualmente realizzatasi, di questi due paradigmi. Per comprendere la concezione del male ancora oggi diffusa in Occidente è quindi necessario vedere come quelle due prospettive si sono intrecciate nel Medioevo. La cultura moderna ha a lungo dato un giudizio negativo sulla civiltà medievale mentre gli studiosi cattolici hanno visto nel pensiero di quelletà la sintesi insuperabile della ragione greca e della fede biblica. La situazione, però, è a poco a poco mutata: se la storiografia più avvertita oggi non parla più di secoli bui, la rivoluzione in campo esegetico, verificatasi nel 900 anche in ambito cattolico, ha mostrato come la teologia medievale, utilizzando categorie interpretative estranee alla Bibbia, abbia finito spesso col travisarne il messaggio.
La Patristica
La gnosi
In effetti, la tradizione biblica è venuta a contatto, influenzandole e rimanendone a sua
volta influenzata, con altre esperienze filosofiche e religiose. Tra queste ultime,
particolarmente significativa per la questione del male è quella gnostica, che conosciamo
poco a causa della lunga e vittoriosa lotta condotta dalla chiesa cristiana contro i suoi
rappresentanti, con la conseguente distruzione delle loro opere. Sappiamo che la religione
gnostica, caratterizzata da un radicale dualismo, si rifà a dottrine di origine iraniana
e che ad essa si possono ricondurre varie sette, alcune delle quali hanno avuto una durata
plurisecolare. Già nel VI secolo a. C. il profeta Zoroastro (o Zarathustra) riprese da
una precedente tradizione iranica la concezione di un mondo segnato dalla lotta fra due
principi, uno del bene e uno del male. E, nel II secolo della nostra era, fondarono sette
gnostiche Basilide, Marcione e Valentino (morti intorno al 160), considerati eretici dalla
comunità cristiana del tempo. La chiesa che ebbe la più grande diffusione fu quella del
persiano Mani (216-277), che si considerava discepolo di Gesù e che fuse in una nuova
religione elementi provenienti, oltre che dalle scritture ebraiche e cristiane, anche dal
platonismo, dallo zoroastrismo e dal buddhismo. Il manicheismo è caratterizzato da una
visione fortemente dualistica: il mondo è frutto della mescolanza di due principi in
lotta tra loro, quello della Luce, buono, e quello della Tenebra, malvagio. In questa
prospettiva, luomo ha il compito di preparare la vittoria definitiva del bene sul
male grazie al rigoroso distacco dai beni materiali (mentre altre correnti gnostiche
considerano irrilevanti ai fini della salvezza comportamenti libertini) e soprattutto
grazie alla conoscenza.
La conoscenza salvifica
La gnosi (e questa è una caratteristica comune ai diversi filoni) è una
conoscenza rivelata, esoterica, perfetta da cui dipende la salvezza e che possiedono solo
gli eletti: lo gnostico sa che il male e la sofferenza sono la conseguenza della caduta di
elementi superiori, spirituali, divini, che pur mantengono la loro purezza, nel mondo
materiale, temporale e sessuato. Egli aspetta quindi la dissoluzione finale della materia
e la liberazione delle anime, esaurito il ciclo delle reincarnazioni e delle purificazioni
dellaldilà, dalla corporeità e dalla temporalità ad opera di un Salvatore. Costui
è un inviato divino che compie la sua missione salvifica rivelando la conoscenza
liberatrice, risvegliando le anime dimentiche della loro natura divina (precisamente in
questo risveglio consiste per gli gnostici la resurrezione). Lo gnosticismo, quindi, è
caratterizzato da una concezione così radicalmente antimondana da trovare pochi riscontri
in altre tradizioni. Plotino, che come abbiamo visto considera la materia qualcosa di
negativo, afferma però che "nessuno può disprezzare questo mondo, quasi non sia
bello o il più perfetto degli esseri dotati di corpo"(Enneadi III, 2, 3).
Qui, invece, il mondo (con le sue istituzioni: gerachia, proprietà
) è opera di un
principio malvagio; la salvezza, quindi, non può essere cercata nellal di qua ma
solo in un al di là spirituale ed eterno, dimenticando i travagli di questo mondo, visto
solo come una prigione da cui lanima divina non può fuggire che grazie
allintervento liberatore di Dio e dei suoi angeli, vincitori dei demoni.
Gnosticismo neotestamentario?
I contatti tra le prime comunità cristiane e i seguaci dello gnosticismo, che aveva già
permeato il pensiero degli esseni (setta ascetica ebraica che conosciamo grazie alla
scoperta degli scritti di Qumran), pare che abbiano generato una netta contrapposizione,
ma anche una reciproca assimilazione. In effetti, gli studiosi hanno trovato una singolare
affinità tra passi delle Scritture cristiane e tesi care agli gnostici, giungendo alla
conclusione che alcuni scritti neotestamentari mostrano "da un lato una cristianizzazione
della gnosi e dallaltro una gnosticizzazione del cristianesimo"(K.
RUDOLPH, La gnosi, Brescia 2000, p 379). Del principale teologo del primo
cristianesimo, Paolo di Tarso, che pure combattè le deviazioni gnostiche delle comunità
da lui fondate, è possibile dire che "le sue vedute non sono del tutto prive di echi
gnostici, tanto che gnostici posteriori si sono spesso potuti appellare a lui come
testimone"(ivi, p 381). La lettera agli Efesini attribuita a Paolo, ad
esempio, cita un invito al risveglio di sapore gnostico: "Svegliati, tu che dormi,
déstati dai morti e Cristo ti illuminerà"(Efesini 5, 14); una
cristianizzazione di concezioni gnostiche sembra presente nellinno cristologico
riportato nella lettera ai Filippesi (cfr. Filippesi 2, 6-8). Particolarmente
significative sono anche le risonanze gnostiche rintracciabili nel famoso prologo del
vangelo di Giovanni (cfr. Giovanni 1, 1-5). Ma tutto il quarto vangelo sembra
riecheggiare una visione dualistica di ispirazione gnostica: "luce e tenebra, verità
e menzogna, Dio e diavolo ovvero mondo vengono contrapposti luno
allaltro"(K. RUDOLPH, La gnosi, p 387).
Gnosticismo dei Padri della chiesa?
La contaminazione del messaggio originario con idee provenienti da altre tradizioni è
avvenuta in maniera ancor più decisiva nelletà patristica. La chiesa cristiana
mostrò una straordinaria capacità di adattamento alle diverse culture e alle dure
esigenze del compromesso col potere, sicchè riuscì "ad avere la meglio nel
confronto con la gnosi, finchè nel IV secolo, dopo avere acquisito alla propria causa
lautorità dello stato, fu in grado addirittura di mobilitare anche la forza
politica e fisica contro di essa"(ivi, p 457). Tale successo è stato però
pagato a caro prezzo: a forza di adattamenti, il messaggio originario a poco a poco
rischia di venire sfigurato Nel monachesimo primitivo, per esempio, il rigore ascetico
sembra risentire dellidea, diffusa tra gli gnostici, per cui luomo
dallombelico in su è opera di una potenza buona mentre dallombelico in giù
è opera di una potenza malvagia. E palesi sono le influenze gnostiche nei primi sistemi
teologici dei Padri della chiesa, da Ireneo (vescovo di Lione intorno al 175) a Clemente
Alessandrino (150-212) e Origene (185-253).
Agostino (354-430)
Il caso più carico di conseguenze è però quello di Agostino, lautore che più di
ogni altro ha orientato non solo il pensiero medievale ma anche linsegnamento
ufficiale della chiesa cattolica e la teologia di quelle riformate. Seguace dal 373 al 382
della setta manichea, assimila poi i principi della filosofia platonica e neoplatonica e
infine nel 386 si converte al cristianesimo, portando nellinterpretazione di
questultimo leredità delle sue precedenti esperienze. Agostino nutre
unautentica passione per la verità, la sua intelligenza è desiderosa di capire, di
trovare una risposta teoretica ai dubbi che assillano il suo cuore. Così, per quanto
riguarda il problema del male, avendo rinnegato la soluzione manichea dei due principi e
accolto la visione cristiana dellunico Dio autore di tutte le cose, ha bisogno di
capire come lesperienza del male sia compatibile con lidea di un creatore
buono e onnipotente: "cercavo affannosamente lorigine del male [
] Tu
solo, o mio Dio, sapevi ciò che io pativo e nessun altro"(Confessioni VII, 7,
11). Se Dio ha creato tutto, ha creato anche il male? Per rispondere a questa domanda
bisogna innanzitutto cercare di definire il male; come diceva Plotino: coloro che si
interrogano sul male "farebbero bene ad incominciare la loro ricerca chiedendosi,
prima di tutto, che cosè il male e qual è la sua natura"(Enneadi I, 8,
1). Ora il male, scrive Agostino, non è essere ma mancanza di essere, privazione di un
bene che dovrebbe esserci e che non cè; esso non è una sostanza: "il male non
è che la privazione del bene" (Confessioni III, 7, 12). La cecità, ad
esempio, esiste, ma esiste come privazione, come mancanza della vista. Dunque, se il male
è privazione, esso non va fatto risalire al Creatore dellessere, e così restano
salve lonnipotenza e la bontà di lui. Tutto ciò che è creato, quindi anche la
materia, è buono: "in quanto una cosa esiste è buona; tutto ciò che esiste è
buono"(ivi, VII, 12, 18).
Lorigine del male
Il mondo non solo è buono ma è anche ordinato, perché nulla sfugge al governo divino.
Riecheggiando idee che si trovano già presso gli Stoici e in Plotino, Agostino afferma
infatti che basta sollevare lo sguardo dal particolare allinsieme del quadro per
cogliere la bellezza del disegno divino. Il leone che sbrana la gazzella, il malfattore
punito per i suoi delitti fanno parte di questordine ammirevole: "a ognuno
viene dato ciò che gli spetta in base alle sue azioni buone e cattive"(Lordine
I, 7, 19). Neanche il male morale compromette questordine, anzi vi contribuisce
conferendo per contrasto al bene maggiore splendore: Dio, infatti, ha creato gli uomini
che liberamente peccano "non perché pecchino, ma perché siano di ornamento"(Il
libero arbitrio III, 11, 32). Ma se così Dio viene totalmente scagionato
dallaccusa di essere lautore di un mondo malvagio e disordinato, da che cosa
è allora prodotto il male? Esso non può essere causato che dalla volontà cattiva di una
creatura libera: è il peccato che introduce nel mondo quella decisiva privazione del bene
che dovrebbe esserci, cioè il male morale, da cui conseguono sventura e infelicità. Ma
come spiegare lingiusta ripartizione delle sofferenze, leccesso di dolore che
arriva a spezzare tante vite, il patire di bambini innocenti? Perché la sofferenza sia la
giusta retribuzione del peccato, questo non può essere imputato al singolo, più o meno
colpevole, ma alluomo: poiché la vita di tutti gli uomini da sempre è
segnata dal dolore, il peccato deve essere proprio del genere umano.
Il peccato originale
Ecco che Agostino crede di trovare nel terzo capitolo della Genesi la spiegazione
dellattuale condizione umana. È il peccato di Adamo che ha causato la corruzione
dellumanità, perché in lui tutti i suoi discendenti hanno peccato. Poiché con la
procreazione si trasmette una particella dellanima peccaminosa dei genitori, tutti
gli uomini ricevono una natura ferita: nel 397 egli scrive infatti che "tutti gli
uomini sono ununica massa peccatrice, che è adesso in balia della punizione
definitiva di Dio"(Ad Simplicianum I, 2, 16). Agostino elabora così la
dottrina del peccato originale, che è stata accolta poi dalle chiese cristiane ma che a
detta degli studiosi non si trova nella Bibbia: "Adamo non è una figura importante
nellAntico Testamento; i profeti lo ignorano. [
] Nel Nuovo Testamento Gesù
stesso non si riferisce mai a questo racconto; egli prende lesistenza del male come
un fatto [
]. È san Paolo che ha tratto il tema adamitico dal suo letargo [
].
La figura di Adamo [
] è stata personificata sul modello di quella del Cristo alla
quale fa da contrasto [
]. È dunque falso che il mito adamitico sia la chiave
di volta delledificio giudeo-cristiano"(P. RICOEUR, Finitudine e colpa,
Bologna 1970, pp 502-504). Linterpretazione letterale della Genesi, la
cattiva traduzione di Romani 5, 12 ("in lui tutti hanno peccato" invece
di "per il fatto che tutti hanno peccato"), lesperienza della potenza del
Peccato che domina luomo in maniera apparentemente irresistibile: ecco ciò che ha
prodotto lidea di un peccato che si trasmette per generazione sessuale a tutti gli
uomini, colpevoli e meritevoli di dannazione già dalla nascita.
Risonanze manichee
Questa teoria non solo non è biblica ma è anche una falsa spiegazione "che si può
assegnare ad una gnosi anti-gnostica. Il contenuto della gnosi è negato, ma la forma del
discorso di essa è ricostituita nel modo di un mito razionalizzato"(P.
RICOEUR, Il male, Brescia 1993, p 28). La dottrina del peccato originale, infatti,
nasce dal desiderio di capire, di cercare nella rivelazione una spiegazione
dellorigine del male che appaghi le domande della ragione. In effetti
lintelligenza del credente può ora affermare con certezza che Dio è buono e
onnipotente, che il male è la mancanza del bene dovuto, che esso è frutto della libera
scelta delluomo, che tutto il genere umano è immerso nel peccato, che la grazia
donata ai credenti dal Redentore è la fonte della salvezza e che le sofferenze terrene,
giusta mercede del peccato, sono mezzo di espiazione per gli eletti e anticipazione della
punizione eterna per i reprobi. Il mondo e la storia dellumanità appaiono così il
campo della lotta tra bene e male, tra la civitas dei e la civitas diaboli
(e il ruolo di Satana come avversario di Dio diventerà ancora più marcato nella
spiritualità medievale), con la condanna eterna della maggior parte degli uomini, di
quella "massa dannata"(Contra Julianum 5, 14) da cui Dio per pura
misericordia trae coloro che predestina alla salvezza. Come negare che il dualismo
gnostico, superato da Agostino a livello metafisico, sopravviva a livello morale?
Mito della caduta
Le conseguenze della rilettura agostiniana del mito adamitico sono decisive. Questo non
delinea più un ideale futuro ma narra un fatto storico passato; non descrive la
condizione peccaminosa dellumanità ma il peccato del progenitore di essa; non
segnala lo scarto fra ciò che dovrebbe essere e ciò che è ma spiega la
condizione attuale con la caduta di Adamo. Si riprende, quindi, un simbolo orfico
platonico gnostico ma non biblico: Adamo decade da una condizione paradisiaca come le
anime nel Fedro platonico precipitano dal mondo celeste in quello corporeo. Di
conseguenza, questo mondo terreno, caratterizzato dalla corporeità, dalla bellezza
sensibile, dal piacere, dalla sessualità, diventa il luogo dellesilio. Se la
materia è ontologicamente buona, il piacere dei sensi è però, per lumanità
corrotta, causa del peccato, che consiste proprio nel distaccarsi da Dio per attaccarsi
alle creature: esso "non è una sostanza a sé, ma un traviamento della volontà, che
si allontana dalla sostanza somma, cioè da te o Dio, verso le cose infime"(Confessioni
VII, 16).
Mito dellanima esiliata
Agostino resta quindi prigioniero di un dualismo morale, ancora una volta non biblico, che
lo induce a porre una netta contrapposizione fra materia e spirito. Si può dire che dopo
di lui "il cristianesimo tenderà verso lidentificazione del male e del corpo
(senza giungere, è vero, a questo limite)"(P. RICOEUR, Finitudine e colpa, p
610). La vera vita delluomo è quella spirituale e la vita nel corpo è una continua
tentazione. Lanima immortale deve liberarsi dalla concupiscenza dei beni sensibili
che lavvince a un corpo destinato alla morte e, aiutata dalla grazia divina, deve
imparare ad amare Dio solo. Nel possesso immediato ed esclusivo di Dio, infatti,
luomo trova la beatitudine: "Lui stesso ti basta; fuori di lui niente ti
basta"(Sermo 334, 3). Non è difficile riconoscere in queste idee
leco del mito dellanima esiliata, con la diffidenza verso ciò che è terreno
e con la nostalgia dellassoluto proprie della spiritualità neoplatonica: non aveva
già invitato Plotino a fuggire "verso la cara patria [
] Noi abbiamo infatti
una patria donde veniamo e un padre che in essa ci attende"(Enneadi I, 6, 8),
descrivendo la vita degli uomini beati come "separazione dalle restanti cose di
quaggiù, vita cui non aggrada più cosa terrena, fuga di solo a solo"(Enneadi
VI, 9, 11)?
Pessimismo antropologico
Spiegare la condizione umana con la teoria del peccato originale significa inoltre
sterilizzare la protesta di Giobbe, espungere dal dibattito sul male il dolore ingiusto di
miliardi di uomini che secondo Agostino avrebbero patito atroci sofferenze giustamente,
perché peccatori, almeno in quanto corresponsabili del peccato di Adamo. Nessuno nasce
innocente, tanto che i bambini che muoiono senza battesimo saranno giustamente puniti per
leternità: essi scrive Agostino "subiranno gli effetti della sentenza
pronunciata contro quanti non hanno creduto e saranno, quindi, condannati"(Lettera
217). Ipotesi, questa, altamente angosciante (che linvenzione del limbo, o limitare
dellinferno, cercherà di attenuare), fatta propria non solo dal concilio locale di
Cartagine del 418 ma anche dai concili ecumenici di Lione del 1274 e di Firenze del 1439.
Mi pare superfluo, a questo punto, sottolineare come questa dottrina non biblica, che si
basa sullidea arcaica di una responsabilità collettiva e che considera il peccato
trasmissibile per via ereditaria abbia prodotto una visione pessimistica e colpevolizzante
delluomo, che finisce con lallontanare dal vangelo: "Non si dirà mai
abbastanza quanto male ha fatto alle anime, durante secoli di cristianesimo, prima
linterpretazione letterale della storia di Adamo, poi la confusione di questo mito,
trattato come una storia, con la speculazione successiva e in particolare con quella
agostiniana sul peccato originale. Chiedendo ai fedeli di confessare questo blocco
mitico-speculativo [
], i teologi hanno chiesto indebitamente un sacrificium
intellectus"(P. RICOEUR, Finitudine e colpa, p 504).
La Scolastica
Tommaso (1224-1274)
La concezione agostiniana del male è stata nella sostanza accolta dai maestri della
Scolastica, che hanno apportato solo puntualizzazioni ed esplicitazioni miranti a salvare
il difficile equilibrio fra istanze contrapposte: bontà del creato e presenza incombente
del male, libertà umana e predestinazione divina. La teologia cattolica ha trovato la
sintesi più compiuta e armonica ad opera del maggiore intellettuale del tredicesimo
secolo, Tommaso dAquino, che sulla scia di Agostino definisce il male come"la
privazione di un bene che dovrebbe per natura essere posseduto"(Somma teologica
I, 49, 1). Anche per Tommaso questa definizione è decisiva per scagionare Dio
dallaccusa di avere creato il male, e quindi salvare la fede in Dio creatore di
tutto lessere che, in quanto è, è buono. La verità della creazione è una
certezza razionalmente fondata, che non viene scalfita dalla presenza del male, che è
mancanza di essere. Anzi, a chi volesse usare lesperienza del male per negare
lesistenza di Dio, sarebbe facile "rispondere che, al contrario, se il male
esiste, Dio esiste. Non cè infatti male senza bene, di cui il male è privazione. E
senza Dio quel bene non esisterebbe"(Contra Gentes III, 71).
Volontà diretta e indiretta
Alla domanda se Dio voglia anche quella mancanza di bene che è il male, Tommaso risponde
che oggetto della volontà divina è direttamente lessere creato, che è
buono, e solo indirettamente il venir meno di esso: "lordine
delluniverso infatti esige che esistano degli esseri che possono venir meno, e che
di fatto vengono meno. Pertanto Dio, quando causa quel bene che è lordine
delluniverso, per concomitanza e indirettamente [ex consequenti et quasi per
accidens] causa la corruzione delle cose"(Somma teologica I, 49, 2). Come dire
che Dio vuole direttamente la vita del leone e indirettamente la morte della gazzella.
Questordine è spezzato solo dal peccato delluomo, ma responsabile del
male-colpa è esclusivamente la libera volontà della creatura, mentre Dio vuole
indirettamente il male-pena: "il male-colpa, che allontana dal bene divino, Dio non
lo vuole in nessun modo. Ma vuole quel male che è il venir meno delle realtà naturali o
il male-pena, quando vuole un bene a cui è unito quel male: così volendo la giustizia
vuole la punizione del reo e volendo la conservazione dellordine di natura vuole che
certi esseri naturalmente periscano"(Somma teologica I, 19, 9).
La permissione del male
Se non ha creato il male, se il venir meno delle creature non compromette lordine
naturale ed è voluto solo indirettamente, Dio però ha creato un mondo in cui Adamo col
suo peccato ha causato il dilagare del male. Perché non lo ha evitato? E non si può dire
allora che ha voluto un mondo devastato dal male? No, risponde Tommaso. Dio non ha voluto
il dilagare del male, lo ha solo permesso, come lagricoltore lascia campo libero
alla gramigna per non strappare con essa il buon grano: "Dio né vuole che il male ci
sia né vuole che il male non ci sia, ma vuole permettere che il male ci sia"(ivi
I, 19, 9 ad tertium). E perché permette che il male ci sia? Già la ragione ci dice che,
se Dio onnipotente e buono ha creato questo mondo, il bene nel complesso sarà prevalente
rispetto al male e che da esso sarà possibile ricavare un bene anche maggiore; la fede
poi, rivelandoci lopera mirabile della redenzione, ci mostra di quanto lordine
della grazia superi i guasti prodotti dal peccato. Il male, quindi, pur essendo qualcosa
di negativo, può essere occasione di bene: infatti "se si impedissero tutti i mali,
molti beni verrebbero a mancare nelluniverso: [
] non vi sarebbe la pazienza
dei martiri se non ci fosse la persecuzione dei tiranni"(ivi I, 22, 2 ad
secundum). Riecheggiando Agostino, Tommaso quindi ribadisce che "appartiene
allinfinita bontà divina di permettere che ci siano dei mali e di farne derivare
dei beni"(ivi I, 2, 3 ad primum).
Spiegazioni convincenti?
Questi sono gli argomenti più convincenti che la teodicea medievale è riuscita a trovare
per conciliare lesperienza del male con lonnipotenza e la bontà divine. Sono
argomenti davvero convincenti? Il pensiero moderno ne dubita. Alla fine del 600, il
calvinista Pierre Bayle (1647-1706) penserà che la teoria della permissione del male sia
una scappatoia che non esenta Dio da ogni responsabilità, perché "permettere una
cosa significa in realtà consentirle unesistenza che le si potrebbe negare"(Reponses
aux questions dun provincial, citato da J. DELUMEAU, Il peccato e la paura,
Bologna 1987, p 460). A rigor di logica, non ci sono che due alternative: "se Dio ha
previsto il peccato di Adamo e non ha adottato provvedimenti efficaci per impedirlo,
mostra di mancare di volontà buona nei riguardi delluomo
Se ha fatto tutto
quanto ha potuto per impedire la caduta delluomo e non è riuscito ad evitarla, ne
segue che non è onnipotente, come lo immaginiamo"(ivi, p 459). La vita umana
appare a Bayle in una luce così fosca fame, malattie, preoccupazioni, guerre,
pestilenze nellal di qua e tormenti infernali nellal di là da indurlo
a dichiarare inesplicabile la presenza del male in un mondo creato da un Dio buono: il
peccato originale egli lo accetta per fede ma dal punto di vista razionale lo considera
una spiegazione che non spiega nulla. E alla fine del 700 Kant (1724-1804) nel
saggio intitolato Il fallimento di tutti i tentativi filosofici nella teodicea,
dopo avere esaminati e criticati gli argomenti elaborati sino ad allora, conclude che la
ragione umana deve riconoscere i propri limiti, rinunziando alla pretesa di spiegare ciò
che non è in grado di spiegare.
Conseguenze psicologiche
E forse queste teorie non solo sono poco convincenti dal punto di vista razionale ma anche
hanno avuto conseguenze disastrose dal punto di vista psicologico. Sebbene Tommaso, che si
ispira alla prospettiva filosofica di Aristotele, getti sul mondo uno sguardo più
benevolo di quello dei suoi contemporanei ed elabori unantropologia che rifiuta il
dualismo platonico, la sua teologia resta segnata dal pessimismo agostiniano. Sulla vita
umana incombe leredità del peccato originale, e quindi il pericolo molto concreto
della dannazione eterna. Come Agostino, infatti, anche Tommaso pensa che "pochi sono
gli uomini che attingono la salvezza"(Somma teologica I, 23, 7). Ed è un
fatto innegabile che la predicazione cristiana per secoli abbia suscitato nei credenti un
morboso senso di colpa e un vero terrore dellinferno. Non solo nel medioevo ma anche
nelletà moderna. In un corso di esercizi spirituali, ad esempio, un famoso
predicatore così si rivolge al suo ascoltatore: se Dio ha condannato Gesù alla morte di
croce, "che sarà dellorrore che farai sorgere in Dio tu che sei già una
creatura abbominevole per nascita, una creatura messa al bando e separata da lui, una
creatura che ha in se stessa una natura maledetta, insopportabile agli occhi di
Dio?"(L. TRONSON, Retraite ecclésiastique suivie de méditations, citato da
J. DELUMEAU, Il peccato e la paura, p 535). Da questa cupa visione delluomo
discende evidentemente unassoluta diffidenza nei confronti del mondo terreno e dei
piaceri sensibili, che mettono in pericolo la salvezza dellanima.
Peccato e sessualità
Il sesso, in particolare quello femminile, diventa la tentazione per eccellenza; non aveva
già insegnato Agostino che il vero cristiano "ama nella donna il fatto che ella è
una creatura umana e odia il fatto che sia moglie"(De ser. Dom. I, 15, 41)?
Queste idee sono rimaste dominanti nel mondo cristiano sin quasi ai nostri giorni. Ancora
alla metà dellOttocento un autore spirituale scriveva: "Dio mio, che
cosè la carne? È leffetto del peccato, è il principio del peccato
Tutto lodio, tutte le maledizioni e le persecuzioni che cadono sul demonio devono
cadere sulla carne e su tutti i suoi moti"(J. J. OLIER, Catechisme chrétien pour
la vie intérieure, citato da J. DELUMEAU, Il peccato e la paura, p 541).
Soprattutto a partire dal 300, dunque, limmagine di Dio presentata ai fedeli
è quella di un giudice terribile, che permette immani catastrofi come la peste e le
carestie per punire le colpe degli uomini, lasciando campo libero ai malefìci di Satana e
dei suoi agenti umani: gli eretici, gli ebrei, le streghe. La credenza nel diavolo ha
consentito, così, di evitare di attribuire direttamente a Dio la presenza del male nel
mondo, a costo però di scatenare periodiche persecuzioni contro coloro, specialmente le
donne, che si facevano strumento di Satana. Basti qui ricordare che il manuale,
violentemente misogino, di due inquisitori tedeschi per lidentificazione e la
punizione delle streghe, il Malleus maleficarum, ebbe tra il 1486 e il 1669 ben 34
edizioni e che, fra il 500 e il 700, circa un milione di donne perse la vita a
causa della caccia alle streghe.
Valore salvifico della sofferenza
Se il piacere, e particolarmente quello sessuale, è il nemico dellanima, si
comprende come al contrario la sofferenza diventi una via privilegiata per la salvezza.
Tra le innumerevoli testimonianze di questo modo di intendere la sofferenza ecco le parole
che Caterina da Siena (1347-1380) crede le siano rivolte da Gesù: "Così Io vi dico
che dovete offrirmi la coppa delle molteplici prove corporali secondo il modo col quale Io
ve le mando: senza scegliere il luogo, il tempo, la prova, secondo il vostro
desiderio, ma conformandovi al Mio"(Libro della divina dottrina, cap. 12). Le
sofferenze, che per la Bibbia sono causate dal rifiuto dellalleanza, appaiono qui
mandate da Dio, anzi sono un segno della predilezione divina, come scrive un biografo di
Giovanna di Chantal (1572-1641): "Dio la trattò come tratta queste grandi anime di
tempra affatto celeste, di cui egli ricompensa le lunghe sofferenze con nuovi supplizi per
rendere la loro fedeltà più pura, i loro servigi più gloriosi e le loro pene più degne
di corona"(H. DE MAUPAS DU TOUR, La vie de la vénérable Mère Jeanne Françoise
Fremiot de Chantal, Paris 1644, p 443). Si capisce come il cristianesimo sia stato
visto come la religione della croce: essa è prova dellamore divino, condizione per
soddisfare lira di un dio offeso dal peccato delluomo, emblema della vera
religione, che giustifica il massacro degli infedeli. Limmagine di Dio della
tradizione cristiana ha ancora qualcosa a che fare col Padre di Gesù che vuole la
felicità delluomo? Forse è vero che "il cristianesimo non conosce alcun segno
che sia servito, come la croce, a tradire di più le intenzioni di Gesù"(H. HAERING,
Il male nel mondo, Brescia 2001, p 241).
Ancora oggi
E non bisogna credere che si tratti di idee superate. Ancora nel 900 un apprezzato teologo, il cardinale Journet, ripete che: "un mondo con una mescolanza di male, in ragione del bene stesso e non del male che sfrutta o condiziona quel bene: questo è quanto Dio ha scelto e questo è un bene"(CH. JOURNET, Il male, Roma 1993, p 94; ledizione originale è del 1961). Le sofferenze terrene, infatti, sono permesse da Dio per un bene maggiore: "i mali temporali diventano dei beni, cioè delle occasioni di bene, per i giusti che li sopportano nellamore"(ivi, p 64). Avendo una valenza salvifica, queste sofferenze "possono essere desiderabili per luomo: diventano ciò che Gesù stesso chiamava in modo profetico una croce, un riflesso della sua Croce; beati quelli che vorranno portarla con lui"(ivi, p 287). Ma quando il male diventa insopportabile, quando sembra avere la meglio sulla bontà del creato, perché permetterlo? Almeno questo eccesso Dio non potrebbe evitarlo? "Sì, lo potrebbe scrive Journet ma contemporaneamente scomparirebbe anche dalla terra un certo grido della nostra angoscia verso di Lui, una certa illimitatezza del nostro abbandono"(ivi, pp 128-129). Quindi anche lo sterminio di milioni di uomini è un male permesso in vista di un bene! Ma quale bene può giustificare la sofferenza dellinnocente? Non ci sono innocenti, ribatte il cardinale: "poiché non si pensa alla colpa originale e si considera soltanto il caso della colpa personale, si è indotti a dire che, più ancora che uno scandalo, è unassurdità che un innocente soffra"(ivi, p 285).
Il magistero ecclesiastico
Anche il Catechismo della Chiesa cattolica (Città del Vaticano, 1992), espressione
del magistero ordinario, indifferente alle acquisizioni esegetiche più consolidate, non
fa che ripetere le tesi tradizionali riguardanti il male: Dio, "rispettando la
libertà della sua creatura, lo permette e, misteriosamente, sa trarne il bene"(311).
La dottrina del peccato originale è considerata una verità essenziale della fede: la
chiesa, infatti, "ben sa che non si può intaccare la rivelazione del peccato
originale senza attentare al Mistero di Cristo"(389). Il peccato di Adamo si è
realmente verificato nel passato: il racconto della caduta "espone un avvenimento
primordiale, un fatto che è accaduto allinizio della storia delluomo.
La Rivelazione ci dà la certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dalla colpa
originale liberamente commessa dai nostri progenitori"(390). E, data lunità
del genere umano, "cedendo al tentatore, Adamo ed Eva commettono un peccato
personale, ma questo peccato intacca la natura umana, che essi trasmettono in
una condizione decaduta. Si tratta di un peccato che sarà trasmesso per propagazione
a tutta lumanità"(404), sicchè, "in conseguenza del peccato dei
progenitori, il diavolo ha acquisito un certo dominio sulluomo, benchè questi
rimanga libero"(407). Dal dominio di Satana può liberarci solo il sacrificio di
Gesù, che "ha riparato per i nostri errori e dato soddisfazione al Padre per i
nostri peccati"(615). Il compito del cristiano, quindi, non può che essere quello di
offrire con Gesù le proprie sofferenze, perchè "Al di fuori della croce non vi è
altra scala per salire al cielo (santa Rosa da Lima)"(618).
Funzione simbolica del mito
Giunti alla fine della nostra lunga disamina della problematica del male, mi pare che si
possa essere daccordo con Ricoeur: "si direbbe che il problema del male
costituisca ad un tempo la più grande provocazione a pensare e linvito più subdolo
a sragionare; [
] la vivente contraddizione tra la destinazione delluomo,
proiettata nellimmagine dellinnocenza originaria e della perfezione finale, e
la sua situazione effettiva, riconosciuta e confessata, ha fatto nascere un gigantesco perché
al centro del cimento dellesistenza. Nellaccostarsi a questa domanda sono nati
anche i più grandi deliri esplicativi che compongono la considerevole letteratura della
gnosi"(P. RICOEUR, Finitudine e colpa, pp 423-424). E per gnosi, in
senso lato, Ricoeur intende qui la pretesa comprensione della realtà che si otterrebbe
enucleando il contenuto razionale, linsegnamento nascosto del mito, da fissare in
formule dogmatiche definitivamente vere. Invece il mito non può essere usato per spiegare
la realtà in termini razionali. La sua funzione è unaltra: esso, dice ancora
Ricoeur, dà a pensare, suggerisce, allude, permette di intuire qualcosa che la
ragione non riesce a spiegare. La sua valenza è simbolica, e il simbolo "apre e
scopre una dimensione desperienza che senza di esso rimarrebbe chiusa e
nascosta"(ivi, p 424). La trasposizione del racconto mitico nel linguaggio
razionale genera, al contrario, non vera conoscenza ma false spiegazioni.
Non: perché il male?
Forse oggi lesigenza prioritaria è quella di liberarsi dai deliri
esplicativi del passato. Anche autori cattolici riconoscono ormai che non siamo in
grado di rispondere alla domanda sul perché del male: "per il problema del male non
esiste alcuna soluzione che sia completamente convincente e addirittura cogente"(H.
HAERING, Il male nel mondo, p 121). Questa presa di distanza da una prestigiosa
tradizione teologica può sembrare una perdita culturale: se non cè una dottrina
cristiana del male, il cristianesimo non ne risulta impoverito? A tale questione credo che
si possa dare una duplice risposta. Anzitutto mi pare da apprezzare il tentativo di
liberare il messaggio evangelico da costruzioni speculative che non gli appartengono,
perché il compito dello studioso, anche cattolico, è quello di rispettare la realtà
delle cose e non di difendere teorie che hanno animato un dibattito filosofico e teologico
plurisecolare ma che si rivelano infondate. Inoltre, penso che, per quanto riguarda la
questione del male, le spiegazioni elaborate dai grandi pensatori cristiani non solo non
hanno risolto il problema dal punto di vista speculativo ma addirittura hanno causato
ulteriori sofferenze, oscurando la forza liberatrice della buona novella.
Infatti la dottrina tradizionale, se da una parte ha proposto limmagine di un Dio
sadico, che invia la sofferenza ai suoi prediletti per accoglierli poi nella sua gloria,
dallaltra, presentando anche il male più ingiusto come ineluttabile conseguenza del
peccato originale, ha indotto ad accettarlo, mentre nellottica biblica luomo
ha la responsabilità di combatterlo per costruire un mondo nuovo, ed "è soltanto un
rifiuto della fatalità originaria ad aprire lo spazio ad una simile responsabilità
costruttiva"(Enciclopedia Teologica della Queriniana, Brescia 1990, voce Male,
curata da J. P. JOSSUA, p 531).
Ma: cosa fare di fronte al male?
Liberi da false spiegazioni, potremmo finalmente rileggere i grandi miti che sono
allorigine della nostra civiltà cogliendone la funzione simbolica di stimolo del
pensiero e dellazione. La visione tragica del cosmo, il mito dellanima
esiliata, quello adamitico, il sogno di un mondo in cui, per riprendere le parole
dellApocalisse, non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né
affanno: ciascuna di queste prospettive ha ancora qualcosa da dirci. In effetti
aspetti diversi della nostra vita vengono illuminati da questi miti. Il nascere e il
morire degli esseri che compongono luniverso, e delluniverso stesso; il senso
di estraneità che sperimentiamo rispetto al mondo in cui viviamo, e che talvolta sembra
così indifferente alle nostre attese; lo scarto esistente tra le più nobili aspirazioni
dellumanità e le sue realizzazioni, spesso contrastanti con quelle;
lintrecciarsi della responsabilità personale con i condizionamenti del contesto
sociale; la speranza che un mondo diverso si possa costruire, e lesigenza di
impegnarsi nonostante tutte le smentite della storia
E forse il problema più
urgente è proprio questo: combattere la presenza terrificante del male con lamore e
il perdono, spezzando, come dice Paolo, la logica della violenza e della vendetta:
"non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene verso tutti gli
uomini"(Romani 12, 17). Che poi è la risposta di tutte le grandi religioni al
problema del male, ancora valida, pare, agli occhi di un uomo disincantato come Freud:
"la psicanalisi non ha bisogno di vergognarsi se parla di amore, perché la religione
dice la stessa cosa: ama il prossimo tuo come te stesso"(citato da H. HAERING,
Il male nel mondo, p 112).