Il Giardino Dei Pensieri
- Studi di Storia
della Filosofia
Settembre 2009
Salvatore Raneli
Guida allo studio di Sulla libertà di John Stuart Mill
[Vedi anche gli indici su: Stuart Mill - Guide
allo studio]
Le circostanze della composizione
L’idea originaria di uno studio sulla libertà non nacque come volume, ma
come breve saggio. Nella sua Autobiografia, dove si sofferma a narrare le
circostanze della composizione di On liberty, Mill scrive: "Inizialmente, nel 1854, l'avevo progettato
e scritto come un breve saggio. Fu nel salire le scale del Campidoglio, nel
gennaio del 1855, che nacque in me per la prima volta l'idea di trasformarlo in
un volume".
Il tema della libertà del volere, e quindi del libero arbitrio, era stato
trattato ampiamente da Mill in altre opere. Se ne era occupato già a partire
dal 1828, in connessioni con riflessioni sulla responsabilità umana, in
particolare sul ruolo che ad essa attribuiva Bentham, da cui su questo punto
prende le distanze in modo chiaro ed esplicito a partire dal 1833. Poi nel 1843
Mill tornò sul tema del libero arbitrio nel suo Sistema di logica deduttiva
e induttiva, e vi tornerò dopo On liberty in Un esame della
filosofia di Sir William Hamilton, opera il cui capitolo XXVI è intitolato Sulla
libertà della volontà.
In On liberty su questo tema non c’è se non un cenno iniziale. Ma
in qualche modo la soluzione del problema è presupposta: benché la questione
del libero arbitrio sia risolta da Mill in modo molto vicino ai filosofi che lo
hanno negato, è però ammessa la possibilità che tra le cause dell’azione
umana ci sia la posizione di fini da parte della mente, e tanto è sufficiente a
giustificare il "sentimento della libertà" che l’uomo prova e
consentire di parlare di una responsabilità dell’uomo.
Il tema della libertà trattato in On liberty riguarda piuttosto i
rapporti tra ciascun individuo e gli altri, e con la società, tema questo che
rientra nella sfera degli interessi politici di Mill. Sono quegli interessi che
egli condivise con la moglie, Harriet Hardy Taylor.
Nella Autobiografia Mill ha scritto che tutto il saggio è stato
discusso frase per frase e quasi scritto insieme alla moglie. Secondo l’abitudine
di Mill, il testo è stato scritto interamente due volte, ma Mill dice che è
mancata all’opera la revisione finale che avrebbe dovuto essere fatta con la
moglie. La morte di Harriet nel 1858 impedì questo progetto e Mill decise di
pubblicare l’opera così com’era.
Il genere letterario
Sempre nella Autobiografia Mill ha scritto che in On liberty
non ha in alcun modo mirato all’originalità. In effetti il volume non propone
tesi nuove, ma ha un altro obiettivo: enunciare le tesi della tradizione
liberale con rigore logico e piena chiarezza concettuale, accompagnate da due
trame di argomentazioni:
- la trama delle argomentazioni che poggiano sull’esperienza e sull’analisi
della natura umana;
- la trama dei dialoghi con le tesi opposte o diverse.
Il genere letterario è costruito sulla base di questo obiettivo:
- è un saggio, nel significato che questo temine ha per la tradizione
inglese, a partire dal Saggio di Locke: un testo discorsivo che prende in
esame uno specifico problema filosofico attraverso una esposizione chiara,
basata sull’esperienza, ricostruita e organizzata dall’autore che si assume
in prima persona la responsabilità sia delle scelte che delle argomentazioni;
- ha una trama argomentativa che rimanda sempre a nozioni che fanno parte del
bagaglio culturale di qualsiasi persona colta, non di uno specialista.
E’ un saggio a tema, anzi a un solo tema. Così lo descrive Mill stesso
nell’Autobiografia: "una specie di manuale filosofico su una
singola verità cui i cambiamenti progressivamente verificatisi nella società
moderna tendono a dare un rilievo sempre più forte: vale a dire l'importanza,
per l'uomo e per la società, di una larga varietà di caratteri e di una
completa libertà della natura umana di espandersi in direzioni innumerevoli e
contrastanti".
I destinatari
Il genere letterario chiarisce già chi sono i destinatari: non gli
specialisti, ma le persone colte, cioè la classe dirigente inglese e,
soprattutto, i membri della classe media che formano l’opinione pubblica e,
più in generale, di tutti i ceti da cui essa dipende (compreso, ad esempio, il
ceto dirigente del mondo sindacale e operaio).
Non è però un libro che riguardi il presente. Esplicitamente, studia sì il
presente, ma per individuarvi le caratteristiche peculiari che formano tendenza,
che indicano la direzione del futuro. Anzi, la ragione stessa per cui è scritto
il saggio è che Mill vede una tendenza pericolosa per la libertà nella
dittatura dell’opinione pubblica tipica delle democrazie (sociali, non solo
politiche) moderne. Il fatto che filosofie come quella di Comte, che stavano
riflettendo sulla società industriale, finissero con le loro tesi per
sottovalutare il pericolo (o per non consideralo tale), è stata una delle
ragioni che hanno spinto Mill a occuparsi del tema della libertà.
Il
principio filosofico della libertà
Il saggio di John Stuart Mill intitolato, con studiata semplicità, Sulla
libertà (On liberty) è essenzialmente l’esposizione di un solo
principio filosofico, accompagnato da molte considerazioni e precisazioni, dalle
argomentazioni che ne determinano la validità, da molti esempi e obiezioni
seguite da analisi, ed anche dallo studio delle implicazioni pratiche che il
principio filosofico porta con sé.
Il principio dice che ciascun individuo, una volta raggiunta la pienezza
della sua maturità personale, è libero, nel senso che ha il diritto di
governare se stesso, tanto per quanto riguarda la sua mente quanto per quanto
riguarda il suo corpo, e che questa libertà si estende fin tanto da non
danneggiare la libertà degli altri individui che sono anch’essi, allo stesso
modo e per lo stesso principio, liberi.
Prima di entrare nel merito della nozione di libertà che Mill utilizza, è
opportuno precisare che cos’è un principio filosofico, e che cosa non è, per
non ingenerare equivoci nel lettore. Mill, infatti, scrive il suo saggio nel
contesto di una discussione che dura in Inghilterra da due secoli, ne tiene
costantemente conto, sicché dà per scontate molte nozioni, come si fa con un
intervento nel corso di un dibattito, visto che è il dibattito a far da cornice
e a dar senso alle singole affermazioni che vengono fatte. Che cosa sia un
principio filosofico è appunto dato per scontato.
I temi della tradizione di dibattito pubblico cui Mill si inserisce
In Inghilterra a partire dall’età di Hobbes e di Locke, in ideale dialogo
con la filosofia del diritto sviluppatasi in Olanda nel Seicento (soprattutto
con Grozio), si era andato sviluppando il dibattito sul diritto naturale. Al
centro dell’interesse dei filosofi politici c’era la visione dell’uomo che
derivava dalla tradizione rinascimentale rinnovata su punti essenziali. Il
dibattito si estese al complesso della "natura umana", e tutto il
Settecento discusse approfonditamente su questo tema incrociando tre temi,
sicché il campo d’indagine assunse (già nel Seicento) un’ampiezza tematica
notevole rispetto alle questioni di filosofia del diritto sollevate dal
giusnaturalismo:
- il tema della natura della razionalità umana, centrato sull’analisi
della facoltà della mente più che su questioni metafisiche sulla natura della
mente (che invece appassionavano la filosofia francese dopo Cartesio e quella
tedesca);
- il tema della natura delle passioni umane e dei principi etici che
possono essere posti come universali, incrociando quanto sappiamo della mente,
in quanto insieme unitario di facoltà di conoscenza e come sede di vari tipi di
sentimenti (il dibattito dopo Locke si concentrò sulla possibilità che la
morale possa essere fondata su sentimenti di natura morale);
- il tema delle relazioni tra individuo e società, e quindi della
possibilità di fondare un’etica privata e un’etica pubblica
senza entrare in contraddizione.
Il contesto della tradizione utilitarista
La generazione di filosofi precedente a quella di John Stuart Mill aveva
trattato i temi etici ed etico-politici alla luce di un principio filosofico che
fungeva da principio-guida: era il principio dell’utile, espresso dalle
celebri formule di Bentham sulla maggiore utilità possibile per il maggior
numero di individui. Ne era nato l’utilitarismo, nel cui clima
culturale Stuart Mill si era formato per l’influenza del padre, James Mill,
egli stesso filosofo utilitarista e amico di Bentham. Fu nel contesto di questi
circoli culturali che avvenne, guidata dal padre, la sua formazione.
All’inizio di Sulla libertà Stuart Mill dichiara che l’utilitarismo
resta il principio guida per l’analisi delle questioni etiche ed
etico-politiche, ma lo specifico tema della libertà richiede la
formulazione di un altro principio-guida, peraltro in accordo con il principio
dell’utile.
La formulazione che Mill ne dà all’inizio del suo saggio
si intende soltanto nel contesto di una tradizione filosofica abituata a simili
enunciazioni, e in dialogo con altre tradizioni e con la propria stessa (sia l’utilitarismo
che il liberalismo erano al loro interno fortemente variegate, nel
contesto di un dibattito molto ampio tra i singoli filosofi e tra le varie
scuole di pensiero – e Mill si formò nel contesto di principi politici
ispirate al radicalismo, di matrice liberale e utilitarista). Era per tutti
chiaro di cosa si stesse parlando quando si enunciava un principio filosofico, e
perché lo si faceva.
Si tratta di due questioni diverse, vediamole separatamente.
Di che cosa tratta un principio filosofico, cioè di cosa si sta parlando
Enunciando un principio filosofico non si sta parlando di una specifica
realtà, che abbia una sua forma di esistenza indipendente. Non ci si muove in
un campo orientato alla conoscenza di tipo metafisico. Si sta parlando,
dichiaratamente, di una astrazione: utile, per alcuni versi addirittura
indispensabile, ed inoltre anche "vera" (o ritenuta tale), ma non per
questo qualcosa di diverso da una astrazione. Il principio filosofico è un’idea-guida,
uno strumento di orientamento della mente che sulla base di esso può
comprendere meglio l’enorme massa di fenomeni fornita dall’esperienza, e
dare di essi una interpretazione corretta.
Non è un punto di partenza nella ricerca. Certo, Mill lo pone all’inizio
del suo saggio, e nel libro tutto ruota intorno ad esso; e da questo punto di
vista il principio della libertà dell’individuo è un punto di partenza: ma
di una esposizione filosofica, non della ricerca.
La ricerca è nata altrove e ha mosso altrove i suoi primi passi: li ha mossi
nell’osservazione dell’uomo, della società, della realtà politica, e non
solo nel presente, ma in quella catena di eventi che si susseguono che chiamiamo
storia - sicché emergono col tempo conseguenze impreviste di eventi che erano
al loro apparire sembrati di un certo segno e invece, alla luce delle
conseguenze, vanno interpretati diversamente. In breve, il punto di partenza è
– come per il Locke del Saggio sull’intelletto umano – la caotica e
inafferrabile molteplicità dell’esperienza umana.
Il principio filosofico nasce da qui: nasce quando il filosofo tenta di
trovare uno strumento mentale per intendere quanto osserva e propone un’idea
– una astrazione – come chiave di lettura unitaria di un materiale d’esperienza
altrimenti imprendibile e ingovernabile. La forza di un principio filosofico
(nella tradizione anglosassone di cui Stuart Mill è parte) è nella sua
semplicità: uno, ha la capacità di ordinare i molti dell’esperienza.
In questo senso è vero: la sua verità è nel suo accordo con l’esperienza,
cioè nella sua capacità di ordinarla e spiegarla. Il tipo di verità di cui
parliamo non ha invece molto a che vedere con la verità filosofica così come
è intesa presso correnti come l’idealismo tedesco o il materialismo, o lo
stesso razionalismo di matrice cartesiana. Poniamo l’esempio del principio di
libertà: è enunciato come vero, ma non perché descrive la realtà e la
manifesti alla luce del pensiero, mostrandone l’intima essenza. Sarebbe
infatti vero anche se non descrivesse affatto la realtà: per esempio il
principio di libertà rimane vero per epoche e luoghi di duro dispotismo, quando
ogni libertà è negata; e soprattutto non ne descrive l’essenza. Il principio
della libertà esposto da Stuart Mill non definisce affatto l’essenza dell’uomo,
e molte possibili tesi filosofiche su questa essenza sono compatibili: ad
esempio, Stuart Mill dichiara subito che il tema del suo saggio non è la
questione del libero arbitrio (qui l’affermazione è a p. 000), su cui non
prende affatto posizione. Il principio di libertà semplicemente ne prescinde.
Come è possibile? Non cambia forse tutto se ci si muove in una prospettiva
in cui la libertà del volere non c’è affatto, come vogliono molte delle
filosofie dell’Ottocento? Non sul tema di cui parla Stuart Mill:
- che l’individuo in questione abbia la libertà di scelta nel senso
metafisico in cui ne parlano i teorici del libero arbitrio (ad esempio Cartesio)
- oppure che le scelte dell’individuo siano manifestazioni di forze di tipo
necessario (come vuole Spinoza) o che la libertà del volere sia pura illusione
(come vuole Schopenhauer),
resta vera "l’assoluta ed essenziale importanza dell’umano sviluppo
nelle sue più ricche varietà" e resta altrettanto vero che "su
se stesso, sul suo corpo e sulla sua mente, l’individuo è sovrano".
Il principio filosofico è quindi l’esito conclusivo di un processo
induttivo. Stuart Mill chiarisce nelle sue opere di logica questo punto, non
in On liberty, dove si trova però un cenno alla natura induttiva della
conoscenza umana persino quando ad essere in questione sono i principi
matematici. Ma solo un cenno: le questioni
medotologiche non sono trattate.
Che cosa conviene fare a chi sostiene una tesi minoritaria
Mill evita ogni dizione specialista, ogni dibattito di scuola, e non rivela
se non implicitamente i fondamenti metodologici delle proprie tesi. Scrive per
il grande pubblico, a cui intende chiarire una sola questione: quella della
libertà dell’individuo nei suoi rapporti con la società.
Neppure l’utilitarismo - che costituisce l’architrave teorico di tutta la
trattazione, così come l’induzione ne è l’architrave metodologico –
viene approfondito. Mill si appella direttamente all’intelligenza e all’esperienza
del lettore, di cui si presuppone una cultura media e una informazione
filosofica generica.
Il suo obiettivo è pratico. On Liberty è un saggio militante, si
muove entro un universo di discorso che è quello della vita politica inglese
degli anni in cui è stato scritto. Il campo delle questioni trattate è vasto,
perché Mill non tratta solo questioni di filosofia politica, come il rapporto
"di libertà" tra l’individuo e i pubblici poteri, ma anche
questioni di politica culturale, come il rapporto tra la libertà dell’individuo
e il potere di coercizione della società (quella che chiama opinione
pubblica).
Ora , Mill vuole convincere i suoi lettori ad adottare il suo
principio, quello di libertà. E sa di remare controcorrente, perché le
tendenze della società vanno piuttosto nella direzione di una dittatura della
maggioranza: verso la tirannia dell’opinione pubblica. in questi casi Mil ha
ben presente cosa conviene, e lo ha scritto con chiarezza nel testo: "le
opinioni contrarie a quelle della maggioranza non riescono a farsi strada che
usando una studiata moderazione del linguaggio, e ponendo la massima cura di non
recare alcuna inutile offesa". E’ quanto Mill fa
- usa una studiata moderazione del linguaggio, che mira alla massima
chiarezza razionale e si affida a questa chiarezza per parlare direttamente alla
mente e al cuore del suo lettore;
- evita ogni inutile offesa alla sensibilità di chi la pensa diversamente su
questioni diverse dalla questione principale (tutto le ruota intorno per l’intero
saggio: la libertà), in modo che sia possibile trovare un accordo.
E’ una strategia che ha avuto successo: On liberty è stato
probabilmente il libro di Mill di maggiore successo, come egli stesso aveva del
resto supposto.
Sintesi sui principi
filosofici utilizzati in On liberty
Principio di utilità:
L’unico criterio che consente di stabilire
se un’azione o una scelta della società o dello Stato sono eticamente
corrette è studiarne le conseguenze per la società e per l’umanità:
lo sono se c’è un utile, non lo sono se c’è un danno.
Che cos’è un utile? E’ tutto ciò che rende più piacevole e
felice la vita degli uomini e delle donne, con le loro caratteristiche di
persone con una vita biologica e spirituale..
Che cos’è un danno? E’ tutto ciò che rende meno piacevole e
felice la vita degli uomini e delle donne, con le loro caratteristiche di
persone con una vita fisica e mentale.
L’utile e il danno sono di un singolo individuo o della società o dell’umanità?
L’individuo trae dalla società, e quindi dall’appartenenza all’umanità,
mezzi essenziali per la piacevolezza e felicità della propria vita, per cui
un utile individuale contrapposto all’utile collettivo è una illusione:
una azione che produca un utile a un individuo e un danno alla società
danneggia anche quell’individuo, che egli se renda conto o meno.
Principio di libertà:
Ciascun uomo è padrone di se stesso: nessuno
ha il diritto di controllare o dirigere la sua mente e le sue azioni.
Limite: un singolo individuo o la società nel suo complesso, con i
poteri della pubblica opinione o del diritto, possono costringere un singolo
individuo a fare o non fare qualcosa solo se, in caso contrario, ne avrebbero
un danno diretto.
Principio di creatività:
L’umanità nel suo complesso, la società
civile e le società politiche traggono un utile dal favorire la libera
creatività individuale e nel non omologare i pensieri e i comportamenti delle
persone.
Limite: è lo stesso del principio di libertà: la creatività e la non
omologazione degli individui non deve mai procurare un danno diretto agli
altri.
Principio di metodo della conoscenza
umana:
L’uomo impara dall’esperienza
e dal confronto con gli altri: non esistono altri mezzi per imparare, e l’esperienza
da sola non è sufficiente; impedire il libero confronto significa limitare
drasticamente la possibilità per l’uomo di imparare, quindi fare un danno
serio sia all’individuo che alla società.
Tesi filosofiche utilizzate da Mill come fondamento per le argomentazioni a
favore dei tre principi di On liberty
Tesi sulla fallibilità della
mente
L’uomo è un essere fallibile:
non esiste modo di essere sicuri di non sbagliare, il pericolo c’è
sempre, senza alcuna eccezione; il pericolo diminuisce se le opinioni e le
scelte, di un individuo o di una società, sono sottoposte alla libera
critica degli altri, aumenta se sono protette e la critica non è libera.
Tesi sulla natura dell’uomo
Gli uomini non sono macchine
programmabili, ma esseri vivente che, come le piante di una foresta, si
sviluppano in molteplici direzioni non omologabili, non le stesse per tutti, e
questo perché la loro natura è fatta così. Sono esseri con una intensa vita
spirituale oltre che materiale, e la nozione di utile va applicata tanto alla
natura del loro corpo quanto a quella della loro mente.