Il
Giardino dei Pensieri - Studi di storia
della Filosofia
Ma
Maurizio Pancaldi
Il problema
dell'intelletto in Aristotele e nei suoi commentatori arabi ed ebrei medioevali
[Vedi anche
l'Indice per Temi alla voce: Averroè -
Filosofia araba - Filosofia ebraica - Filosofia medioevale]
Il problema della conoscenza è affrontato da Aristotele
nel trattato Sull’anima. Si tratta, com’è noto, non di un’opera
destinata alla pubblicazione, ma di un testo scolastico, un corso di lezioni
finalizzato ad un uso didattico interno al Liceo, perché dunque servisse ad
allievi e collaboratori per la loro attività di ricerca. Esso dunque è uno
strumento di lavoro, e come tale aperto, che espone le linee guida della
dottrina del maestro e registra i risultati provvisori sull’argomento in modo
che tutti possano accedervi e servirsene. La forma letteraria di questo trattato
risente di conseguenza sia delle modalità di fruizione sia dei destinatari cui
era diretto: perciò vi si trovano o ripetizioni o abbozzi, come se si trattasse
di brevi appunti o note da sviluppare in seguito, eventualmente a voce.
Cerchiamo dunque di seguire questo dibattito attraverso gli
autori più rilevanti e i loro testi più significativi.
Il testo aristotelico
del De anima oggetto del dibattito
“Riguardo alla parte dell’anima con cui essa conosce e
pensa (sia questa parte separabile, sia non separabile secondo la grandezza, ma
soltanto logicamente) si deve ricercare quale sia la sua caratteristica
specifica ed in qual modo il pensiero si produca. Ora se il pensare è analogo
al percepire, consisterà in un subire l’azione dell’intelligibile o in
qualcos’altro di simile. Questa parte dell’anima deve dunque essere
impassibile, ma ricettiva della forma, e dev’essere in potenza tale qual è la
forma, ma non identica ad essa; e nello stesso rapporto in cui la facoltà
sensitiva si trova rispetto agli oggetti sensibili, l’intelletto si trova
rispetto agli intelligibili. È necessario dunque, poiché l’intelletto pensa
tutte le cose, che sia non mescolato, come dice Anassagora, e ciò perché
domini, ossia perché conosca (l’intrusione, infatti, di qualcosa di estraneo
lo ostacola e interferisce con lui). Di conseguenza la sua natura non è altro
che questa: di essere in potenza. Dunque il cosiddetto intelletto che appartiene
all’anima (chiamo intelletto ciò con cui l’anima pensa e apprende) non è
in atto nessuno degli enti prima di pensarli. Perciò non è ragionevole
ammettere che sia mescolato al corpo, perché assumerebbe una data qualità, e
sarebbe freddo o caldo, ed anche avrebbe un organo come la facoltà sensitiva,
mentre non ne ha alcuno. Quindi si esprimono bene coloro i quali affermano che
affermano che l’anima è il luogo delle forme, solo che tale non è l’intera
anima, ma quella intellettiva, ed essa non è in atto, ma in potenza le forme.
Che poi l’impassibilità della facoltà sensitiva e quella della facoltà
intellettiva non siano la stessa risulta evidente se si considerano gli organi
sensori e il senso. In effetti il senso non è in grado di percepire dopo
l’azione di un sensibile troppo intenso (...). Invece l’intelletto, quando
ha pensato qualcosa di molto intelligibile, non è meno, ma anzi più capace di
pensare gli intelligibili inferiori, giacché la facoltà sensitiva non è
indipendente dal corpo, mentre l’intelletto è separato. Quando poi
l’intelletto è divenuto ciascuno dei suoi oggetti, (...) anche allora è in
certo modo in potenza, ma non come prima di avere appreso o trovato; ed allora
può pensare se stesso. Poiché
sono diverse la grandezza e l’essenza della grandezza, come l’acqua e
l’essenza dell’acqua (...), il soggetto giudica l’essenza della carne e la
carne o con qualcosa di diverso o con qualcosa che si trova nella stessa
condizione. Infatti la carne non esiste senza la materia, ma, come il camuso, è
una determinata forma in una determinata materia. Pertanto con la facoltà
sensitiva il soggetto distingue il caldo, il freddo e le altre qualità di cui
la carne costituisce una data proporzione; e con un’altra facoltà – o
separata da quella o in relazione ad essa al modo in cui la linea spezzata sta a
se stessa, quand’è estesa – distingue l’essenza dalla carne. Inoltre, nel
caso degli enti ottenuti per astrazione, la retta è analoga al camuso (perché
unita al continuo), mentre la sua essenza, se l’essenza della retta è diversa
dalla retta, è qualcosa di differente, e potrebbe essere la diade. Il soggetto
perciò distingue tale essenza o con qualcosa di diverso o con qualcosa che si
trova in una diversa condizione. In generale, dunque, come gli oggetti sono
separati dalla materia, così viene a trovarsi l’intelletto.
Si potrebbe porre una questione: qualora l’intelletto sia semplice o
impassibile, e non abbia nulla in comune con alcunché, come afferma Anassagora,
in che modo penserà, se il pensare è una specie di subire? (...) Inoltre
l’intelletto è esso stesso intelligibile? (...) Ora riguardo al subire in
virtù di un elemento in comune si è discusso precedentemente, e ciò consente
di affermare che intelletto è in certo modo potenzialmente gli intelligibili,
ma in atto non è nessuno di essi prima di pensarli. Diciamo
“potenzialmente” allo stesso modo di una tavoletta per scrivere, sulla quale
non ci sia attualmente nulla di scritto. È precisamente questo il caso
dell’intelletto. inoltre è esso stesso intelligibile come lo sono gli oggetti
intelligibili. Infatti, nel caso degli oggetti senza materia, il soggetto
pensante e l’oggetto pensato sono la stessa cosa, poiché la scienza teoretica
e il suo oggetto si identificano (...). Invece negli oggetti che hanno materia
ciascuno degli intelligibili è presente potenzialmente. Di conseguenza gli enti
materiali non saranno dotati di intelletto (giacché l’intelletto è la facoltà
di conoscere tali enti senza la loro materia), mentre esso possederà
l’intelligibile.
Poiché, come nell’intera natura c’è qualcosa che costituisce la materia
per ciascun genere di cose (e ciò è potenzialmente tutte quelle cose), e
qualcos’altro che è la causa e il principio produttivo, perché le produce
tutte, allo stesso modo che la tecnica si rapporta alla materia, necessariamente
queste differenze si trovano anche nell’anima. E c’è un intelletto analogo
alla materia perché diviene tutte le cose, ed un altro che corrisponde alla
causa efficiente perché le produce tutte, come una disposizione del tipo della
luce, poiché in un certo modo anche la luce rende i colori che sono in potenza
colori in atto. E questo intelletto è separabile, impassibile e non mescolato,
essendo atto per essenza, poiché sempre ciò che fa è superiore a ciò che
subisce, ed il principio è superiore alla materia. Ora la conoscenza in atto è
identica all’oggetto, mentre quella in potenza è anteriore per il tempo
all’individuo, ma da un punto di vista generale, non è anteriore neppure per
il tempo; e non è che questo intelletto talora pensi e talora non pensi. Quando
è separato, è soltanto quello che è veramente, e questo solo è immortale ed
eterno (...), e senza questo non c’è nulla che pensi.”
(Aristotele, De anima, III, 4-5, trad. di G. Movia,
Loffredo, Napoli 1979, pp. 213-9)
Si noti come, in base all’analogia tra sensibilità e
intelletto, sia possibile applicare la relazione potenza/atto alla conoscenza
intellettiva: l’intelletto è in potenza in quanto questa facoltà può
ricevere tutte le forme intelligibili (con cui evidentemente ha un’affinità
strutturale). Se prima non conosce nulla, è nel pensare che attua la sua
potenzialità diventando le forme intelligibili degli oggetti pensati. In quanto
dispone di un corredo di nozioni e conoscenze, l’intelletto è in atto ed è
autocoscienza (pensa se stesso).
Questo passaggio presuppone però che vi sia una causa efficiente, un intelletto
produttivo che produce (analogamente alla luce nei confronti dei colori) le
forme intelligibili delle cose illuminando la mente dell’uomo. Esso perciò è
conoscenza sempre in atto di tutti gli intelligibili, e perciò, in termini
assoluti, precede il risultato finale del suo attuarsi negli individui.
Fissati questi punti, Aristotele afferma che l’intelletto passivo è separato,
inalterabile e non mescolato con gli organi corporei, mentre quello produttivo
possiede anche i caratteri dell’immortalità, eternità, impassibilità (non
subisce affezioni e non conserva traccia dei
contesti accidentali della singola esistenza, cioè non subisce i
condizionamenti del corpo).
Ma come devono essere intese queste affermazioni? Le espressioni aristoteliche
su questi due intelletti non sono univoche e, come dicevamo, si sono prestate a
molteplici interpretazioni.
Alessandro di
Afrodisia
Tra i commentatori più antichi si segnala per perspicuità
l’opera di Alessandro di Afrodisia, il cui nucleo ermeneutico centrale
consiste nel sostenere che, dati i caratteri precedentemente riconosciuti
all’intelletto produttivo (totalmente estranei alla natura dell’uomo), sia
necessario concludere che esso sia una sostanza separata o divina (il motore
immoto o uno dei motori).
Tale prospettiva è presente anche in un’opera autonoma,
dal titolo L’anima dove le tesi aristoteliche vengono esposte e
sviluppate in modo radicale.
“E poiché l’intelletto in atto non è niente altro che
la forma pensata (..) può ormai pensare anche a se stesso. Poiché è esso
stesso la forma pensata, se è vero che pensando diviene ciò che pensa, allora
l’intelletto che ha l’abito per pensare le forme ha anche l’abito e la
capacità di pensare se stesso. Esso stesso infatti diventa, pensandolo, ciò
che può pensare, il che avviene quando pensa, principalmente e per sé pensando
la forma intelligibile, ma per accidente se stesso perché, quando pensa, gli
accade di diventare ciò che pensa. Dunque, prima che l’intelletto pensi in
atto, ciò che pensa e ciò che è pensato sono distinti l’uno dall’altro e
sono opposti l’uno all’altro come i relativi; ma quando sono in atto,
diventando una cosa sola, cessano di essere contrapposti. Non è infatti neanche
più possibile adattare loro la definizione della relazione. Perciò
l’intelletto in atto, che diviene identico all’intelligibile, a ragione si
dice che pensa se stesso. L’intelletto che è in atto, dunque, pensa se
stesso: perché diviene esso stesso quel che pensa; pensa infatti le forme
separatamente dalla materia – non pensa cioè questa cosa individuale ma
l’essenza della cosa (..). E siffatto intelletto è separato e impassibile e
non mescolato ad altro: tutte proprietà che esso possiede perché è separato
dalla materia. È separato, infatti, ed esiste di per sé per questa ragione,
perché nessuna delle forme congiunte a una materia è separabile, o lo è
soltanto concettualmente, dato che la separazione dalla materia comporta la loro
corruzione. Ma è anche impassibile perché ciò che patisce è in ogni caso
materia e il sostrato. Essendo impassibile e non commisto ad alcuna materia è
anche corruttibile perché è in atto e forma senza potenzialità e materia. Ora
Aristotele ha dimostrato che tale è la causa prima, che è anche in senso
proprio intelletto: perché la forma priva di materia è l’intelletto in senso
proprio. Perciò, inoltre, questo intelletto ha maggior pregio di quello che è
in noi, ossia l’intelletto materiale, perché ciò che agisce ha in ogni caso
maggior pregio di ciò che patisce e ciò che è privo di materia di ciò che è
congiunto alla materia”.
(Alessandro di Afrodisia, L’anima, trad. it. Di B. Accattino, Laterza,
Bari 1996, pp. 87-89)
Al-Kindi
Nell’ambito del mondo islamico, una posizione particolare
è occupata da Al-Kindi (inizio del IX sec. – 870 ca.) in quanto considerato,
anche per la sua vasta produzione e conoscenza dei testi, il primo vero
iniziatore della speculazione teoretica e perciò definito “filosofo degli
arabi”. Nell’Epistola sull’intelletto, dopo aver affermato
l’incorporeità e immaterialità dell’anima quale condizione per
l’apprendimento delle forme intelligibili, egli espone la teoria aristotelica
della conoscenza, partendo dalla percezione fino alla formazione in essa
dell’immagine delle cose. Tuttavia egli legge Aristotele attraverso l’ottica
di Alessandro di Afrodisia: adottando la sua dottrina dell’intelletto agente,
egli introduce questa problematica nella cultura araba, dando l’avvio alle
discussioni successive. In realtà l’orizzonte culturale di Al-Kindi è molto
complesso, ed è per molti versi occupato dalla preoccupazione di conciliare in
modo armonico le tesi di Platone e Aristotele: così egli cerca di fondere la
descrizione peripatetica dell’atto cognitivo con il tema platonico, già
accennato, per cui l’anima conosce la realtà intelligibile sulla base
dell’affinità di natura. Ne deriva l’idea per cui il processo di
attualizzazione della facoltà intellettiva consiste
nella partecipazione dell’anima alle forme intelligibili presenti in
quell’intelletto che è sempre in atto: quest’ultimo è concepito in termini
derivati da Plotino e Proclo, quindi come un principio inferiore all’Uno (Dio)
che contiene le forme intelligibili (e la loro classificazione) e che rende
capaci di intellezione le anime razionali dotate di intelletto potenziale. Si
tratta insomma di un aristotelismo fortemente intriso di neoplatonismo, che
conduce il Nostro a sostenere l’intellezione come un ricordare e quindi la
separazione tra anima e corpo, anzi la preesistenza dell’anima all’entrata
nel corpo, e a subordinare alla retta condotta di vita il ritorno dell’anima
alla sua vera origine, al Creatore nella cui luce è possibile contemplare la
verità delle cose.
“Parliamo dunque di ciò [la dottrina dell’intelletto]
in via informativa, e diciamo che secondo Aristotele ci sono quattro specie di
intelletto. il primo è l’Intelletto che è sempre in atto. Il secondo è
l’intelletto che è in potenza: questo appartiene all’anima. Il terzo è
l’intelletto che nell’anima è passato dalla potenza all’atto. Il quarto
è l’intelletto che noi chiamiamo secondo. Egli paragona l’intelletto al
senso per la vicinanza del senso al vivente e per il fatto che il senso è
maggiormente comune a tutti i viventi. Egli dice che ci sono due tipi di forme:
una forma materiale che cade sotto il senso; l’altra che non ha materia e cade
sotto l’intelletto; essa costituisce la specie delle cose e ciò che sta al di
sopra. La forma che è nella materia è sensibile in atto, perché se non fosse
sensibile in atto non cadrebbe sotto il senso. Quando l’anima se ne
impossessa, essa diventa presente nell’anima. Però l’anima può
impossessarsene solo perché essa è in potenza nell’anima. E quando l’anima
viene a contatto con essa, diventa presente nell’anima in atto. (..) Questo
significa che l’anima e la forma nell’anima sono una cosa sola, non diversa,
né si ha diversità alcuna che possa provenire dagli accidenti. (…) Quando
l’anima viene a contatto con l’intelletto, cioè con le forme che non hanno
materia né fantasia, le forme diventano una cosa sola con l’anima, cioè
diventano presenti nell’anima in atto, mentre prima non erano presenti
nell’anima in atto, ma in potenza. E questa forma che non ha materia né
fantasia è l’intelletto acquisito nell’anima ad opera dell’intelletto
primo, il quale è la specie delle cose che sono sempre in atto. Ora,
l’intelletto primo diventa ciò che fa acquisire all’anima ciò che essa
acquisisce, solo perché l’anima è intelligente in potenza, mentre
l’intelletto primo è intelligente in atto. Ogni volta che una cosa fa
acquisire se stessa a un’altra, quest’ultima possiede la cosa, ma in
potenza, non ancora in atto. E tutto ciò che appartiene ad una cosa in potenza
non passa ad appartenerle in atto per se stessa, perché se fosse per se stessa
le apparterrebbe sempre in atto, perché essa appartiene sempre a se stessa, per
tutto il tempo che esiste. Dunque tutto ciò che è in potenza a qualcosa passa
all’atto grazie a un altro che è questa cosa in atto. Quindi l’anima è
intelligente in potenza, e diventa intelligente in atto grazie all’intelletto
primo allorché viene a contatto immediato con esso. Quando poi la forma
intelligibile si unisce all’anima, essa e la forma intelligibile non si
diversificano, perché non sono separate in modo da diversificarsi. E quando la
forma intelligibile si unisce all’anima, essa e l’intelletto sono una cosa
sola, sicché essa è nello stesso tempo intelligente e forma intelligibile.
Quindi intelletto e forma intelligibile sono una cosa sola da parte
dell’anima. (…) L’intelletto è dunque
(1) causa prima rispetto agli intelligibili e a tutti gli intelletti secondi;
(2) intelletto secondo: esso è in potenza nell’anima, fino a quando l’anima
non è diventata intelligenza in atto;
(3) intelletto terzo: è quello che appartiene in atto all’anima. Di esso
l’anima si è impossessata in modo stabile ed esso è divenuto presente in
essa; quando lo vuole lo usa e lo manifesta al di fuori affinché diventi
presente anche negli altri. (…)
(4) Il quarto è l’intelletto che si manifesta da parte dell’anima, quando
essa lo esterna per renderlo presente in atto negli altri.
Ora, la differenza fra il terzo e il quarto sta nel fatto che il terzo è
qualcosa che l’anima possiede; il suo esserne in possesso ha avuto un inizio
nel tempo, ed essa può manifestarlo agli altri quando vuole mentre per il
quarto sia il tempo dell’impossessamento sia il tempo della manifestazione
consistono nell’atto di usarlo. L’intelletto terzo è dunque un possesso
dell’anima che ha avuto inizio nel tempo, e quando l’anima vuole diventare
presente in essa. Il quarto è quello che si manifesta nell’anima, allorché
essa lo manifesta in atto.”
(Al-Kindi,
Epistola sull’intelletto, testo citato in C. D’Ancona, Storia
della filosofia nell’Islam medievale, I, Einaudi 2005, pp. 345-347)
Al-Farabi
Nel corso del X secolo, si costituì a Bagdad un circolo di
filosofi e traduttori, sia cristiani che musulmani, dediti allo studio del
pensiero classico ed in particolare di Aristotele. Tra i maestri di questo
circolo si distinse al-Farabi (870 ca. – 950 ca.) che, per la sua
autorevolezza culturale, fu chiamato “il maestro secondo solo ad
Aristotele”. Alla discussione dei problemi relativi alla psicologia e
gnoseologia (qual è il processo di acquisizione degli intelligibili, come
funziona la conoscenza razionale, qual è il ruolo e la natura dell’intelletto
umano, qual è il rapporto tra anima e intelletto) egli ha dedicato uno scritto
specifico Epistola sull’intelletto: qui dopo aver distinto i
significati del termine nel linguaggio comune e presso i teologi, entra
propriamente nell’ambito filosofico.
Egli attribuisce ad Aristotele quattro significati: intelletto in potenza,
intelletto in atto, intelletto acquisito e intelletto agente. Quanto alla sua
personale posizione, al-Farabi attribuisce all’intelletto in potenza la
capacità di astrarre gli
intelligibili dalle cose sensibili (che invece in Aristotele è compito
dell’intelletto attivo), come se si trattasse di imprimerne in esso la loro
forma: data questa naturale disposizione, astrazione, ricezione e conoscenza
degli intelligibili sembrano costituire un’unica operazione dell’intelletto
in potenza, che appare possedere una consistenza ontologica, essere una sostanza
dotata di una propria essenza. Dopo l’atto di astrazione, l’intelletto in
potenza diviene intelletto in atto e si viene ad identificare con gli
intelligibili che ha ricevuto dalle cose. Poiché la conoscenza si svolge nel
tempo, l’intelletto è in atto rispetto alle forme astratte fino a questo
momento, e in potenza rispetto a quelle ancora da ricevere: quando le avrà
ricevute tutte avrà realizzato la sua essenza e la sua perfezione, conoscendo
solo se stesso insieme con tutti gli intelligibili con cui si identificherà. Si
tratta dell’intelletto acquisito (nozione in cui convergono oltre alle
concezioni aristoteliche, quelle neoplatoniche di Plotino e Proclo) , del più
alto grado di perfezione cui può giungere l’intelletto umano, che si avvicina
alle intelligenze separate dalla materia e sussistenti per sé. Esse sono
ordinate in senso gerarchico per gradi di perfezione crescenti, fino al
Principio primo, e da quest’ultimo procedono per emanazione, l’una
dall’altra, fino all’intelletto agente, che, essendo fra loro l’ultima, può
goderne della visione completa di tutta la gerarchia e di esserne allo stesso
tempo illuminato. Se si scende ancora fino all’intelletto acquisito umano –
vero e proprio confine tra mondo corporeo e mondo intelligibile – si può dire
che è forma (atto) rispetto all’intelletto in atto, come quest’ultimo lo è
a sua volta per l’intelletto in potenza.
Passando all’intelletto agente, bisogna concepirlo come
forma separata dalla materia, intelligenza pura e unica per tutti gli uomini che
attualizza l’intelletto e gli intelligibili che sono in potenza. Così non
solo fa conoscere ma anche conosce sia le forme pure sia quelle materiali
(queste ultime sono state poste nella materia proprio da lui “e poi cerca di
avvicinarle poco a poco alla separazione fino a che si realizza l’intelletto
acquisito”).
In definitiva si può dire che, possedendo in atto tutte le forme
della realtà esistente, determina anche la possibilità del processo cognitivo,
nella misura in cui rende possibile il processo d’astrazione facendo evolvere
l’intelletto umano fino al grado di intelletto acquisito. A questo livello
l’uomo ha raggiunto il suo vero scopo, avvicinandosi all’intelletto agente
in uno stato di indipendenza totale dall’uso del corpo e dalla sfera
sensibile. Tuttavia l’intelletto agente, pur essendo sempre in atto, non
sempre agisce: per questo non è identificabile con l’intelletto divino della
Metafisica, causa dell’essere di tutte le cose, sia di quelle del mondo
sublunare che dei corpi celesti. Quest’ultimi sono ordinati gerarchicamente
fino al motore più nobile, che è quello del primo cielo: il primo principio
sarà allora il principio del primo cielo, unità assoluta (come l’Uno
plotiniano) e Intelletto divino (come in Aristotele nel XII libro della Metafisica).
Esso è “il Primo Intelletto, il Primo Esistente, il Primo Unico, il Primo
Vero”.
L’intelletto in potenza
“L’intelletto che è in potenza è una certa anima, o
una parte di anima, o una facoltà tra quelle dell’anima, o una certa cosa, la
cui esistenza è stata preparata o è pronta ad astrarre le quiddità e le forme
di tutti gli esseri esistenti dalle loro materie, per renderle tutte un’unica
forma o diverse forme per essa. E queste forme astratte dalla materia non
diventano appunto astratte dalle loro materie, in cui esistono, se non diventano
forme di questa essenza.
Ora queste forme astratte dalle loro materie, che diventano forme in
questa essenza, sono gli intelligibili. Questo nome è derivato loro dal nome di
quell’essenza che ha astratto le forme degli esseri esistenti dimodoché esse
sono diventate delle forme per essa.
E questa essenza assomiglia ad una materia in cui si producono delle
forme (…) E’ come se tu immaginassi l’impronta e la figura secondo la
quale si è plasmata un po’ di cera in forma cubica o sferica, in modo che
questa figura si sprofondi o si diffonda in essa, e abbracci totalmente la sua
lunghezza, la sua larghezza e la sua profondità, cosicché allora questa cera
sia diventata essa questa figura stessa, senza che essa sia per nulla separata
dalla sua quiddità dalle quiddità di questa figura. A somiglianza di ciò,
dunque, bisogna che tu ti sforzi di comprendere come si realizzano le forme
degli esseri esistenti in questa essenza, che Aristotele nel
“Librosull’anima” ha chiamato intelletto in potenza.”
(Al-Farabi, Epistola sull’intelletto, trad. it. di
F. Lucchetta, Antenore, Padova, 1974, pp. 96-97).
L'intelletto in atto
“Ora, finché non c’è questa in questa essenza alcuna
delle forme degli esseri esistenti, essa è un intelletto in potenza; ma se si
producono in essa le forme degli esseri esistenti, secondo l’esempio che
abbiamo menzionato, diventa questa essenza un intelletto in atto: questo è il
significato dell’intelletto in atto. quando si producono nell’intelletto gli
intelligibili, che esso ha astratto dalle materie, anche questi intelligibili
diventano intelligibili in atto, mentre prima che fossero astratti dalle loro
materie erano intelligibili in potenza. Questi, quando vengono astratti,
diventano intelligibili in atto perché arrivano come forme a questa essenza, e
questa essenza diventa un intelletto in atto solamente in ragione di quelle
forme che sono degli intelligibili in atto. così che essi siano degli
intelligibili in atto e che essa sia un intelletto in atto è una sola e
medesima cosa. Il significato del nostro dire al suo proposito che questa
essenza è intelligente non è altro che gli intelligibili sono diventati forme
per essa, nel senso che essa stessa è diventata quelle forme. Dunque dire che
essa è intelligente in atto, intelletto in atto e intelligibile in atto ha un
solo e medesimo significato e si dice per un solo e medesimo significato. Gli
intelligibili sono quelli che prima erano intelligibili in potenza; infatti
essi, prima di essere intelligibili in atto erano forme in materie, erano
all’esterno dell’anima, ma quando si realizzano come intelligibili in atto,
il loro essere in quanto sono intelligibili in atto non è come il loro essere
in quanto sono forme in materie. Il loro essere nelle materie stesse non è il
loro essere in quanto sono intelligibili in atto: il loro essere nelle materie
stesse segue il resto delle condizioni che ad essi si associa, che può essere
talvolta il luogo, talvolta il tempo, talvolta il sito, alcune volte la quantità;
e alcune volte essi sono qualificati secondo qualità corporee, altre volte
agiscono, altre volte patiscono. E quando dunque si realizzano come
intelligibili in atto, molte di queste categorie spariscono da essi. Allora il
loro essere diventa un altro, che non è più quell’essere di prima, e i
significati di queste categorie, o almeno di parecchie di esse, al loro
proposito, vengono capiti in altri modi, diversi da quelli precedenti”.
(Al-Farabi, Epistola sull’intelletto, trad. it. di
F. Lucchetta, Antenore, Padova, 1974, pp. 97-98).
L'intelletto
acquisito
“Se gli intelligibili in atto si realizzano, diventano,
dunque, uno degli esseri esistenti del mondo e sono annoverati, in quanto sono
degli intelligibili in atto, tra tutti gli esseri esistenti. Ed è proprio di
tutti gli esseri esistenti di venire intesi e di arrivare come forme a questa
essenza. Dunque, se è così, non è impossibile che gli intelligibili, in
quanto sono intelligibili in atto e in quanto sono un intelletto in atto, siano
anche loro intesi, sicché ciò che viene allora inteso non è nient’altro che
ciò che è un intelletto in atto.
Tuttavia, ciò che è un intelletto in atto, per il fatto che un certo
intelligibile è diventato una forma per esso, può essere un intelletto in atto
rispetto a questa forma soltanto, e in potenza rispetto a un altro
intelligibile, che non si sia ancora realizzato in atto per esso. Se si realizza
per esso anche il secondo intelligibile, questo intelletto diventa intelletto in
atto a causa del primo e del secondo intelligibile. Ma, se diventa intelletto in
atto rispetto a tutti gli intelligibili, e diventa uno degli esseri esistenti
per il fatto che diventa gli intelligibili in atto, allora, quando intende
quell’esistente che è un intelletto in atto, non intende un esistente esterno
alla sua essenza, ma intende soltanto la sua essenza. È evidente che, quando
esso intende la sua essenza, in quanto la sua essenza è un intelletto in atto,
non arriva ad esso, da quello che ha inteso della sua essenza, alcuna cosa
esistente il cui essere in se stessa sia diverso dal suo essere di quando viene
intesa in atto; al contrario, esso avrà inteso della sua essenza un certo
esistente il cui essere di quando viene inteso è il suo essere in
se stesso. Dunque questa essenza diventa intesa in atto, pur non essendo,
prima di essere intesa, intelligibile in potenza, ma essendo già intesa in
atto. tuttavia essa è stata intesa in atto nel senso che il suo essere in se
stessa è di essere un intelletto in atto e un intelligibile in atto, al
contrario di come sono state intese queste cose stesse all’inizio. Infatti
esse sono state intese inizialmente nel senso che sono state astratte dalle loro
materie, in cui esistevano, e nel senso che erano degli intelligibili in
potenza; sono state intese poi una seconda volta, quando il loro essere non era
più quel loro essere precedente, ma anzi il loro essere era già separato dalle
loro materie, nel senso che esse erano ormai delle forme che non erano più
nelle loro materie, e nel senso che esse erano già degli intelligibili in atto.
dunque, quando l’intelletto in atto intende gli intelligibili che sono per
esso delle forme in quanto sono intese in atto, questo intelletto che prima
dicevamo essere l’intelletto in atto, diventa adesso l’intelletto
acquisito.”
(Al-Farabi, Epistola sull’intelletto, trad. it. di
F. Lucchetta, Antenore, Padova, 1974, pp. 98-100).
L'intelletto agente
"Ora l’intelletto agente che Aristotele ha menzionato nel
terzo trattato del “Libro sull’anima” è una forma separata che non fu e
non sarà mai in una materia. Esso è, in un certo senso, un intelletto in atto,
simile all’intelletto acquisito, ed è ciò che ha reso quell’essenza che è
un intelletto in potenza intelletto in atto e che ha reso gli intelligibili che
sono intelligibili in potenza intelligibili in atto.
La relazione dell’intelletto agente verso l’intelletto
che è in potenza è come la relazione del sole all’occhio, che è vista in
potenza finché rimane al buio. Infatti la vista è soltanto vista in potenza
finché permane nel buio. Il significato del buio è la diafanità in potenza e
la mancanza di diafanità in atto; il significato della diafanità è in primo
luogo il ricevere luce perché ci si trova di fronte a una fonte illuminante.
Così, quando si realizza la luce nella vista, nell’aria e in cose dello
stesso genere, diventa la vista, per la luce che si è realizzata in essa, vista
in atto, e diventano visti in atto i colori. (...)
Il principio per cui la vista è diventata vista in atto,
dopo essere stata vista in potenza, e i visibili, che erano visibili in potenza,
sono diventati visti in atto, è la diafanità che è giunta alla vista a causa
del sole. A somiglianza di ciò che si produce in questa essenza, che è un
intelletto in potenza, una certa cosa, il cui ruolo rispetto ad esso intelletto
è come il ruolo della diafanità in atto rispetto alla vista; e questa cosa
gliela dona l’intelletto agente. Dunque questa cosa diventa un principio
mediante il quale, per l’intelletto in potenza, gli intelligibili, che prima
erano per esso intelligibili in potenza, diventano intelligibili in atto. e come
il sole è ciò che rende l’occhio vista in atto e i visibili visti in atto
mediante quella luce che dona, così l’intelletto agente è quello che ha reso
l’intelletto che era in potenza intelletto in atto mediante quel principio che
ha donato; e mediante ciò stesso gli intelligibili sono diventati intelligibili
in atto.
L’intelletto agente è della specie dell’intelletto acquisito. Le
forme degli esseri separati che gli sono superiori hanno continuato e
continueranno ad essere in esso, salvo che la loro esistenza in esso è secondo
un ordine che non è l’ordine secondo il quale esse esistono nell’intelletto
umano che è in atto. E ciò perché la forma più vile nell’intelletto umano
che è in atto spesso prende rango prima della più nobile, visto che il nostro
elevarsi verso le cose che sono più perfette nell’essere spesso si realizza a
partire dalle cose che sono più imperfette nell’essere, … poiché soltanto
da ciò che per noi è il più conosciuto ci innalziamo verso quello che ci è
ignoto, e ciò che è più perfetto nell’essere in se stesso è più ignoto
per noi, voglio dire che la nostra ignoranza di esso è più grande. Perciò si
è costretti ad ammettere che l’ordine degli esseri esistenti
nell’intelletto umano che è in atto sia il contrario di come si presenta la
cosa nell’intelletto agente: l’intelletto agente intende per prima cosa, fra
gli esseri esistenti, sempre il più perfetto.
Certo, le forme che ora sono forme in materie sono
nell’intelletto agente forme astratte, non nel senso però che esse fossero
esistenti in materie e che poi ne siano state astratte, ma nel senso che queste
forme hanno continuato ad essere in esso in atto e soltanto di esse si è fatta
imitazione nel campo della materia prima e delle altre materie, nel senso che
sono state donate in atto ad esse materie le forme che erano nell’intelletto
agente. E gli esseri esistenti, che si è proposto di produrre come primo scopo
nel nostro mondo sono proprio queste forme; tuttavia, poiché la loro produzione
non è possibile quaggiù se non in materie, furono create queste materie. Ora
queste forme sono nell’intelletto agente indivisibili, mentre nella materia
sono divisibili. Non si può negare che l’intelletto agente, pur essendo
indivisibile, o la cui essenza essendo fatta di cose indivisibili, doni alla
materia immagini di ciò che esiste nella sua sostanza, che essa materia
d’altra parte non riceve che come divisibile …
In ciò che è stato detto finora vi è un argomento da esaminare, cioè
che se queste forme potevano esistere senza materie, non c’era bisogno di
introdurle in materie. E come mai sarebbero discese esse dall’esistenza più
perfetta alla esistenza più imperfetta? … noi diciamo che tutte queste forme
sono in potenza nell’intelletto agente, e non bisogna che si capisca, dal
nostro dire qui ^in potenza ^, come se fosse nella potenza dell’intelletto
agente di ricevere queste forme, che arriverebbero ad esso in seguito, anzi noi
vogliamo dire che esso ha una potenza di introdurle nella materia come forme, e
questa è la potenza di agire sull’altro da sé. Or, dunque, esso è ciò che
le introduce come forme nelle materie, poi che cerca di avvicinarle a poco a
poco alla separazione fino a che si realizza l’intelletto acquisito. In questa
fase la sostanza dell’uomo, o l’uomo in ciò per cui si sostanzializza,
diventa la cosa più vicina all’intelletto agente: questa è la felicità
suprema e l’ultima vita; la quale consiste dunque nel fatto che arriva
all’uomo un’ultima cosa per la quale si sostanzializza e che si realizza per
lui la sua perfezione ultimissima, e cioè che l’ultima cosa per cui si
sostanzializza compie l’operazione di quest’ultima cosa per cui si
sostanzializza: questo è il significato dell’ultima vita”.
(Al-Farabi, Epistola sull’intelletto,
trad. it. di F. Lucchetta, Antenore, Padova, 1974, pp. 102-104).
Avicenna
Anche Avicenna (980-1037), nella sua produzione
enciclopedica (il suo Libro della guarigione consta di ben ventuno parti,
ciascuna delle quali costituisce un libro a se stante: al problema dell’anima
è dedicata la sesta sezione, che a sua volta consta di cinque trattati), ha
affrontato il tema dell’intelletto sostenendo tesi che hanno avuto larga
risonanza in Occidente. Riallacciandosi in modo complesso alla tradizione greca
(Alessandro e Filopono) e islamica (al-Kindi e al-Farabi), egli propone
un’articolata sequenza degli stadi di sviluppo dell’intelletto umano (quindi
tutti appartenenti a quest’ultimo e non entità distinte come nei
predecessori) che corrisponde ai quattro modi con i quali l’intelletto entra
in contatto con le forme intelligibili. All’inizio dunque vi è l’intelletto
materiale, “tabula rasa” priva di forme; segue l’intelletto “in habitu”
che è lo stato in cui l’intelletto possiede i principi logici quali
condizione per la successiva acquisizione degli altri intelligibili. Vi è poi
l’intelletto in atto che ha acquisito gli intelligibili secondi, anche se
ancora non li pensa, e, infine, l’intelletto acquisito che è lo stato in cui
l’intelletto pensa in atto gli intelligibili per il fatto di essere in
contatto con l’intelletto agente celeste. Mediante un atto di intuizione
compiuto dall’intelletto umano, gli intelligibili fluiscono in esso
dall’intelletto agente.
“Intelletto è un nome che si usa in sensi multipli.
Si chiana intelletto la salute mentale originaria
dell’uomo. La sua definizione è allora: una facoltà mediante la quale si
opera la distinzione tra il bello e il brutto. Si dice ancora intelletto ciò
che l’uomo acquisisce di leggi universali mediante l’esperienza e si
definisce: significati raggruppati nello spirito, premesse da cui si scoprono i
vantaggi e i fini. In altro senso si dice che intelletto è una lodevole
disposizione che appartiene all’uomo nei suoi movimenti, i suoi riposi, le sua
parola, la sua scelta.
1)
L’intelletto di cui parla Aristotele nel libro del sillogismo.
Esso differisce dalla scienza. Questo intelletto, egli dice, designa i concetti,
e gli assentimenti che provengono all’anima mediante lo spirito, mentre la
scienza è ciò che risulta da acquisizione esteriore. Poi vengono gli
intelletti ricordati nel libro dell’anima.
2)
e 3) L’intelletto speculativo e l’intelletto pratico. Il primo
è una facoltà dell’anima che riceve la quiddità delle cose universali in
tanto che esse sono universali. Il secondo è una facoltà dell’anima che è
principio motore della facoltà appetitivi, verso ciò che essa ha scelto di
particolare in ragione di un fine intravisto. Si chiamano intelletto anche
numerose forze dell’intelletto speculativo.
4)
l’intelletto materiale, facoltà dell’anima preparata a
ricevere le quiddità delle cose astratte dalle materie.
5)
L’intelletto in abito, che è l’intelletto materiale
perfezionato in modo da divenire
una potenza vicino all’atto mediante attuazione di ciò che Aristotele chiama
intelletto nel libro del sillogismo.
6)
L’intelletto in atto, che è il perfezionamento dell’anima in
una forma qualunque, ossia una forma intelligibile al punto di intendere
quest’ultima e racchiudere mediante l’atto la stessa allorché lo vuole.
7)
L’intelletto acquisito che è una quiddità astratta dalla
materia, la quale è fortemente impressa nell’anima come un’attuazione
proveniente dal di fuori.
8)
Gli intelletti che si dicono agenti, che sono tutti quiddità
completamente pure da materia.
Ed ecco la definizione dell’intelletto agente: esso è,
in quanto intelletto, una forma sostanziale la cui essenza è di essere quiddità
pura da ogni mescolanza con la materia e ciò per se stesso e non per astrazione
che altri ne faccia fuori dalla materia e delle connessioni della materia, al
modo che viene ottenuta la quiddità di ogni ente. In quanto intelletto agente
esso è una sostanza avente l’attributo di cui abbiamo parlato ed a cui
appartiene il compito di far passare, illuminandolo, l’intelletto materiale
dalla potenza all’atto”
(Avicenna, Libro della guarigione, in Grande Antologia filosofica,
IV, Marzorati, Milano 1976, pp. 1077- 8)
Averroè
Il problema dell’intelletto riceve una decisa
formulazione nell’opera di Averroè (1126-1198), che lo affronta nel suo lungo
e complesso lavoro ermeneutico sia dei testi di Aristotele sia della tradizione
successiva, greca e islamica. Si può dire che le soluzioni che egli fornì a
questa questione ebbero un impatto decisivo sul corso di gran parte del pensiero
filosofico posteriore, specialmente nell’occidente cristiano dove il dibattito
proseguì fino al Cinquecento. Il nodo principale su cui si concentra tutta
l’attenzione degli interpreti è il passo di De anima III 5 in cui
Aristotele parla di un “intelletto in potenza” separato da un “intelletto
in atto”: questa distinzione (che in Aristotele ha forse un valore
prevalentemente metodico in vista di una teorizzazione completa del processo che
conduce al prodursi del pensiero umano) nella successiva tradizione esegetica
greca (Alessandro di Afrodisia e Temistio) che verrà recepita dagli arabi, si
trasformerà in un dualismo di sostanze, di realtà oggettive.
Averroè è soprattutto interessato a definire la natura
dell’intelletto in potenza (o materiale), che Alessandro concepiva come una
pura disposizione priva di forma propria e Temistio come una sostanza separata
al pari di quello agente. Nel corso del suo lavoro esegetico, Averroè ha
fornito diverse letture del passo aristotelico. All’inizio egli è propenso a
sostenere una posizione vicino a quella alessandrinista: non possedendo forma
alcuna, la potenza intellettiva non può essere una sostanza, ma solo una
disposizione connessa non al corpo ma all’immaginazione. Da questa prospettiva
l’intelletto agente può produrre l’astrazione delle forme agendo su quelle
immaginate (cioè sulle rappresentazioni mentali degli esseri individuali
presenti nella mente) in quanto queste ultime hanno già in potenza la
disposizione a divenire forme astratte.
In seguito però egli si trovò a considerare che, pur non
essendo nulla in atto, l’intelletto doveva però essere qualcosa, perché
altrimenti l’intelligenza umana non si sarebbe costituita se non in seguito al
processo di attualizzazione. Se Aristotele afferma che l’intelletto può
pensare sia la forma sia la sua privazione, sorge immediata l’obiezione che
se vi fosse intelligenza solo dopo l’attualizzazione da parte di una
forma, non si potrebbe conoscere la sua privazione: di qui l’avvio ad
attribuire all’intelletto materiale uno statuto ontologico più consistente,
sotto forma di un compromesso tra le due soluzioni (entrambe insoddisfacenti se
prese ciascuna di per sé) di Alessandro e Temistio. L’intelletto in potenza
sarebbe così sia una disposizione che una sostanza, dal momento che la sua
natura deve essere cercata nell’unione della disposizione con l’agente
capace di realizzarla, unione che viene a determinare l’identificazione tra i
due termini (l’agente e il principio passivo).
L’ultima tappa della ricerca, vede Averroè avvicinarsi allo posizione di
Temistio: di quest’ultimo non può essere accolta la dottrina della
sostanzialità del pensiero separato dall’uomo ed esistente fuori di lui (così
si perde la dimensione individuale del pensiero), ma va conservata la natura
sostanziale dell’atto intellettivo giacché il pensiero radica
nell’individuo la sua universalità. Le cose devono allora essere intese in
questo modo: le immagini sono principi che forniscono un input all’intelletto
e lo mettono in movimento, nel senso che l’intelletto agente illumina la forma
immaginata che, a sua volta è afferrata dall’intelletto materiale. In
definitiva l’immagine individuale stimola l’attività dell’intelletto
materiale quale potenza recettiva universale (o “quarto genere d’essere”),
che in tal modo si presenta come perfezione universale dell’uomo, di tutti gli
uomini insieme: quindi è eterno, come lo è l’umanità. Il pensiero così ha
due soggetti, uno che proviene da ogni individuo pensante e che è principio di
movimento, e un altro che è sostrato dell’intelligibile ed è universale.
Ogni uomo pensante non fa dunque che tradurre in atto l’intelletto della
specie umana: può apparire disperso nei vari individui, ma in realtà
rappresenta una sola e identica natura. Ne consegue che tale teoria
dell’unicità dell’intelletto porta inevitabilmente alla negazione di ogni
forma di sopravvivenza dell’individuo dopo la morte, mentre la vita futura
deve essere attribuita solo all’intelletto universale: con ciò la dottrina di
Averroè entrava in netta collisione con ogni ortodossia religiosa, sia
musulmana che cristiana.
“Avendo dichiarato [Aristotele] che l’intelletto
materiale non ha forma di cosa materiale (...) intende che quella parte
dell’anima che si chiama intelletto materiale non possa avere nessuna natura né
essenza in cui consista in quanto materiale, se non la natura della potenzialità
(o prontitudine) essendo privo di tutte le forme materiali e intelligibili. E ..
intendo, quando dico intelletto, quella forza o facoltà dell’anima che
propriamente si chiama intelletto (...) quella facoltà per la quale discerniamo
e conosciamo le cose contemplative stesse e pensiamo che le cose pratiche sono
da farsi. (...) Dunque, la definizione dell’intelletto materiale deve essere
questa, essere esso cioè ciò che è in potenza rispetto a tutti i concetti
delle cose materiali e universali e non è alcuno degli enti in atto prima che
ne abbia intellezione. E se questa è la definizione dell’intelletto
materiale, segue che l’intelletto stesso differisce in alcunché dalla materia
prima e se ne distingue, secondo il parere di Aristotele.
Ed in primo luogo, poiché l’intelletto è in potenza rispetto a tutti i
concetti delle forme universali materiali, mentre la materia è in potenza
rispetto a tutte le forme sensibili; in secondo luogo perché l’intelletto
materiale distingue le forme che riceve, mentre la materia nulla distingue né
apprende. E la causa per la quale questa natura distingue e discerne mentre la
materia prima nulla conosce e discerne, è che la materia prima riceve forme
diverse singolari e individue, l’intelletto invece riceve forme universali. Di
qui si può desumere che questa natura non è nulla di singolare o di individuo;
né corpo né potenza in un corpo poiché se ciò dovesse essere riceverebbe le
forme in quanto singolari, diverse e individuali; e quelle che sono in lui
sarebbero intelligibili in potenza e così non conoscerebbe né distinguerebbe
la natura delle forme in quanto forme, come avviene nelle forme particolari,
siano esse spirituali, siano esse materiali. Perciò è necessario che questa
natura che viene chiamata intelletto riceva le forme stesse, ma in un modo
diverso da quello in cui queste materie ricevono le forme che ricevono, le quali
forme sono quindi contenute e trattenute nella materia stessa in quanto la
materia prima viene mediante esse determinata. Non occorre dunque che esso sia
del genere di quelle materie in cui è inclusa … poiché , se così fosse,
sarebbe allora dello stesso genere nell’una e nell’altra il ricevere delle
forme poiché la diversità della cosa ricevuta porta a concludere per la
diversità della cosa ricevente. (..) Per questa ragione Teofrasto, Temistio ed
altri vari espositori sono stati indotti a ritenere essere l’intelletto
materiale una sostanza ingenita e corruttibile, poiché ogni generato e
corruttibile è singolare individuo; ma non è a nessuno nascosto che lo stesso
intelletto non è cosa individua e singolare a un corpo e potenza in un corpo
(…) Ma poiché inoltre videro che Aristotele diceva che se vi è un intelletto
in potenza occorre che vi sia un intelletto in atto (che è lo stesso intelletto
agente che estrae l’intelletto che è in potenza dalla potenza all’atto) ..
perciò sono stati anche indotti a ritenere che questo terzo intelletto che
l’intelletto agente produce e rende ricevente l’intelletto materiale, e cioè
l’intelletto speculativo, sarebbe eterno, perché essendo eterno il ricevente
e l’agente, sarebbe necessario che fosse eterno anche il prodotto. (…) La
questione poi circa il modo in cui gli intelligibili speculativi siano
generabili e corruttibili mentre lo stesso generatore e ricevente è eterno, e
che cosa costringa a porre un intelletto agente ed uno ricevente se non vi è
nulla di generato, questa questione, dico, non sorgerebbe se non vi fosse
alcunché di altro che fosse la causa per la quale gli intelligibili hanno
l’essere.
Ma poiché tali intelligibili risultano da due cose, di cui l’una generata e
l’altra ingenerata, e tale affermazione procede dal processo naturale, in
quanto, come dice Aristotele, la concezione che avviene mediante l’intelletto
è come l’apprensione che avviene mediante il senso e l’apprensione o
cognizione che si perfeziona col senso ha due soggetti di cui uno è quello per
cui il senso è vero, cioè il sensibile che esiste fuori dell’anima;
l’altro è quel soggetto per il quale lo stesso senso è una forma esistente
ed il primo atto dello stesso senziente; così pure occorre che vi siano due
soggetti degli intelligibili esistenti in atto, di cui uno è quel soggetto per
il quale quegli intelligibili sono veri, cioè le stesse forme; l’altro poi è
quel soggetto per il quale gli stessi intelligibili divengono un ente nel mondo,
cioè l’intelletto materiale. (..) E tale rapporto si osserva con più
esattezza nella sua somiglianza tra il soggetto del senso della vista, che la
promuove, e la stessa vista; e il soggetto della intellezione, che la promuove,
e l’intelletto stesso. Poiché, come il soggetto della vista, che la promuove,
cioè il colore, non la promuove se lo stesso colore non si riduca colore in
atto, dopochè fu colore in potenza, mediante la presenza della luce, così pure
i concetti in immagine non muovono l’intelletto materiale se non vengono
ridotti intelligibili in atto dopo che furono intelligibili in potenza. E per
questo Aristotele fu costretto a porre un intelletto agente come sarà mostrato
più avanti, il quale estrae tali immagini (o intensioni) dalla potenza
all’atto. Come dunque il colore che è in potenza non è atto prima dei colori
stessi che sono immagine o fantasma dello stesso sensibile, ma quel soggetto che
si perfeziona mediante il colore è la stessa vista, così pure quel soggetto
che si perfeziona con le cose intelligibili non sono i concetti in immagine, che
sono intelligibili in potenza, ma è lo stesso intelletto materiale che si
perfeziona mediante gli stessi intelligibili; e la ragione di ciò è la stessa
che quella dei colori rispetto alla virtù visiva. Se dunque le cose
stanno nel modo che abbiamo detto, ne segue che gli intelligibili che sono in
atto, cioè i primi principi speculativi non sono generabili e corruttibili se
non in ragione del soggetto nel quale sono veri; non in ragione del soggetto nel
quale sono un ente, e cioè l’intelletto materiale.
La seconda questione poi, circa l’essere l’intelletto
materiale uno di numero in tutti gli individui, non generabile e corruttibile e
che gli intelligibili in esso esistenti in atto, cioè l’intelletto
speculativo, sono numerati secondo la numerazione degli uomini individui,
generabili e corruttibili secondo la generazione e corruzione degli individui,
questa questione è parecchio difficile e ardua. Se infatti ammettiamo che un
tale intelletto materiale sia numerato secondo la numerazione degli uomini
individui, ne conseguirà doversi ammettere essere esso qualcosa di individuo
singolare o corpo o virtù in un corpo; e se sia qualcosa di individuo, allora
sarà un concetto intelligibile in potenza; il concetto poi intelligibile in
potenza è il soggetto che muove l’intelletto ricevente, non il soggetto
mosso. Se dunque ammettiamo che il soggetto ricevente sia qualcosa di individuo
singolare, ne seguirà che una cosa riceva, come dicemmo, se stessa, il che è
impossibile. Ed anche, se ammettessimo che la stessa riceva se stessa, verrebbe
a ricevere se stessa in quanto divisibile; e così la virtù dell’intelletto
stesso sarà la stessa della virtù del senso, o non vi sarà alcuna differenza
tra l’essere della stessa forma fuori dell’anima e nell’anima poiché
questa materia individuale non riceverà forme se non particolari e individuali. E
questa è una di quelle cose che attestano che Aristotele ritenesse che questo
intelletto non è un concetto individuale.
Ma se avremo ammesso che non si numera con la numerazione degli uomini
individui, seguirà che il suo rapporto di fronte a ogni individuo esistente
nella sua ultima perfezione nella generazione sia lo stesso unico rapporto, e
così, se alcuno di questi individui avrà conseguito qualche intelligibile,
occorrerà che quello stesso intelligibile conseguito da quell’individuo sia
conseguito da tutti gli individui, poiché, se la continuazione in quegli
individui dipenderà dalla continuazione dell’intelletto materiale con essi,
che si verifica al momento stesso che la continuazione e aderenza dell’uomo
con il concetto sensibile accade mediante la continuazione della prima perfezione del senso con colui che riceve il
concetto sensibile, ecco che la presenza dello stesso intelletto e la sua
continuazione con gli intelligibili che sono in atto in un certo tempo nella
loro ultima perfezione dovrà essere la medesima continuazione. Nulla infatti si
trova qui che crei una diversità e distinzione (un’alietà) nel rapporto di
continuazione tra queste due cose continuate, per cui sarà necessario che
quando tu abbia conseguito qualche intelligibile, anche io lo abbia conseguito;
il che è impossibile. (…)
Conviene quindi ritenere che, se vi sono sostanze animate il cui primo atto sia
una sostanza separata dai suoi soggetti, come si ritiene dei corpi celesti, sia
anche impossibile che in una sola specie di loro si trovino più individui,
poiché se nella loro specie si trovasse più di un individuo, come in un corpo
che è mosso da uno stesso motore, il loro essere sarebbe inutile poiché il
loro moto è per un solo fine (..). E questo è il concetto di Aristotele,
esposto nel L. I del trattato “Del cielo e del mondo”, cioè che se vi fosse
un altro mondo occorrerebbe un altro corpo celeste e se vi fosse un altro corpo
celeste occorrerebbe un motore diverso da quello che muove quel corpo ed allora
il motore del corpo celeste medesimo sarebbe materiale e si muoverebbe con il
numero dei corpi celesti. Perciò l’artista non si serve di più strumenti in
quanto da lui non proviene che un’azione. (..) E così stando le cose quale
via vi è per risolvere questa difficile situazione?
Diciamo dunque che è manifesto che l’uomo non è intelligente in atto se non
per la continuazione dell’intelletto con lui in atto. Ed è anche manifesto
che la materia e la forma si copulano reciprocamente in modo che il loro
congregato sia unico; e massimamente ciò accade tra l’intelletto materiale e
il concetto intelligibile in atto. Ciò infatti che è composto da essi non è
un qualcosa di terzo rispetto ad essi, come avviene degli altri composti di
materia e forma. La continuazione dunque dell’intelletto con l’uomo è
impossibile che avvenga se non mediante la continuazione dell’una o
dell’altra di queste due parti con esso, cioè la parte che si comporta
rispetto ad esso come materia e la parte che si comporta rispetto ad esso come
forma. Ed essendo stato dichiarato con le obiezioni suddette essere impossibile
che l’intelletto si copuli con ognuno degli uomini e si numeri per la
numerazione di essi per la parte che si comporta rispetto ad esso come forma,
cioè l’intelletto materiale, resta che la continuazione degli intelligibili
con noi uomini avvenga mediante la copulazione dei concetti intelligibili con
noi; e cioè di quella parte dei concetti immaginati che esiste in noi la quale
talvolta si comporta come forma. E perciò quando diciamo che il fanciullo è
intelligente in potenza, si può intendere ciò in due modi: in un modo nel
senso che le forme immaginate che sono in lui sono intelligibili in potenza; in
altro modo nel senso che l’intelletto materiale che è atto a ricevere
l’intelligibile stesso da quella forma immaginativa è un ricevente in potenza
e continuato con noi in potenza. Risulta da quanto dicemmo che il primo atto
dell’intelletto differisce dai primi atti delle altre virtù e che questo nome
di atto si dice di esso in un certo senso equivoco, contrariamente a ciò che
ritenne Alessandro. E perciò Aristotele disse nella definizione dell’anima
che essa è l’atto primo di un corpo fisico organico; ma non fu dimostrato se
lo stesso corpo sia perfezionato mediante tutte le virtù allo stesso modo o se
vi sia una qualche virtù mediante cui esso non è perfezionato o lo sia in
altro modo.
Quella attitudine poi rispetto agli stessi intelligibili che esiste nella virtù
immaginativa si assomiglia a quelle attitudini che si trovano in altre virtù
dell’anima, cioè che sono i primi atti o perfezioni delle altre virtù
dell’anima, poiché nell’uno o nell’altro genere di attitudini si genera
la stessa attitudine e si corrompe secondo la generazione e corruzione
dell’individuo e infine si numera secondo la sua numerazione. Tuttavia in ciò
differiscono: che la prima attitudine esiste nello stesso motore in quanto
motore; e cioè quella attitudine che esiste negli stessi concetti di immagine.
Ma la seconda attitudine esiste solo nello stesso ricevente ed è
quell’attitudine che esiste negli atti primi delle altre virtù dell’anima.
(..) Queste due attitudini tuttavia differiscono tra loro come differisce il
cielo dalla terra in quanto una è attitudine nello stesso motore ad essere
motore, l’altra è attitudine che esiste nello stesso mobile onde sia mobile e
ricevente. Conviene perciò credere ciò che già apparisce dalle parole di
Aristotele, che nella stessa anima si trovino due parti dello stesso intelletto
delle quali una è quella che riceve, la quale è quella di cui qui abbiamo dato
dimostrazione; l’altra che agisce, ed è quella che fa che quei concetti che
sono nella virtù immaginativa muovano l’intelletto materiale in atto dopochè
erano moventi in potenza, come apparirà poi dalle parole di Aristotele; e
apparirà anche che queste due parti sono ingenerabili e incorruttibili e che il
rapporto dello stesso agente al ricevente è come il rapporto della stessa forma
alla stessa materia, come sarà provato. (…)
[Perciò] si deve ritenere che nell’anima vi sono tre parti di intelletto, di
cui la prima è l’intelletto ricevente, la seconda l’intelletto agente e la
terza l’intelletto adepto (o speculativo). E di queste tre, due sono eterne,
cioè l’agente e il ricevente, la terza è in parte generabile e corruttibile,
in parte eterna.
Ma poiché da quanto sopra siamo indotti a ritenere che l’intelletto materiale
è uno in tutti gli individui ed anche che la specie umana sia eterna, come
altrove è stato dichiarato, occorrerà perciò che l’intelletto materiale non
possa essere privato dei principi universali noti per natura a tutta la specie
umana, cioè delle prime proposizioni e concetti singolari comuni a tutti,
essendo tali intelligibili uno in rapporto al ricevente, mentre sono più in
rapporto al concetto di ciò che è ricevuto.
Secondo il modo dunque per il quale questi intelligibili sono unici in esso,
essi sono di necessità eterni, non separandosi l’essere stesso dal soggetto
ricevuto, cioè dallo stesso movente che è lo stesso concetto delle forme
immaginate medesime; e non vi è qui alcun impedimento. Perciò non avrà luogo
nessuna generazione e corruzione se non in ragione della molteplicità
contingente agli individui, non già in ragione dell’essere essi uno solo in
esso. Se quindi qualcosa dei primi intelligibili o prime nozioni si corrompe per
la corruzione del suo soggetto per il quale questo qualcosa è congiunto e
copulato con noi ed è vero e uno (cioè in rapporto ed in ragione di alcun
individuo) è necessario ammettere che quell’intelligibile sia corruttibile in
senso assoluto, ma corruttibile rispetto ed in ragione del particolare
individuo; ed in tal modo possiamo dire che l’intelletto speculativo è uno in
tutti.
Ma se consideriamo tali intelligibili in quanto hanno
l’essere assoluto e non in ragione dei particolari individui, allora veramente
si dirà avere essi una esistenza eterna, e che essi non siano talvolta
intelligibili e talvolta no, ma allo stesso modo esistano sempre. Sembra infatti
che essi abbiano un certo essere intermedio tra quello passeggero e quello
permanente poiché in ragione di quanto avranno di corruzione nel loro ultimo
atto di perfezione sono generabili e corruttibili, ma in ragione di ciò che
sono unici nel numero sono eterni.
Questo poi così sarà se noi ammettiamo che l’ultimo atto che ha luogo nello
stesso uomo si comporti come quegli intelligibili che sono comuni a tutti, cioè
in modo che l’essere del mondo sia anche l’essere dello stesso individuo. E
che ciò sia impossibile non è dimostrato, ma chi lo affermi potrà portare
ragioni abbastanza evidenti e probabili da tranquillizzare l’animo, poiché,
come la scienza e l’essere sono un qualche cosa di proprio allo stesso uomo
come anche le arti in certi modi loro propri sembrano essere inerenti allo
stesso uomo, così si ritiene che l’universo abitato non possa essere privo di
qualche abito di filosofia, come si deve ritenere che esso non possa essere
privo delle arti naturali in quanto, sebbene in alcune parti manchino le arti
stesse, ad esempio nel quadrante settentrionale della terra, non per questo ne
sono privi gli altri quadranti; ed è stato provato che nella parte meridionale
possono esservi abitanti come nella parte settentrionale.
Forse dunque la filosofia si troverà perfetta nella parte
maggiore di un soggetto in ogni tempo, come l’uomo è generato dall’uomo e
il cavallo da un cavallo. L’intelletto speculativo è dunque ingenerato e
incorruttibile sotto questo riguardo. E, per dirla in una parola, l’intelletto
agente che crea gli intelligibili si comporta come l’intelletto che discerne o
distingue e divide e riceve gli intelligibili, poiché come l’intelletto
agente non cessa mai di creare e generare gli intelligibili in senso assoluto,
sebbene a tale generazione sfugga qualche soggetto, così pure si comporta
l’intelletto che divide e discerne.
E questo volle Aristotele nel libro I di questo trattato quando disse che entro
di esso vi è qualche altra cosa soggetta a corruzione, ma esso intelletto è
impassibile. E Aristotele intende con ciò che dice “qualche altra cosa” le
stesse forme immaginative dell’uomo. E con ciò che diceva “intendere”,
intendeva lo stesso ricevere che sempre si trova nell’intelletto materiale,
della qual recezione si mette a dubitare allorché in quel capitolo disse: “e
noi ci ricordiamo perché esso è alcunché di impassibile”; l’intelletto
passibile è infatti corruttibile altrimenti infatti non intenderebbe nulla. E
Aristotele intende per intelletto possibile la stessa virtù immaginativa, come
poi si vedrà.
Egli poi ritiene che nulla impedisce all’anima di essere
immortale; ma s’intende: l’intelletto speculativo. (...)
La terza questione poi se l’intelletto materiale è un qualche ente non
essendo alcuna forma materiale né la stessa materia prima, così si risolve: si
deve ritenere che questo è un quarto genere di esistenza e che come l’ente
semplice si divide in materia e forma, così pure l’ente intelligibile si
divide in quelle due cose che a queste si assomigliano e cioè ciò che si
assomiglia alla materia e ciò che si assomiglia alla forma. Questo poi è
necessari che così si verifichi in ogni intelligenza separata che intende
qualche cosa di altro da sé, poiché altrimenti non vi sarebbe pluralità nelle
stesse forme separate; e per ciò fu provato nella prima filosofia che non vi è
forma astratta che sia semplicemente e del tutto priva di qualche potenza
all’infuori della prima forma che non intende nulla fuori di sé, essendo il
suo essere quiddità, mentre nelle altre forme l’essere in qualche modo si
distingue dalle quiddità. E se no vi fosse tal genere di enti che conosciamo
dalla scienza dell’anima non potremmo intendere la molteplicità delle cose
separate come anche, se ignorassimo questa natura dello stesso intelletto, non
potremmo intendere che quelle virtù motrici separate devono possedere una
qualche intelligenza.
E molti moderni non ebbero presente ciò, tanto che ignorarono quanto Aristotele
dice nel suo libro sulla prima filosofia, in cui afferma che le forme separate
che muovono i corpi celesti devono essere di numero tante quanti sono gli stessi
corpi celesti. E perciò la scienza dell’anima è qualcosa di necessario alla
scienza della prima filosofia. E questo intelletto ricevente deve inoltre
intendere necessariamente l’intelletto che è in atto poiché se intende le
forme materiali, tanto più deve intendere le forme immateriali; e ciò che
intende delle forme separate, ad esempio dall’intelletto agente non gli
impedisce di intendere le forme materiali.
La proposizione poi che dice che il ricevente non deve avere in atto nulla di ciò
che riceve non si dice in senso assoluto, ma sotto condizione, e cioè che non
è necessario che lo stesso ricevente non sia alcunché in atto del tutto, ma
che non sia in atto alcunché di ciò che riceve, come dicemmo sopra. Devi anzi
sapere che il rapporto dell’intelletto agente a questo intelletto materiale è
il rapporto della luce al diafano; e il rapporto delle forme materiali ad esso
è il rapporto del colore al diafano. Al modo infatti che la luce è perfezione
del diafano, così l’intelletto agente è perfezione dell’intelletto
materiale. E come il diafano non è mosso dal colore né lo riceve se non quando
splende, così questo intelletto non riceve gli intelligibili che sono qui se
non secondo che è perfezionato da quell’intelletto
ed è da esso illuminato. Ed al modo che la luce fa che il colore in
potenza sia in atto in modo che possa muovere il diafano, così l’intelletto
agente fa che i concetti intelligibili in potenza divengano in atto così che
l’intelletto materiale li riceva. Così dunque si deve intendere
l’intelletto materiale e l’intelletto agente.
E quando l’intelletto materiale ha conseguito la
perfezione congiungendosi con l’intelletto agente ecco che noi siamo così
congiunti con l’intelletto agente. E questa attitudine si dice abito o
acquisizione o intelletto adepto, come vedremo.
E questo modo secondo cui ponemmo l’essenza dell’intelletto materiale
risolve tutte le questioni che capitano in ciò che ponemmo che l’intelletto
è uno e molti poiché se ciò che è intelligibile presso di me e presso di te
fosse la stessa cosa in ogni senso ne seguirebbe che quando io avessi scienza di
un intelligibile, tu pure l’avresti, ed altre simili incongruenze. Oppure se
diciamo che lo stesso intelligibile si moltiplica secondo la molteplicità degli
esseri conoscenti, allora seguirà che lo stesso intelligibile sarà presso di
me e presso di te uno nella specie e due nel numero. E così oltre a una cosa
intelligibile vi sarebbe un’altra cosa intelligibile e così all’infinito.
(…) Ma ammettendo che la cosa intelligibile che è presso di me e presso di te
è molteplice per il soggetto in quanto è vera, e cioè in quanto è forma
dell’immaginazione che è una nel soggetto in quanto è intellezione esistente
e materiale, così tutte queste questioni si risolvono interamente.”
(Averroè, Commento grande al De anima di
Aristotele, in Grande Antologia Filosofica, cit., pp. 1108-1119)
Maimonide
Ne corso del XII secolo l’aristotelismo si diffuse, per
effetto dell’influenza islamica, anche nella cultura ebraica, contrapponendosi
(o sovrapponendosi, con le conseguenti contaminazioni) al precedente filone
neoplatonico (rappresentato soprattutto da ibn-Gebirol), molto presente negli
ambienti cabalistici, con cui entrerà spesso in aperta polemica. Come per
cristiani e musulmani, anche per i pensatori ebrei la questione fondamentale era
rappresentato dalla ricerca di un possibile accordo tra la filosofia dello
Stagirita e la Scrittura: ciò significa che la discussione dei singoli problemi
(come quello dell’intelletto) è fortemente condizionato da questa
preoccupazione, comunque orientata a risolvere tale problema. Detto questo,
bisogna poi precisare che l’approccio alle dottrine di Aristotele non è
(almeno all’inizio) diretto (generalmente non ci si serve delle traduzioni
dall’arabo), ma mediato attraverso l’interpretazione del pensiero
tardoantico e islamico (e col tempo anche scolastico latino): dunque si verrà a
costituire una sorta di milieu comune alle tre religioni monoteiste in cui la
discussione filosofica si svolge (pur con le inevitabili particolarità) sulla
base di una certa omogeneità teoretica e continuità problematica, con
frequenti e proficui scambi di concetti e tesi risolutive.
L’autore che indubbiamente rappresenta un punto di
riferimento obbligato per tutta la riflessione ebraica (non solo medievale, ma
successiva tanto da essere chiamato “il secondo Mosè”) è Maimonide
(1138-1204), autore di numerose opere ma soprattutto di una Guida dei
perplessi, il suo capolavoro, in cui, cercando di adeguare il pensiero
islamico ai caratteri essenziali del giudaismo (non si dimentichi che era nato
in Andalusia e visse sempre in ambiente musulmano),
tenta di realizzare per quest’ultimo un progetto di razionalizzazione
alla luce della sapienza greca, da ritrovare, mediante un’esegesi allegorica,
dietro le righe del testo biblico. Secondo Maimonide Mosè è il filosofo per
eccellenza quando (Es. 33, 13-8) chiede a Dio di poterlo conoscere e vedere la
sua Gloria: tuttavia per l’uomo ciò significa non accedere alla sua essenza
(su questo punto Maimonide sostiene una rigorosa linea di teologia negativa), ma
all’apprendimento delle sue azioni. Conoscere le azioni di Dio significa
conoscere le sue creature e quindi la differenza tra loro e il Creatore: ogni
branca del sapere ci insegna cosa si debba negare a Dio, così come ogni scienza
è un aspetto del cammino che conduce a Lui. Conoscere le azioni di Dio
significa conoscere le scienze, e queste sono in generale propedeutiche alla
metafisica: infatti da un lato fisica e astronomia ci insegnano come Dio muova
il mondo con la mediazione degli intelletti separati, dall’altro l’analisi
del processo conoscitivo ci porta a concludere che in Lui pensiero, soggetto
pensante e oggetto pensato, separati nell’uomo, sono invece uniti.
Quest’ultimo punto è di particolare rilevanza per i nostri fini, giacché
confrontando il pensiero umano col pensiero divino, comprendiamo cosa sia questo
spiegando il procedimento di quello: in tal modo quel Dio che in un primo
momento appariva totalmente inaccessibile e in conoscibile, risulta ora più
vicino a noi. Dunque Maimonide spiega che l’uomo è intelligente in potenza,
ossia che è presente in lui qualcosa che può diventare pensiero: dapprima ha
la sensazione di un oggetto cui fa seguito un giudizio (ha l’immagine di un
oggetto che poi riconosce per quello che è). Il processo conoscitivo si
conclude quando il soggetto produce una nozione intelligibile, ottenuta
ricavando dalla sensazione la forma astratta dalla materia, spogliata dei
caratteri individuali: solo allora l’oggetto è stato pensato. Delle dieci
categorie aristoteliche si deve ritenere solo la sostanza: da essa si deve
eliminare la materia conservando la forma. A questo punto vi è assoluta unità
tra intelletto (pensiero), intelligente (soggetto pensante) e intelligibile
(oggetto pensato) in quanto il pensiero della forma è questa stessa forma e il
soggetto che pensa questa forma è, a sua volta, la stessa cosa di questa forma.
Per passare dall’intelletto in potenza all’intelletto in atto, l’uomo ha
bisogno dell’intelletto separato, entità immateriale che presiede ai destini
terreni: dunque al momento dell’intellezione, noi siamo (sia pure in misura
infinitamente piccola) simili a Dio, dal momento che come in Lui, anche in noi
si produce quell’unità di cui abbiamo detto più sopra. Tale analogia tra
intelletto divino e umano fa sì che quest’ultimo possa collegarsi, almeno
dopo la morte, ad un ordine eterno, quello stabilito dall’Intelletto Agente,
ingenerato e incorruttibile. Maimonide giustappone così due idee aristoteliche:
quella per cui Dio pensa solo se stesso (in questa autosufficienza sta la sua
superiorità rispetto alle altre sostanze) e quella per cui conosce il mondo e
le sue leggi, essendone Lui la causa e il fine (in Aristotele invece Dio, motore
immobile, muove il mondo senza che questo sia oggetto della sua intellezione o
di un suo intervento).
“Ora, poiché è dimostrato che Dio – sia egli
glorificato! – è intelletto in atto, e poiché in lui non vi è assolutamente
nulla che sia in potenza …, per cui è impossibile che egli sia ora soggetto
dell’intellezione ora no – ché, al contrario, egli è sempre intelletto in
atto -, ne consegue che egli e la cosa intelletto sono una sola e identica cosa,
ossia la sua essenza; e, d’altro canto, questo stesso atto di intellezione, in
virtù del quale egli è detto intelligente, è lo stesso intelletto, che è la
sua essenza. Di conseguenza, ègli è senza posa intelletto, intelligente e
intelligibile [ossia, intelletto, soggetto e oggetto dell’intellezione]. È
chiaro, quindi, che se si dice che l’intelletto, il soggetto dell’intellezione
e l’oggetto dell’intellezione sono una sola e identica cosa, questo si
applica non solo al Creatore, ma ad ogni intelletto. anche in noi, il soggetto
dell’intellezione, l’intelletto e l’intelligibile sono una sola e identica
cosa, ogniqualvolta noi abbiamo un intelletto in atto. Noi, però, passiamo
intellettualmente dalla potenza all’atto solo a intervalli. Allo stesso modo,
anche l’intelletto separato –vale a dire l’intelletto attivo (universale)
– incontra talvolta un impedimento alla propria azione e, per quanto tale
impedimento non venga da lui stesso, ma dall’esterno, esso è pur sempre una
certa perturbazione (che sopravviene) accidentalmente a questo intelletto. ….
quanto appartiene solo a Dio ed è specificamente suo è l’essere sempre
intelletto in atto e il non provare alcun impedimento, proceda esso dalla sua
essenza o da altro, all’atto di intellezione. Ne consegue che egli è sempre e
costantemente intelligente, intelletto e intelligibile; la sua stessa essenza è
il soggetto dell’intellezione, ed insieme oggetto dell’intellezione, nonché
intelletto – come ha da essere ogni intelletto in atto”
(Maimonide, Guida dei perplessi”, citato da C. Sirat, La filosofia
ebraica medievale, Paideia, 1990, pp. 236-7).
Gersonide
Erede della lezione aristotelica di Maimonide fu Levi ben
Gershom (Gersonide, 1288-1344), autore di un’opera ponderosa dal titolo Le
guerre del Signore: dei sei libri di cui è composta, il primo è dedicato
all’anima e al problema della conoscenza. Riprendendo e discutendo i risultati
delle dottrine di Maimonide ed Averroè, egli affronta la questione se l’anima
umana possa già in questa vita, mediante la congiunzione con l’Intelletto
Agente, raggiungere l’eternità o lo possa solo dopo la morte (sia pure, come
voleva Averroè, perdendo la propria individualità): per la sua soluzione è
indispensabile definire cosa sia l’intelletto in rapporto all’anima umana.
Se questa è l’ultimo livello delle anime che si susseguono nella materia, e
se esse si dispongono in forma gerarchica di modo che ciascuna costituisca il
sostrato di quella immediatamente superiore, allora si può dire che, con
l’intermediazione della materia, vi sia una successione necessaria di forme,
ciascuna delle quali è in potenza quella successiva, più complessa e più
pura. In questa prospettiva, la materia, con l’intermediazione dell’anima
razionale, è il supporto dell’intelletto potenziale: ma poiché l’anima
razionale è parte di quella immaginativa che, a sua volta, è parte di quella
sensitiva, quest’ultima risulta essere il supporto delle altre e, di
conseguenza (visto che ciascuna è attirata dalla superiore verso una certa
perfezione), anche dell’intelletto potenziale. Indubbiamente l’anima che fa
da supporto all’intelletto in potenza, pur necessaria alla sua esistenza, non
è sufficiente per la ricezione degli intelligibili: tuttavia, si può asserire
che, con tale ricezione, essi sia in grado di conferire all’anima razionale
l’immortalità che è loro intrinseca? Su tale questione Gersonide assume una
posizione del tutto originale: l’Intelletto Agente, riunendo in sé la legge e
l’ordine di questo mondo sublunare, fa passare all’atto l’intelletto
potenziale. Se questi progredisce nella conoscenza degli intelligibili
aggiungendone uno all’altro (e in tal modo assembla via via un frammento
dell’ordine universale agli altri), è perché è incapace di cogliere la
legge che regge il mondo nella sua unicità e interezza, dovendo perciò
ricorrere ai sensi per raggiungere l’intelligibile. Invece l’intelletto
Agente, in quanto possiede tutte le forme del mondo inferiore nel loro ordine e
legge, è anche colui che, come una forza divina, è il “creatore” degli
enti esistenti nella misura in cui le dona loro. Per svolgere tale funzione esso
ricorre ad uno strumento, il calore naturale, a cui conferisce l’anima secondo
un ordine e una legge che sono da lui conosciuti in se stessi e nel loro fine.
Poiché tutte le sfere celesti concorrono alla mescolanza degli elementi del
mondo sublunare, preparandolo a ricevere le forme, così le rispettive
intelligenze motrici partecipano all’emanazione dell’Intelletto Agente: per
questo, derivando da tale insieme, esso nel conoscere immediatamente se stesso,
conosce – mediatamente - anche
gli altri intelletti e il mondo celeste. Quanto alla scienza comunicata
dall’intelletto Agente a quello potenziale, se nel primo è eterna nel secondo
sarà generata, e, una volta costituitasi, sia immortale che individuale. Ciò
è possibile in quanto l’intelletto acquisito è una perfezione che è
rappresentazione intelligibile esclusivamente mentale e poiché i concetti sono
coincidenti con la definizione dell’oggetto qual è incluso nel piano
dell’universo pensato dall’Intelletto Attivo, essa comprende anche gli
accidenti: così il concetto verte solo sul singolare e non può essere un
universale in sé. In effetti il concetto di cui è in possesso l’intelletto
acquisito, concerne solo l’individuo, giacché solo questi è reale nel mondo
degli esseri esistenti: il concetto che si riferisce ad una classe, è valido
per tutti gli infiniti individui in essa inclusi e se ne può saggiare la verità
per qualsiasi di essi. Infatti nelle cose l’intelligibile è mischiato al
sensibile, e l’anima non potrà astrarlo se non attraverso la percezione di
numerosi individui: la conoscenza ha la sua origine nella sensazione, così come
lo ha il concetto. Tuttavia, si può sfuggire al relativismo e ammettere che i
concetti non siano semplici astrazioni da esperienze particolari e abbiano
valore per tutta l’umanità, sostenendo che essi esistano come archetipi
eterni nell’Intelletto Agente che è un essere separato dalla materia. Dagli
archetipi derivano le nostre rappresentazioni mentali e da essi traggono il loro
carattere di verità. Dunque la sensazione non è la causa efficiente del
concetto ma solo la sua causa occasionale: per suo tramite si coglie
nell’Intelletto Agente il concetto della cosa. Così ordine sensibile e ordine
concettuale si corrispondono dal momento che entrambi derivano dalla stessa
matrice intelligibile e immateriale. Ordine intelligibile e ordine materiale si
sovrappongono, anche se questo può presentare delle sbavature rispetto a
quello. L’uomo non può conoscere interamente il piano intelligibile
dell’universo, ma solo delle parti, che si possono aggiungere le une alle
altre senza essere unificate: dalla diversa conoscenza che ciascuno ha avuto
delle cose, ne deriva una conoscenza parziale e quindi relativa di questo ordine
unico che regge l’universo.
“Dopo aver spiegato che cosa sia l’intelletto
materiale, occorre che studiamo se sia possibile che esso sopravviva eternamente
dopo aver conseguito perfettamente gli intelligibili, o no. Ora, giacché Averroè
ritiene (...) che, se l’intelletto materiale sopravvive eternamente, ciò
accade quando esso si unisce all’intelletto agente, e studiare questa unione
– sia essa a noi possibile o no – è impossibile se noi non sappiamo che
cosa sia l’intelletto agente, occorre che noi studiamo prima la questione di
che cosa sia l’intelletto agente (...). Diciamo che è evidente che tutto ciò
che esce dalla potenza all’atto viene fatto uscire all’atto da chi ha esso
stesso, in qualche modo, in atto ciò che nell’oggetto di questa azione si
trova solo in potenza. .. Stando
così le cose, e giacché è evidente che è nella natura dell’intelletto
materiale avere la potenzialità di comprendere la legge che regola gli enti di
questo mondo, la loro corretta disposizione e il loro ordine, è necessario che
l’intelletto agente disponga della conoscenza in atto di questi ordinamenti,
in qualche modo. Abbiamo detto ^in qualche modo ^
perché non è necessario che questa conoscenza si trovi nell’agente
nello stesso modo in cui si trova nell’oggetto dell’azione quando
quest’ultimo esce all’atto. Per esempio: la forma della sedia non si trova
nella mente dell’artigiano nello stesso modo in cui si trova nella sedia
fabbricata ad arte. Per questo è opportuno che noi studiamo in qual modo
l’intelletto agente conosca queste cose.
Diciamo che, giacché noi troviamo che l’intelletto
agente fa conoscere quegli ordinamenti per gradi all’intelletto materiale, a
ciò che si è detto prima consegue necessariamente che l’intelletto agente
disponga della conoscenza di ognuno di quegli ordinamenti, oppure che
l’intelletto materiale disponga di più di un intelletto agente, in numero
corrispondente agli intelligibili che l’intelletto materiale è potenzialmente
in grado di percepire – ma questa seconda alternativa è palesemente assurda.
In effetti, un’azione sola, in quanto è una sola, non può che essere
essenzialmente il prodotto di un agente solo – a mano che tali agenti non
siano gli uni sottoposti agli altri, come nel caso dell’arte superiore, che ha
diverse arti ad essa sottoposte; ma anche stando così le cose, ogni azione
deriva comunque da un solo agente, ossia dall’arte superiore, perché è
quest’ultima che dirige tutte le altre arti ad essa sottoposte. (...) Stando
così le cose, è evidente che la perfezione dell’intelletto materiale nel
percepire gli intelligibili che è potenzialmente in grado di percepire è
un’azione sola, giacché questa perfezione è il termine ultimo cui possa
arrivare l’intelletto materiale, e ciò che è veramente il termine ultimo di
una cosa sola è necessariamente una di numero. Ora, è necessario che il
compimento di questa azione nell’intelletto materiale sia dovuto ad un agente
singolo. Perciò, bisogna che l’intelletto agente disponga della conoscenza di
ognuno di questi ordinamenti; e giacché si è già trovato che l’intelletto
agente è quello che fa conoscere all’intelletto materiale la reciproca
posizione di quegli intelligibili (...) è necessario che l’intelletto agente
disponga della conoscenza di questi ordinamenti sotto l’aspetto di un unico
ordinamento che li includa tutti; e sotto questo aspetto essi sono una cosa sola
nell’[unico] intelletto agente. (...) Da parte sua, l’intelletto materiale
ha difficoltà a ricevere gli intelligibili dall’intelletto agente, perché
abbisogna dei sensi per poterli ricevere, e pertanto gli capita di non
comprendere intellettualmente quegli ordinamenti in modo che essi costituiscano
un ordinamento unico, bensì solo nelle relazioni remote. (...) Giacché
l’agente degli enti che si trovano in questo mondo deve necessariamente
disporre di una conoscenza di quegli ordinamenti …, bisogna necessariamente,
come spiegheremo, che questo agente sia l’intelletto agente, la cui esistenza
è dimostrata nel De Anima. Ora, è evidente che l’intelletto agente dispone
della conoscenza di tutti quegli ordinamenti che concernono gli enti del mondo
di quaggiù; e questo comporta necessariamente non solo che esso conosca tutti
quegli ordinamenti, ma anche che disponga della conoscenza di quegli ordinamenti
in modo più eccellente, ossia in modo tale che essi si presentino come un
tutt’uno. (...) Ora si dirà come si possa dimostrare questo. In effetti,
giacché la materia prima, grazie a questa azione compiuta dall’intelletto
agente, procede da una perfezione all’altra, ossia riceve le perfezioni, le
une per mezzo delle altre, e le une in vista delle altre, finché la serie si
conclude con l’ultima perfezione che essa è in grado potenzialmente di
ricevere, e in vista della quale essa ha ricevuto tutte le altre perfezioni, è
evidente che la generazione di tutte quelle perfezioni è unica, giacché essa
è tesa a un solo fine. Dunque, l’agente di tali perfezioni deve
necessariamente conoscerle come un tutt’un; e in tal modo è possibile che
tutto il processo di generazione sia indirizzato verso il suo fine. (...) Stando
così le cose, bisogna che, secondo questa ipotesi, l’intelletto agente
disponga della conoscenza di quegli ordinamenti in modo più eccellente –
ossia, in modo che essi siano un tutt’uno. (…) E’ ormai evidente .. che vi
è un agente per gli animali e i vegetali, e che è ciò che il filosofo chiama
^l’anima emanata dai corpi celesti ^, dicendo di essa che è una potenza
divina ed è l’intelletto. Molti dei filosofi recenti l’hanno chiamata
^intelletto agente ^. In effetti non basta il seme per dare l’anima ad un
organismo, perché il seme è composto di parti uguali e non è una parte
dell’organismo dotato di anima, così che si possa dire che vi è in esso una
potenza animata …non è possibile che nel seme vi sia una potenza formatrice
che plasmi le membra e le crei secondo quella meravigliosa sapienza che le menti
umane si sono tanto affaticate a cercare di cogliere nella sua vera natura.
(…) Ora, questa potenza fa ciò che fa senza servirsi di un organo, perché il
seme non è qualcosa di organico, ma è composto di parti uguali; e si trova
anche che essa crea le membra senza un organo al quale si possa attribuire tale
opera. (...) Stando così le cose, ossia giacché questa potenza crea le membra
nel loro complesso senza servirsi di un organo, mentre la potenza che opera
nell’organismo dotato di anima non crea altro che una parte delle membra, e
pertanto opera servendosi di un organo, è evidente che questa prima potenza è
diversa dalla potenza che, in un organismo dotato di anima, compie un’azione
comparabile alla sua, ma servendosi degli organi naturali: la prima è infatti
senza paragone più eccellente della seconda; e non è davvero possibile che noi
diciamo che questa potenza superiore si trovi nel seme di un organismo dotato di
seme, perché in tale organismo non c’è una potenza così meravigliosa. Ad un
tale organismo è possibile solo creare qualcosa di simile a sé. (...) Pertanto
è evidente che per la riproduzione c’è bisogno di una potenza divina –
ossia, di un intelletto – giacché tale intelletto non compie la sua azione
mediante un organo materiale, come accade invece con le potenze animate
materiali. (...) Ora è evidente che questo agente è separato dalla materia,
perché, se fosse materiale, sarebbe generabile corruttibile, e sarebbe dunque
inevitabile che rientrasse tra le cose stesse della cui generazione è
responsabile – il che è estremamente assurdo. Inoltre, giacché questa
generazione è concepita sempre in modo unitario, e giacché una concezione
unitaria che abbracci tutto il tempo esistente è necessariamente una concezione
intellettuale, è inevitabile che tale agente sia un intelletto; ed è evidente
che si tratti dell’intelletto agente, giacché la percezione di cui dispone
l’intelletto agente è necessariamente identica a quella di cui dispone
l’agente ora descritto. In effetti l’uno è l’altro necessariamente
percepiscono tutti gli intelligibili come un tutt’uno, e giacché
l’intelletto e l’ intelligibile sono una cosa sola, è inevitabile che anche
questi due intelletti siano una cosa sola, perché unico è l’oggetto della
loro intellezione. Per questo, i filosofi recenti hanno giustamente concordato
sul fatto che l’intelletto agente è l’agente di tutti gli esseri quaggiù,
e lo hanno chiamato ^datore di forme ^. In effetti, dire che il filosofo
attribuisce questo processo di generazione all’anima emanata dai corpi celesti
rende evidentemente necessario che anche che l’anima emanata dai corpi celesti
si identifichi con l’intelletto agente. (…) Stando così le cose, è
evidente che ciò comporta che l’intelletto agente sia l’agente delle cose
di questo mondo. In effetti io non posso immaginare che cosa possa impedire
all’intelletto agente di generare tutti gli altri enti di questo mondo
all’infuori dell’uomo: in effetti, l’intelletto agente dispone della
conoscenza dei loro ordinamenti, e l’agente di questi enti è il loro agente
proprio in questo senso. Inoltre, la potenzialità per cui la materia prima è
in grado di ricevere la forma umana è tradotta in atto da un’unica
generazione, giacché è un processo verso un unico fine, come si è detto
prima. Ora, un’unica generazione, in quanto è unica, deve necessariamente
avere un agente solo, altrimenti sarebbe accidentale – (...) ma è evidente
che è impossibile supporre che l’anima emanata dalle sfere sia sottoposta
all’intelletto agente in questa azione generativa, giacché l’intelletto
agente, per compiere questa sua azione, non abbisogna di un intelletto
intermedio. In effetti, ciò che può essere portato a termine da tale ipotetico
intelletto intermedio può essere portato a termine anche dall’intelletto
agente. Certo, questo uso di intermediari è possibile nelle arti di cui
l’uomo si serve per facilitarsi il lavoro e la fatica.; ma nel caso di un ente
separato, che compie la sua azione in qualsiasi luogo sia predisposto a
riceverla, senza alcun lavoro né fatica, non si può concepire che esso compia
la sua azione per mezzo di un intermediario – a meno che, per compiere questa
azione, esso non abbia bisogno di un qualche strumento di cui dispone
l’intermediario ma di cui l’intelletto agente non dispone. In quest’ultimo
modo, in effetti, il Signore – sia benedetto – opera molte azioni per mezzo
dei motori dei corpi celesti, giacché questi ultimi dispongono di uno
strumento, ossia dell’astro, grazie al quale essi possono portare a compimento
quelle azioni. Però, questi intelletti separati di cui stiamo parlando non
dispongono evidentemente di alcun strumento di cui si servono per compiere la
loro azione, ad eccezione della predisposizione temperamentale presente nella
cosa che riceve la generazione per mezzo degli astri. Tale strumento è connesso
ad uno di questi intelletti esattamente così come è connesso ad un altro di
essi, perché noi non possiamo certo dire che uno di essi sia motore dei corpi
celesti e invece un altro non lo sia. Ora, stando a questa supposizione questo
strumento sarebbe connesso ad uno di questi intelletti, ma non sarebbe connesso
all’altro; in effetti, giacché, secondo tale supposizione, ognuno di questi
due intelletti è datore della forma, sarebbe necessario che esso fosse unico
nel suo genere – e le cose stanno effettivamente così nel caso
dell’intelletto agente, in quanto esso porta a compimento l’intelletto
materiale, come si è spiegato prima. Tuttavia, i motori degli astri sono
necessariamente molti … Perciò, sarebbe inevitabile che ognuno di quei due
intelletti agenti fosse un intelletto unico, diverso dagli intelletti che
muovono i corpi celesti; e stando così le cose, è evidente che la connessione
di quello strumento a quell’unico intelletto sarebbe identica alla connessione
che tale astrumento avrebbe con quell’altro intelletto. Pertanto è evidente
che uno di tali intelletti non potrebbe fungere da intermediario per l’altro.
(..) Non c’è dunque nulla che ci costringa necessariamente a supporre che vi
sia un altro intelletto agente. In generale, infatti, ciò che produce il fine
produce anche ciò che viene prima del fine, e, pertanto tutta la generazione è
diretta in vista di quel fine. Perciò, è inevitabile che ciò che genera
l’uomo coincida con ciò che genera tutti gli altri enti di questo mondo.
Ora io penso che il filosofo, parlando di ^anima emanata dalle sfere ^,
intendesse proprio parlare dell’intelletto agente. Infatti, è inevitabile che
l’intelletto che produce gli enti di questo mondo e li genera sia emanato
dalle sfere. In effetti, ciò che dà la forma, che rappresenta il fine della
generazione, occorre anche che dia il temperamento alla materia che riceve la
forma, così che essa sia predisposta a riceverla; e tutta questa azione è
unica, e un’azione unica deve necessariamente avere un agente unico. Stando
così le cose, è evidente che le sfere celesti esercitano la provvidenza su ciò
che sta quaggiù producendo tale temperamento mediante le potenze che emanano da
tutte le sfere insieme; dunque, è il datore delle forme sia una forma emanata
dalle sfere nel loro complesso, così che tutte queste sfere siano accomunate
dal fatto di dare la forma, così come sono accomunate dal fatto di produrre il
temperamento … Dunque è evidente che l’intelletto agente è un’anima
emanata dalla sfere – o meglio dai loro motori; infatti, è impossibile che un
intelletto venga emanato da un corpo. (…) Se invece si suppone che le cose
stiano secondo la spiegazione che è stata data qui a proposito
dell’intelletto agente, allora la conoscenza riguarda qualcosa che sussiste
stabilmente e perpetuamente di per sé al di fuori dell’intelletto: si tratta
dell’ordinamento presente nella mente dell’intelletto agente.
L’universalità è però solo qualcosa di accidentale rispetto ad esso, che si
verifica in ragione della relazione sussistente tra di esso e gli individui
percepibili con i sensi esistenti al di fuori della mente; e come
l’ordinamento che si trova nella mente dell’artigiano si trova anche, in
qualche modo, in ognuno degli strumenti creati da lui, così questo ordinamento
presente nella mente dell’intelletto agente si trova anche in ognuno degli
individui creati da quell’ordinamento – ed è evidente che questa
supposizione non comporta nessuna delle assurdità che invece conseguono
necessariamente alla supposizione che vi siano degli universali che esistono al
di fuori della mente.
Qui si risolve anche il dubbio che si verifica a proposito
delle definizioni, giacché esse fanno conoscere l’essenza di ogni individuo
compreso nel genere oggetto della definizione in quanto rappresentano la quiddità
di ciascuno di tali individui. In effetti, la definizione è proprio
dell’ordinamento stesso presente nella mente dell’intelletto agente, a
partire dal quale viene generato quel determinato genere; e questo ordinamento
si trova già in qualche modo in ognuno degli individui appartenenti a quel
genere, come si è detto prima – il che non comporta necessariamente che tutti
questi individui siano un’unica cosa, come concluderebbero coloro che
affermano l’esistenza delle forme universali.
Inoltre, in questo modo si è stabilita anche la conoscenza degli accidenti, e
non solo quella delle sostanze – come invece concludono coloro che affermano
l’esistenza delle forme universali al di fuori della mente, i quali, giacché
constatano che gli accidenti non possono sussistere di per sé, separati dalle
sostanze, dicono che gli universali di questi accidenti non esistono al di fuori
della mente, e per questo concludono necessariamente che non vi è conoscenza
degli accidenti. Invece quando si suppone che le cose stiano come è spiegato
qui, parlando dell’intelletto agente, gli ordinamenti propri degli accidenti
devono anch’essi esistere al di fuori della mente, ossia esistono nella mente
dell’intelletto agente.”
(Gersonide, Le guerre del Signore, in M. Zonta, La filosofia ebraica
medievale, Laterza 2002, pp. 190-201)