Il
Giardino dei Pensieri - Studi di storia
della Filosofia
Maurizio Pancaldi
Arte della memoria e ordine della
natura in Giordano Bruno
[Vedi anche
l'Indice per Temi alla voce: Bruno]
1. Struttura della realtà e struttura della mente
Sono ormai numerosi gli studi (quelli
di Rossi, della Yates, di Ciliberto per citare solo i più noti) che hanno
evidenziato la componente magico-ermetica del pensiero di Bruno, all’interno
della quale si può collocare anche la mnemotecnica, o arte della memoria. Quest’ultima,
lungi dal costituire un aspetto marginale e curioso della sua attività (che
peraltro lo rendeva famoso e ricercato, come avvenne nel caso del nobile
Mocenigo che poi lo denunciò all’ Inquisizione), è parte integrante del suo
sistema filosofico, della sua rinnovata concezione della natura e del sapere.
Di ciò del resto ci si può rendere facilmente conto scorrendo l’elenco e
la cronologia delle sue opere, notando sia il loro cospicuo numero (raccolti in
due grossi volumi in una recente edizione curata da Ciliberto) sia l’estensione
della loro composizione lungo tutto l’arco della vita di Bruno, che si
affaticò su questo tema in modo continuo, si può dire fino agli ultimi giorni.
Dunque per capire il tema della memoria è necessario considerare il rapporto
tra struttura della realtà e struttura della mente: infatti il sapere umano (di
cui la memoria è con tutta evidenza una componente essenziale) può assumere un
fondamentale unità (e quindi anche efficacia) se posto in relazione all’unità
essenziale del cosmo. Se si indaga la struttura della mente, è per stabilirne
il grado di corrispondenza con l’ordine naturale, secondo un rapporto
bi-direzionale: il problema metafisico rinvia a quello gnoseologico e viceversa,
secondo una connessione di reciproca implicazione, al cui centro si colloca
appunto "l’arte della memoria".
2. La tradizione precedente a Bruno sulla mnemotecnica: l’Ars Magna
di Raimondo Lullo
All’origine della ricerca bruniana (e non solo!), vi sono alcune idee
fondamentali concepite circa due secoli prima da un filosofo francescano,
Raimondo Lullo (1235 ca. – 1316): spinto da motivazioni di carattere
apologetico- missionario ed irenico (portare la verità cristiana agli infedeli
e pervenire ad una condizione di armoniosa comprensione tra le diverse fedi
religiose e filosofiche), egli cercò (in una serie di scritti, dei quali l’ultimo
e più importante è l’Ars Magna) di costruire un’arte dotata di
validità universale nella misura in cui rispecchiava la realtà.
Poiché quest’ultima gli era apparsa in una visione come pervasa dagli
attributi di Dio, concepì l’idea di fondare su di essi la sua tecnica: come
la natura trinitaria di Dio, mentre dà loro forma, si riflette, secondo l’insegnamento
di Agostino, nella struttura dell’anima articolandosi nelle facoltà di
intelletto, volontà, memoria, così queste ultime avrebbero tratto profitto da
un’arte che intendeva fondarsi su quella stessa verità divina che si
proponeva di diffondere.
Peraltro il rapporto tra attributi divini e realtà è concepito sulla linea
fondamentalmente neoplatonica che va da Scoto Eriugena a Bonaventura: gli
attributi (o dignità) di Dio sono le cause prime delle cose, i loro principi
creativi e modelli esemplari (esemplarismo) che lasciano la loro impronta
e influenza in tutta la creazione. Dunque, mentre la metafisica esemplarista
costituiva la garanzia della assoluta infallibilità di un metodo attinente non
ai discorsi ma alla realtà, questa di conseguenza appare come un gigantesco
insieme di simboli che rimandano alla struttura stessa dell’essere divino, un
cosmo nel quale si rispecchiano le idee della mente che ha presieduto alla sua
creazione e al suo ordinamento.
Questi principi, noti ed evidenti per sé, sono nove: bontà, grandezza,
eternità, potenza, sapienza, volontà, virtù, verità, gloria, e come tali
costituiscono la base dell’arte, in quanto sono universalmente riconosciuti e
accettati, presenti anche nelle altre due religioni monoteiste, l’ebraismo e l’islamismo.
Se noi associamo ad essi altrettante lettere (B, C, D, E, F, G, H, I, K),
possiamo stabilire vari rapporti (e dei relativi concetti) ponendole su figure
geometriche (cerchio, triangolo, quadrato) mobili (rotae).
Dal momento che ciascuna delle lettere può avere significati differenti a
seconda della figura in cui è collocata, in tal modo non solo si può
rappresentare il dinamismo della mente, ma si conferisce ad esso una
caratteristica algebrica, di procedimento formalmente astratto.
Così si può dire in sintesi che l’arte di Lullo "consiste
essenzialmente in tavole sulle quali sono scritti i concetti fondamentali, in
modo che, combinando le diverse posizioni possibili di queste tavole le une in
rapporto alle altre, si possono ottenere meccanicamente tutte le relazioni di
concetti corrispondenti alle verità essenziali della religione" (Gilson).
Inoltre si può notare come la corrispondenza tra le "rotae" dell’arte
e quelle dei pianeti conferisca a questa tecnica una struttura essenzialmente
cosmologica, che è rafforzata dalla identificazione operata da Lullo tra
quadrato delle proposizioni e quello degli elementi che, come elementi base
della creazione, sgorgano direttamente dai nomi divini.
Di qui la convinzione di aver trovato una logica naturale basata sulla realtà,
applicabile dalla mente a tutti i suoi livelli perché è modellata sull’universo:
poiché le dignità divine, in quanto cause prime che informano tutto il cosmo,
riflettono la loro struttura triadica giù per l’intera creazione (essendo
determinate esse "discendono" in una maniera esattamente calcolabile
lungo i suoi gradini), l’arte che su di esse si fonda consente di utilizzare
un metodo che permette di ascendere lungo la scala della realtà (dalle cose
naturali – piante, animali, uomo – agli astri, agli angeli) fino al suo
vertice che è Dio.
Applicata specificamente alla memoria, l’arte riguarda essenzialmente i
principi primi, la terminologia e le operazioni che si possono fare con essa.
Perciò essa si chiama "memoria artificiale", in quanto opera per
mezzo di astrazioni, quasi come una algebra o geometria mistica, con il compito
di dar luogo ad un tipo di apprendimento e di trasmissione del sapere che non
affatichi inutilmente gli studiosi, ma conduca al raggiungimento della letizia
spirituale.
3. L’obiettivo di Bruno
Le dottrine di Lullo ebbero grande diffusione tra Quattro e Cinquecento,
giacché i neoplatonici rinascimentali vi ravvisavano nozioni molto congeniali,
dagli influssi astrali ai collegamenti con la Cabala ebraica. Come tali esse
giunsero a Bruno lungo i canali della tradizione ermetica che egli intendeva far
rivivere e riproporre.
Peraltro è necessario ancora una volta evidenziare il legame organico tra
indagine filosofica e mnemotecnica, dal momento che Bruno intendeva tradurre in
un metodo efficace e facile (anche con l’impiego di immagini, sigilli,
geroglifici, simboli e ogni altro mezzo per rappresentare idee astratte
incorporate in forme sensibili) i principi centrali della sua dottrina.
Così in Bruno l’arte non è una tecnica legata alle finalità del discorso
retorico, ma lo strumento per la costruzione di un edificio le cui strutture
rispecchino fedelmente quelle della realtà, sulla base del postulato di una
piena corrispondenza tra simboli e cose, tra i sigilli e le ragioni che
presiedono alle articolazioni del mondo.
In questo modo e in questo senso egli intendeva riformare e portare a compimento
l’arte lulliana, valutata come una delle principali espressioni di quel
neoplatonismo che, muovendo dalla identità di reale e ideale, ritiene di poter
procedere ad una costruzione della realtà per dominarla e dirigerla (in ciò
consiste la magia!) mediante la determinazione del movimento delle idee.
4. De umbris idearum
Tutto ciò è chiaro fin dalla sua prima opera, il De umbris idearum
pubblicato a Parigi nel 1582, che presenta l’arte della memoria che sta per
essere esposta come la rivelazione di un segreto ermetico. Cosa sono da questa
prospettiva le magiche "ombre delle idee" che verranno a costituire la
base della mnemotecnica?
Ripercorriamo la struttura dell’opera, che è divisa in due parti:
- la prima tratta delle idee in rapporto alle ombre e in se stesse;
- la seconda affronta in modo diretto l’arte della memoria.
Ovviamente la prima è la più rilevante dal punto di vista speculativo: qui è
affermato che l’uomo non può conoscere direttamente la verità, guardando in
faccia Dio. Se Dio è l’idea eterna, le nostre sono solo ombre di essa e
dunque possono essere pensate e ricordate a condizione di essere incorporate in
forme sensibili.
Data la natura umbratile della nostra conoscenza, esse sono contemporaneamente l’elemento
mediano tra luce e tenebre, nonché l’unica sostanza effettiva che permane e
che consente di cogliere l’unità del reale nel complesso degli intimi legami
di cui è permeato, l’aurea catena che congiunge cielo e terra.
Conoscere non è altro che intendere come la molteplicità degli esseri abbia a
fondamento questa unità, questo nesso che tutto lega e in tutto risplende.
In questo modo, annettendo cioè le idee alle cose, Bruno sgretola tutte le
gerarchie tradizionali della metafisica aristotelico- scolastica, dando valore e
dignità a tutti gli aspetti della realtà, anche ai più umili, in una visione
che esalta la pienezza della vita.
Poiché le idee connettono tutta la realtà nell’unico ordine universale, si
può dare scienza sia del particolare che del generale, sia dell’universale
che del singolare: dalla convinzione tutta platonica che non cogliamo l’essenza
delle cose (la sostanza delle idee), ma le loro ombre o i loro simulacri, che
comunque vi è un nesso tra ombra e luce, deriverà (nei dialoghi italiani) la
concezione metafisica del rapporto tra Dio e universo, dell’infinità di
questo e dell’innumerabilità dei mondi.
4.1. L’immagine fantastica e l’alfabeto delle immagini e dei segni
Il De umbris sviluppa dunque, pur su una sfondo ontologico-cosmologico,
il nesso ombra/luce da un punto di vista della mente umana e delle sue strutture
costitutive: sulla base della tripartizione agostiniana di volontà, intelletto
e memoria, Bruno delinea una successione che va dalle "intenzioni"
della ragione che opera mediante le ombre, ai concetti fissati nell’intelletto
come idee che illuminano quelle stesse ombre razionali: perciò definisce la sua
come un’arte generale che coinvolge le capacità delle tre facoltà, viste
però come aspetti interagenti della stessa mente, di cui è strumento per
consentirle di muoversi in quell’oggettivo continuum naturale-divino che è il
mondo, dove la dimensione della complessità/varietà coincide con quella della
semplicità/unità.
La conoscenza umana si articola in un rapporto tra soggetto e oggetto dove il
senso esplora le ombre del mondo fisico circostante mentre la mente apprende
nello stesso tempo le idee divine.
Dunque nella sfera delle facoltà umane la memoria riveste lo stesso ruolo
mediano che sul piano ontologico è rivestito dalle ombre. La memoria è perciò
anello di congiunzione tra umano e divino, tra razionale e ideale come le ombre
lo sono tra naturale e divino nell’ "aurea catena" della realtà.
Grazie alla mediazione delle ombre, nella memoria la ragione umana si salda con
l’intelletto divino: in tal modo è aperta la via verso l’arte della memoria
che è attivamente tesa a decifrare l’impronta divina nella natura.
In questo quadro teorico non solo si riconosce un ruolo fondamentale alla
soggettività umana, ma si riconosce che l’immagine fantastica è l’unico
strumento che l’uomo possiede per controllare fattivamente le proprie
facoltà: solo attraverso l’immagine si può conoscere a fondo la struttura
psicologica umana, che da essa viene sollecitata perché solo attraverso l’immagine
si può riprodurre l’estrema varietà del reale.
Come il fuoco sa convertire in sé le altre specie e si espande senza limiti,
così è il pensiero che converte a sé altri pensieri dilatandosi e divenendo
persuasivo. A tal fine però esso ha bisogno della lingua, o più generalmente
di un alfabeto di immagini e segni che realizzino legami reali attraverso
il discorso.
In questo senso Bruno elabora un’arte capace di condurre ad un dominio in
prima istanza sulla lingua, e in seguito garantire sviluppi sul piano delle
altre facoltà mentali quale via per giungere al dominio della realtà. L’arte
della memoria, imperniata com’è sull’idea secondo cui nell’universo è
presente e operante una trama fondamentale di cui vanno individuati gli elementi
principali, le modalità del loro intreccio, le possibili combinazioni,
consentirà di acquisire un sapere operativo in grado di conoscere e trasformare
la realtà.
4. 2. La ruota del sistema mnemonico
Infatti la seconda parte dell’opera, quella più tecnica, si fonda in uno
strano catalogo d’immagini suddivise in varie fasce, delle quali la prima
elenca le più diverse attività umane mentre l’ultima è una parata trionfale
di numi e astri. Queste immagini sono collocate sulla ruota del sistema
mnemonico, al quale corrispondevano altre ruote con tutti i contenuti fisici del
mondo terrestre e il complesso della conoscenza umana simboleggiata dalle
immagini di trenta grandi inventori.
Ricapitolando: vi sono ruote concentriche divise in trenta segmenti principali,
ciascuno dei quali è diviso in cinque settori dando così luogo in tutto a
centocinquanta divisioni.
Queste ruote, che devono girare alla maniera lulliana per formare le
combinazioni, sono segnate dalle lettere da A a Z, seguite da alcune lettere
greche ed ebraiche, che in tutto fanno trenta lettere distintive. Esse siglano
trenta sezioni di immagini, ciascuna delle quali presenta cinque suddivisioni
segnate con le cinque vocali. Questi elenchi, ciascuno di centocinquanta
immagini, sono destinati ad essere disposti su ruote concentriche mobili.
Secondo la Yates Bruno intendeva che nella memoria, grazie all’uso di queste
combinazioni di immagini sempre mutevoli (per lo più di tipo astrale), avrebbe
avuto luogo una sorta di alchimia dell’immaginazione attraverso cui si sarebbe
potuto percepire e ricordare ogni possibile arrangiamento e combinazione di
oggetti, e che nel formarsi e riformarsi delle immagini degli inventori l’intera
storia del genere umano si sarebbe fissata nella memoria dall’alto con tutte
le suo scoperte, pensieri e attività produttive.
4.3. Le forze astrali operano anche nella mente dell’uomo
Nel presupposto che la mente dell’uomo è divina, collegata com’è con i
governatori astrali e quindi abile sia a riflettere sia a dominare l’universo,
chi era in possesso di un simile sistema si innalzava al di sopra del tempo e
rifletteva nella propria mente l’intero universo della natura e dell’uomo.
Peraltro l’assunto bruniano è proprio che le forze astrali che governano il
mondo esterno operano anche all’interno dell’uomo e possono esservi
riprodotte o catturate per far agire una memoria magico-meccanica.
Il sistema di memoria aspira infatti a un’unificazione al livello delle
stelle, come preparazione per raggiungere l’unità più alta, l’Uno al di
là delle apparenze.
Tutto è in tutto nella natura come nell’intelletto: quindi la memoria può
ricordare tutto da tutto. L’armonia tra le cose superiori e inferiori è l’aurea
catena dalla terra al cielo, che è percorribile nei due sensi: queste
connessioni sono il sussidio della memoria.
Dopo l’Uno ogni cosa è necessariamente molteplice, così che al grado più
basso dell’aurea catena c’è il numero infinito, al grado più alto c’è l’infinita
unità: dunque come le idee sono la forma delle cose, e in accordo ad esse tutto
si forma, così in noi dobbiamo formare le ombre delle idee, come nel volgere
delle ruote.
4.4. Il sistema combinatorio
Il sistema combinatorio che permetterà di connettere dinamicamente tutte le
immagini contenute nelle liste è un casellario lulliano di ruote concentriche:
i vari ricettacoli di ogni ruota sono associati alle diverse lettere dell’alfabeto,
ciascuna ripetuta cinque volte in combinazione con le cinque vocali che
"fecondano", generando suoni, quelle lettere morte.
Analogamente alle vocali, vi saranno delle immagini che animeranno
(feconderanno) i vuoti ricettacoli. Come nella natura la Monade divina genera la
relazione individuale tra forma e materia, così nell’arte l’artefice dovrà
realizzare un tipo analogo di relazione (a cominciare dal linguaggio che non
può essere scisso dalle immagini-cose), compiendo il connubio tra ragione
logico-discorsiva e fantasia.
Le immagini possono essere ordinate e ricostruire il linguaggio della realtà a
condizione che sia già stato individuato l’ordine latente delle cose, la
forma intrinseca che struttura il reale e lo percorre come una trama: a tal fine
è indispensabile il linguaggio che combina valori costanti con variabili
significanti.
E se nel linguaggio esistono lettere ordinate in successione, ma poi per dar
vita ad una dinamica qualsiasi di discorso è necessario fare accoppiamenti con
le cinque vocali, e anche accoppiamenti di accoppiamenti con ulteriori elementi
di raccordo, così avviene nella mnemotecnica dove esiste
- un’immagine unità (prima ruota),
- un’azione (seconda ruota),
- un modo d’essere (terza ruota),
- un oggetto o un animale (quarta ruota),
- un quadro generale di relazioni (quinta ruota).
Se si fa un’operazione concomitante di lingua-matematica e di immagine-realtà
si può ottenere un ordine di relazioni: possiamo quindi ritrovare un
parallelismo tra la natura e la psicologia umana considerando che le operazioni
dell’accoppiamento e della fecondazione sono comuni, e che perciò la mente si
autoalimenta e può espandersi nella misura in cui riesce a compiere il maggior
numero di relazioni immaginative (che di per sé sono infinite) attraverso le
quali essa si congiunge all’infinità e alla profonda complessità del reale.
5. Lampas triginta statuarum
Se le Ombre delle idee sono un testo capitale (tanto da essere
definito da Ciliberto un "libro archetipo"), forse altrettanta
importanza deve essere riconosciuta ad una delle ultime opere, la Lampas
triginta statuarum (1591), a riprova dell’interesse costante di Bruno per
questa tematica.
Scopo dell’opera è esporre un’arte che, come dice il titolo, fornisca la
luce mediante la quale sola si possa acquisire e perfezionare il giudizio su
tutti i soggetti, definendo tutto sotto ragioni generali (e tuttavia prossime),
verificando tutto e dimostrando tutto con gli stessi principi razionali.
Questo sarà possibile una volta che sarà definita l’essenza di una cosa e
nota la ragione per cui tutti i predicati sono attribuibili alle stesse cose: di
qui deriverà la facilità di provare qualsivoglia da qualsivoglia.
Per portare a compimento questo progetto, Bruno impiega un ragionamento alla cui
base sta la persuasione che sia possibile usare la figurazione e la
statuificazione per rappresentare sensibilmente i concetti. Di qui viene
definita una scala dell’essere che è connessa a una tavola dei soggetti e dei
predicati che a sua volta produce un articolato modello della realtà orientato
in senso pratico-operativo.
5.1. Le triadi infigurabili
La scala dell’essere ha come condizione fondamentale (e quindi anche come
principi della scienza) due triadi infigurabili:
- la prima costituita da Caos (lo spazio infinito, l’immobile
continente universale), Orco (l’infinita attitudine da cui si genera l’infinita
pluralità dei mondi) e Notte (la materia prima, madre e matrice);
- la seconda da Mente (il Padre, unità assoluta, pienezza d’essere
rappresentato dalla luce o dalla sfera infinita, comprensibile solo come
riflessa in uno specchio), Intelletto primo (il Figlio che dà ordine a
tutte le cose), Spirito o Amore (l’anima mundi che vivifica
tutte le cose).
La prima è inferiore alla seconda ma ad essa strettamente congiunta.
5.2. Le statue magiche interiori
Dopo i non-figurabili vengono i raffigurabili, cioè le statue magiche
interiori.
Anzitutto la statua di Apollo, o la monade che significa l’uno
assoluto: è nudo (a significare la semplicità dell’uno), con raggi
consistenti (a significare la sua pura verità), con un corvo che vola davanti
al suo viso (simbolo dell’unità mediante la negazione del molteplice) e una
lira (indice dell’armonia derivante dall’accordo del molteplice).
Segue la statua di Saturno (che è il principio), quella di Prometeo
(la causa efficiente), di Marte (la virtù) e altre (Bruno non pretende
di trattarle tutte in modo esauriente) tra cui però emerge quella di Minerva
che rappresenta l’estasi, lo stato in cui la mente umana tocca l’intelletto
divino.
Qui è evidente come l’intenzione di Bruno sia quella di costruire una
filosofia che deve essere proiettata nell’interiorità, in modo da
trasformarsi in una più ampia esperienza spirituale interiore che soddisfi l’infinito
bisogno che l’anima ha dell’infinità.
5.3. La tavola dei soggetti e dei predicati
All’elenco delle statue segue la tavola dei soggetti e dei predicati che
risulta determinata dall’applicazione delle statue:
- qui si passa dai quattro elementi assolutamente semplici (vuoto, ombra,
materia, atomo)
- a quelli quasi semplici (arida, acqua, vapore, esaltazione)
- e infine ai composti.
Questi si distinguono in imperfetti - provenienti dalla terra (esalazioni
mefitiche e sulfuree), dall’acqua (fonti e fiumi), dal vapore (neve e
grandine), dall’esalazione (lampi) – e perfetti, a loro volta
distinti in inanimati (pietre, metalli) e animati. Questi ultimi si distinguono
ancora in imperfetti (piante) e perfetti, disposti in un ordine scalare che va
dai bruti agli eroi.
Sui composti particolari si innalzano quelli universali che
culminano in quelli più vicini alla luce, i soli e le terre. Su un livello
ancora più alto c’è lo Spirito universale e la luce universale che
dispensa calore ai corpi primi. Al culmine la sostanza puramente semplice,
che, come abbiamo visto, è una e triplice.
La tavola dei predicati è altrettanto complessa, distinguendoli in assoluti,
relativi, coeguali, diseguali. Ciò che risulta da questo
materiale è sì il risvolto linguistico del processo, ma con l’avvertenza che
i significati del linguaggio non hanno un valore in se stesso, ma in quanto si
riferiscono ad una dimensione ontologica.
In definitiva Bruno costruisce una logica che permette di vigilare sul senso e
sull’uso delle parole, attribuendo loro significati corretti: ciò nel quadro
di una concezione che, adottando la prassi lulliana e magica, giustifica la
genesi e la struttura della realtà e la visione della scienza e della ricerca
che da essa intimamente scaturisce.