Mario Trombino
Rogerius rex -
1
Cristo
"Pantocrator" e Ruggero "rex": il potere sul Tutto e la
corona del Regno (*)
Due domande su come devono essere interpretate cattedrali pubbliche e chiese
private nel secolo d’oro di un regno mediterraneo
Nel 1962 Otto von Simson ha pubblicato a Princeton uno studio molto attento su una proposta di lettura delle cattedrali gotiche, o meglio del passaggio tra architettura romanica e architettura gotica nella Francia degli anni Quaranta del XII secolo (1). Questa lettura non contraddice altre possibili letture, ed anzi vi si affianca. Il volume è stato più volte riedito e poi pubblicato anche in Italia nel 1988, con una introduzione di Chiara Frugoni che sottolinea appunto altre possibili letture. Sottolineo a mia volta questa possibile pluralità di piani interpretativi, non contraddittori, perché non sembri che la domanda che pongo con questo scritto implichi un rifiuto delle interpretazioni correnti sul tema che tratterò. Non implica alcun rifiuto, perché una delle caratteristiche specifiche del mondo delle immagini visive, al quale appartiene con caratteristiche proprie l’architettura (2), è la compresenza di più soglie interpretative. La giustificazione teorica di questa tesi sulla pluralità di piani riguarda la sfera delle immagini in quanto tale e non in specifico l’architettura; rimando quindi su questo punto agli studi generali di filosofia delle immagini [nel Giardino dei Pensieri sono raccolti nella sezione Immagini dell’Indice per temi].
Simson ritiene che le cattedrali gotiche,
in particolare quelle della prima generazione, possano essere lette
- come descrizioni, al tempo stesso simboliche e reali, dell’ordine dell’universo;
- come espressione delle concezioni, tipiche di quegli anni, sulla metafisica
della luce.
Benché ci si muova sul piano simbolico, Simson avverte in termini molto chiari
che la nozione di simbolo del XII secolo non è la nostra: la cattedrale gotica
riflette sì l’ordine dell’universo sul piano simbolico, ma il simbolo
acquisisce una realtà piena perché il piano simbolico è inerente alla
natura, che è in sé teofania, manifestazione del divino. La lettura
simbolica della pietra di cui è fatta la cattedrale esprime la sua verità
assai più della pietra stessa, che non potrebbe essere compresa, come tutto il
resto in natura, senza la lettura simbolica che se ne dà.
Non ci sono due piani separati:
- il piano della natura, di per sé materiale e non mentale;
- il piano simbolico con cui la mente la interpreta.
Infatti il piano della natura e quella della mente (pietra e simbolo, luce
materiale e luce spirituale) si compenetrano, come insegnano la metafisica della
luce e la filosofia della scuola di Chartres (e, in ultima analisi, il
neoplatonismo attraverso Agostino). Di questo non va data alcuna lettura
panteista: l’universo infatti non è affatto inteso dai maestri del XII secolo
come Dio, e né Dio né il
divino sono in alcun modo intesi come pietra o luce; ma l’universo fisico
manifesta Dio, è il suo "palazzo reale", e ne esprime quindi
ovviamente il senso. E’ questo senso a consentire una interpretazione allo
stesso tempo simbolica e vera della natura.
Simson ne conclude che l’architettura
gotica delle origini (il processo ha inizio negli anni Quaranta del XII secolo
con la costruzione del coro di Saint-Denis) è espressione di una nuova forma di
razionalità, che interpreta l’universo secondo il principio
"razionale" dell’analogia. L’impulso che guida i filosofi
della Scuola di Chartres, i teologi e grandi costruttori come l’abate Suger di
Sant-Denis, i grandi mistici come Bernardo di Chiaravalle, è la ricerca di una
visione razionale dell’universo che consenta di rendere ragione della natura
come immagine di Dio. L’architettura sacra imita questa immagine, non imita la
natura.
La tesi è interessante: se fosse corretta
(il che è da provare anche con considerazioni di ordine storico, non solo
teorico) consentirebbe di spiegare come sia stato possibile per un mistico come
Bernardo, attratto dalle infinite possibilità del pensiero analogico, di
concepire una architettura come quella cistercense, il cui razionalismo è
talmente evidente da richiamare ai nostri occhi il funzionalismo novecentesco
(il rigore razionale di una chiesa cistercense per un visitatore che oggi la
guarda con la sua cultura, ben diversamente curvata rispetto a quella di un
monaco medioevale, può persino richiamare alla mente il rigore razionale del
Bauhaus). Se si legge una pagina del commento di Bernardo al Cantico dei
cantici – che fu pronunciato ai suoi monaci, che mentre lo ascoltavano
potevano vedere le stesse immagini architettoniche che possiamo vedere noi oggi – e contemporaneamente
si passeggia in una sua "sua" chiesa e in un "suo" chiostro,
si prova uno stridente senso di contrasto tra il rigore razionale e lineare delle immagini
visive e le costruzioni quasi barocche della sua prosa, che propone vertiginose
letture metaforiche del testo biblico esplorando nei minimi dettagli le
possibilità analogiche che esso offre.
La tesi di Simson potrebbe consentire di eliminare ogni stridente contrasto –
o meglio di relegarlo alla superficie dell’esperienza estetica e filosofica,
una superficie che cela una diversa profondità – perché il razionalismo e l’essenzialità
quasi funzionalista di cui è impregnata l’architettura cistercense potrebbero
avere un
punto di contatto teorico preciso con la lettura barocca del testo biblico: in
entrambi i casi è in azione una forma di pensiero razionale. o iper-razionale,
che legge il senso delle cose sul piano simbolico. Il rigore funzionale (e
quindi il rigore economico) e le pratiche capitalistiche dell’abbazia
cistercense andrebbero lette come manifestazione della volontà di lettura razionale
e reale del mondo e di costruzione di un mondo pianamente razionale secondo
verità; ma la razionalità, la realtà del mondo (altrimenti irreale, vuoto,
opaco), la sua verità, è il suo essere immagine di Dio, sua
"teofania". Dunque, è davvero razionale solo una visione simbolica
della natura (e quindi dell'arte).
Tutto questo è in piena coerenza col rifiuto – e con l’attacco durissimo e
personale, secondo lo stile dell’uomo, che non deve mai avere dimenticato le
pratiche di vita della classe dei cavalieri da cui proviene - di quella forma di
razionalità indipendente e non analogica né simbolica che fu propria di Abelardo.
Per Bernardo la verità della ragione e quindi la lettura razionale del mondo non deve essere fondata sulla ragione
stessa, ma su Dio, se il principio della
lettura analogica e quindi simbolica del mondo è corretto – e per Bernardo lo è.
Questo schema di lettura è interessante
anche per un’altra ragione. Consente di esplorare la possibilità di leggere
come unità integrata il piano della mente e quello della natura. Seguendo
Cartesio e Spinoza (autori che cito perché sono i "miei" autori, ma
lo stesso potrebbe dirsi per molti altri del loro secolo, da Malebranche a
Leibniz, e, prima di tutti loro, a Hobbes) il problema della conoscenza della
natura è problema di accordo tra realtà disomogenee (tema kantiano per
eccellenza). Come può la mente, che pensa pensieri, pensare la materia che
pensiero non è? O almeno: come può pensarla non come pensiero, ma, nel pensiero, come
qualcosa di esterno al pensiero?
Lo schema di lettura che propone Simson
consente di esplorare questa via di ricerca: che il tessuto della nostra
esperienza della natura rimandi ad un continuo tra le cose e la lettura
che la mente ne dà. E’ possibile intendere la conoscenza umana in questi
termini? Se un monaco del XII secolo vede pietra e luce, le legge come teofania.
Senza pietra e luce materiali, fisici, niente teofania. Non scompare Dio,
scompare la sua manifestazione alla mente dell’uomo. Senza lettura analogica e
simbolica la materia e la luce
tornano nella loro opacità (la luce non è forse anch’essa opaca al pensiero
che non sa come intenderla?).
La conoscenza umana potrebbe essere interpretata allora come un processo
ininterrotto di costruzione di mondi mentali (c’è un altro luogo oltre la
mente dove ciascuno di noi può pensare ciò che interpreta come non
appartenente alla mente, ma alla realtà esterna?) in diretta continuità con
l’esperienza del mondo esterno.
Questa via di ricerca non ci direbbe molto sulla realtà esterna, ma ci direbbe
molto sul funzionamento della mente. Non ci direbbe molto né su Dio né sulla
natura (pietra, luce), ma molto su come pensavano gli uomini che hanno costruito
le cattedrali gotiche. Sui processi della loro mente.
Da qui l’interesse teorico per questo mondo medioevale di chi studia la filosofia delle
immagini , potendo le
immagini (almeno quelle visive) essere concepite come una interfaccia tra il
mondo esterno e la mente. Il pensiero analogico e simbolico offre un esempio di
questa continuità tra mente e materia, di questo installarsi senza salti del
senso sulla materia opaca.
Quanto alle immagini mentali di cui Bernardo è maestro nella vertigine quasi
barocca della sua lettura metaforica del testo sacro, esse sono un interessante
oggetto di studio non solo per il loro significato in chiave di razionalità
simbolica, ma anche perché esse sembrano porsi sul
piano della formazione del pensiero – ma di questo in altra occasione.
Per il momento, importa sottolineare che negli stessi anni in cui l’abate Suger
procedeva alla costruzione del coro di Sain-Denis e Bernardo di Chiaravalle alla
costruzione delle sue abbazie, Ruggero d'Altavilla da conte di Sicilia diveniva re. Non
acquisì la corona di un regno preesistente, ma fondò un nuovo regno.
Il percorso storico che lo portò alla fondazione e al consolidamento del Regno
va dal 1130 (quando si fece incoronare re con la tradizionale cerimonia
religiosa a Palermo dopo essere stato acclamato re a Salerno dai suoi baroni e
dal popolo) al 1139 (quando riuscì a sconfiggere i nemici interni ed esterni e
a costringere il papa a riconoscere il Regno).
Tra questo periodo e la sua scomparsa, avvenuta nei primi anni Cinquanta,
Palermo si trasformò nella capitale di un impero marittimo di notevoli
proporzioni, che andava dalla Sicilia a tutto il meridione d’Italia a diverse
aree sulla costa est dell’Adriatico e dello Ionio, a vaste aree del nord
Africa. Questo significa che i territori controllati dal nuovo Regno chiudevano
tutti i passaggi tra il Mediterraneo orientale e quello occidentale, sia lo
Stretto di Messina che il Canale di Sicilia, e chiudevano anche l'ingresso in
Adriatico (con serie e ovvie preoccupazioni di Venezia).
Il regno era cosmopolita: nella sola Sicilia (che dall'inizio del XII secolo ne
divenne la capitale, ed era una città
che fino a pochi anni prima era essenzialmente araba) oltre agli Arabi (che
formavano ancora probabilmente la maggioranza della popolazione nella parte
occidentale dell'isola) erano
presenti comunità greche (cioè bizantine, maggioranza nel nord-est), ebraiche (di antica
immigrazione nelle città),
latine (tutte di recente immigrazione, per lo più dal nord Italia e dalla
Francia, nonché dall’Inghilterra). Quanto all’Italia meridionale, non erano
quasi presenti gli Arabi, ma lo erano i Longobardi (nelle aree della Campania e della
Puglia) e tutte le altre popolazioni prima citate.
L’architettura che si impose sotto Ruggero II non fu quella gotica. C’erano
forti legami tra i Normanni immigrati da una o più generazioni in Sicilia e in
tutto il regno e i Normanni rimasti in Normandia o trasferitisi in Inghilterra
dopo la conquista da parte di Guglielmo alla metà dell’XI secolo (sono gli
stessi anni della conquista della Sicilia). E di origine inglese o francese era
ampia parte del ceto dominante normanno in Sicilia, con personalità d’ogni
tipo, giunte ormai adulte nel Regno, spesso dopo aver vissuto a lungo nell’Europa
del nord.
Di questi legami l’architettura normanna nel Regno di Sicilia è indubbiamente
espressione. Ma la direzione che prese il mondo artistico, soprattutto in
Sicilia, fu debitrice soprattutto al cosmopolitismo della società del tempo: le
tradizioni arabe, quelle latine, quelle bizantine, si fusero creando un
linguaggio architettonico unico, diverso da quello dell’Europa cattolica, dell’Africa
e della Spagna musulmane, della Grecia e dell’Europa dei Bizantini (che erano
ortodossi).
Per conseguenza per "leggere" le
cattedrali e le chiese legate alla monarchia siciliana costruite negli anni
Quaranta le categorie di
interpretazione proposte da Simson non possono essere utilizzate. Almeno non
direttamente. Può però essere applicato il metodo e possono quindi essere
formulate alcune domande:
- qual era il mondo di pensieri filosofici che dominava l’interpretazione
del mondo dei normanni? La straordinaria coerenza delle immagini visive
offerte dalla loro architettura e il loro legame profondo con la sfera del
soprannaturale lasciano supporre che l’analogo di quel che Simson trova per il
gotico nascente (una certa concezione dell’ordine del mondo di cui la
cattedrale gotica sarebbe imitazione, una certa metafisica della luce che si
esprime nelle scelte architettoniche delle pareti traslucide) debba poter essere
identificato;
- poiché la monarchia di Ruggero d'Altavilla si è auto-rappresentata in celeberrimi
mosaici (in particolare nella Chiesa della Martorana a Palermo), qual è
l’interpretazione corretta della visione del potere regio che è stata proposta? Va ricordato che il potere regale di Ruggero sul Regno non è mai
rappresentato senza il potere regale di Cristo sul Tutto: in ognuno dei luoghi
in cui il potere del re ha celebrato se stesso, là ha celebrato anche il potere
di Cristo (Duomo di Cefalù, Martorana, Cappella Palatina). Ma è tutt’altro che facile rispondere alla domanda su chi era
Cristo per un normanno del XII secolo che aveva conquistato il regno anche
combattendo contro il papa.
E’ chiaro che, come Simson si è rivolto
allo studio degli scritti degli uomini che promossero la costruzione delle
chiese gotiche e a quelli dei filosofi francesi del tempo, così occorre
rivolgersi allo studio delle tre culture che si fusero nell’architettura
normanna: l’araba, la latina, la bizantina (forse anche l’ebraica, e anche
le altre, non ultima la longobarda).
Ma il Regno di Sicilia, come le sue manifestazioni artistiche, non è arabo, non
è latino, non è bizantino. Ha una fisionomia propria. Produsse opere
architettoniche e musive di altissimo livello, stilisticamente unitarie, non
composite. Ma non durò. Il secolo d’oro ebbe termine e la basilica d’oro di
Monreale, costruita da un nipote di re Ruggero, fu il suo canto del cigno.
Dalla tradizione nata nel secolo d'oro derivò qualcosa di
diverso in architettura, e in Puglia più che in Sicilia, cioè l’architettura
di Federico II; in Sicilia derivò la scuola poetica siciliana, legata sempre a
questo imperatore. Ma né l’una né l’altra hanno la fisionomia dell’epoca
normanna, anche se ne derivano. Quell’epoca – il secolo che intercorre tra
il termine della conquista negli anni Ottanta dell’XI secolo e la morte di
Guglielmo II alla fine dell’XII – ha tentato di vivere, ha lasciato segni
altissimi, ma non è durata. Forse anche per questo interpretarne i segni è
così problematico – e tutti gli storici sottolineano questa imprendibilità
della Sicilia normanna.
Nel Duomo di Cefalù - che negli stessi anni della Sant-Denis di Suger venne
destinato da Ruggero d'Altavilla all’identica funzione di mausoleo reale – il Cristo
"Pantocrator" domina con una proporzione e una immagine che è
bizantina, ma su una scala che non è quella delle chiese orientali. Davvero è
Pantocrator, domina su tutto. Se ne ha un'impressione quasi tattile
osservandolo.
Che il potere di Ruggero sia descritto nel celebre
mosaico della Martorana come derivante da Cristo (nell'immagine "Rogerius
rex", come recita la scritta che sovrasta le figure, nelle vesti orientali
coi simboli del potere imperiale china la testa verso Cristo che pone la corona
sul suo capo) non può meravigliare.
Da chi altri avrebbe dovuto derivare il potere regale? Non certo dal papa, che era stato costretto
da lui con le armi e la diplomazia ad accettare la
nascita del suo Regno. Ora, questo è un modo di pensare latino, bizantino o arabo?
Le immagini simboliche del potere sono bizantine; l'architettura in cui le
immagini sono inserite e le proporzioni sono latine, la cultura e la lingua araba
ruotano intorno in ogni punto di queste chiese "cristiane" (fino a
disegnare scene lontanissime dal Cristianesimo nel soffitto di una chiesa
vicinissima a Ruggero, la "sua" Cappella Palatina).
E ancora: che rapporto c’è tra quel Cristo Pantocrator, che ritorna quasi
ossessivamente nell'architettura sacra normanna, e il Padreterno della
tradizione culturale siciliana, che come dio della pioggia e degli eventi
atmosferici ha ancora i tratti del greco Zeus e amministra il mondo in un modo
che solo l’arcaica "Giustizia di Zeus" (la Dike) riesce a
descrivere correttamente? (3)
Fatalismo, può dirsi a questo proposito, e si pensa a un
retaggio arabo. Ma forse l'accostamento è solo parzialmente corretto. Il Padreterno non è né arabo né greco
antico: è un
pensiero moderno. C’è un rapporto con quel Pantocrator?
La civiltà di Ruggero non è identificabile con le sue componenti. Forma una
identità che non è durata, che ha lasciato poche testimonianze scritte, che è
di difficile lettura nelle sue stilisticamente e linguisticamente unitarie
testimonianze architettoniche.
E' ancora sotto i nostri occhi nella pietra e nei
mosaici. E cosa possa una tradizione visiva, nove secoli dopo, e la memoria
quasi mitica degli eventi di allora nella coscienza di un popolo - questo è uno
degli obiettivi di questa ricerca e una delle ragioni per cui ho posto le due
domande che la instaurano.
Note
(*) Questo file è un testo preliminare ad una ricerca.
Altri quindi ne seguiranno, se mi sarà possibile portare avanti la ricerca. Non
avendo la certezza che questo accadrà, a causa di difficoltà personali non so
se sormontabili, pubblico questo primo file come promemoria, ringraziando sin da
adesso quanti volessero darmi indicazioni sul percorso di lavoro da seguire.
1. O. von Simson, La cattedrale gotica. Il concetto medioevale di ordine,
trad. it. di M.A. Coppola, Il Mulino, Bologna 1988
2. Sul rapporto tra architettura e immagini visive lo studio a me noto più
chiaro ed esauriente è quello di Bruno Zevi, Saper vedere l’architettura.
Saggio sull’interpretazione spaziale dell’architettura, Einaudi, Torino
1964.
3. Mi riservo di richiamare le fonti che consentono questo accostamento nel
corso della ricerca di cui questo scritto è il testo d'apertura.