Il
Giardino dei Pensieri - Studi di storia
della Filosofia
Elena Maggio
Pratica
filosofica e filosofia come discorso
La filosofia come modo
di vivere e come pratica discorsiva nella
Grecia classica
La
scuola come comunità e gli esercizi spirituali nelle filosofie elleniste
[Vedi Socrate,
Platone, Aristotele,
Identità della filosofia, Pratiche
filosofiche]
| "La maggior parte
delle persone immagina che la filosofia consista nel dibattere dall’alto
di una cattedra e nel fare corsi su alcuni testi. Ciò che tuttavia
sfugge, a persone del genere, è la filosofia ininterrotta che ogni giorno
si vede esercitata in modo perfettamente uguale a se stessa… Socrate non
faceva disporre sedili per gli uditori, non si sedeva in una cattedra
professorale; non aveva un orario fisso per discutere o passeggiare con i
suoi discepoli. Ma scherzando con loro, bevendo o andando alla guerra o
all’agora, e alla fine andando in prigione e bevendo il veleno, egli ha
filosofato. E’ stato il primo a dimostrare che, con ogni tempo e in ogni
luogo, in tutto ciò che ci accade e in tutto ciò che facciamo, la vita
quotidiana dà la possibilità di filosofare." (Plutarco) |
1. La filosofia come modo di vivere: la figura di Socrate
1.1. Una
scelta
di vita
Se oggi parliamo di
«filosofia» è perché i Greci per primi hanno utilizzato questa parola che
significa "amore per la saggezza" e perché la tradizione della
filosofia greca si è trasmessa al medioevo e quindi alla modernità.
Solitamente si studia la filosofia come un susseguirsi di teorie atte a spiegare
l’universo e il significato della vita dell’uomo e si considera la scelta di
vita fatta dal filosofo come qualcosa sì di conseguente a tali teorie, ma come
aspetto non fondamentale. Questa visione non è però applicabile alla filosofia
antica, non perché tali teorizzazioni non siano in essa presenti, ma perché da
Socrate in poi discorso filosofico e scelta di vita appaiono profondamente
legati, quasi indissolubili. La scelta di vita non è la mera conseguenza di
sistemi di pensiero, ma si colloca addirittura all’inizio di questi processi.
Il discorso filosofico prende forma proprio a partire da una scelta di vita, all’interno
di un orizzonte che comprende la critica ad altre posizioni esistenziali, la
visione del mondo e di un certo modo di vivere, la decisione volontaria di
aderire ad un preciso modello. Ecco anche spiegato il fatto che i filosofi
antichi si collocano sempre all’interno di un gruppo o di una scuola, le quali
esigono dall’individuo una scelta esistenziale che impegna tutta la sua
persona. Il discorso filosofico è quindi l’elaborazione e la giustificazione
razionale di una scelta di vita; esso è insieme mezzo ed espressione di questa
opzione esistenziale. Discorso e scelta di vita non si devono contrapporre come
aspetto teoretico e pratico della filosofia perché a sua volta il discorso ha
anche un aspetto pratico, producendo effetti sull’interlocutore o lettore, e
la scelta di vita un aspetto teoretico perché aiuta a percorrere la strada del
puro sapere e della contemplazione. Basti pensare a Socrate: è possibile
scindere il discorso del filosofo dalla sua scelta di vita e di morte?
1.2. Il dialogo socratico
La figura di Socrate ha
avuto un ruolo fondamentale nella definizione del filosofo e della filosofia
date da Platone. Anche se ricostruire con oggettività storica la sua persona è
impossibile, giacché tutto ciò che sappiamo ci è pervenuto unicamente dalle
testimonianze di coloro che lo conobbero e ne furono discepoli, Platone in primo
luogo, possiamo sicuramente sostenere che con Socrate si afferma l’idea stessa
di filosofia intesa come discorso, pensiero legato ad un certo modo di vivere e
come modo di vivere legato ad un certo discorso. La stessa forma dialogica in
cui Socrate svolge quasi sempre il ruolo di colui che interroga non fu un’invenzione
platonica, ma apparteneva ad un genere particolare, quello del "dialogo
socratico", la cui forza non risiedeva esclusivamente nel susseguirsi di
domande e risposte, quanto piuttosto nel ruolo centrale svolto da Socrate.
Nell’Apologia, Platone
ricostruisce il discorso di Socrate pronunciato durante il processo che lo
condannò a morte e narra della risposta data dall’oracolo di Delfi alla
domanda di Cherefone, amico di Socrate, che aveva chiesto se esistesse uomo più
sapiente di Socrate. La risposta, «degli uomini tutti Socrate è il più
sapiente», segnò tutta l’esistenza del filosofo e ne indirizzò il cammino
intellettuale. Le domande rivolte da Socrate agli uomini considerati tra i più
sapienti - uomini di stato, poeti, artigiani - rivelavano che essi credevano di
sapere, ma che in realtà nulla sapevano. Se Socrate è allora considerato il
più sapiente di tutti gli uomini, è perché egli non pretende di sapere ciò
che non sa. Ciò significa che tutte le conoscenze e regole che il filosofo vede
intorno a sé, una volta esaminate, appaiono non giustificate o addirittura
contraddittorie. "So di non sapere": è questa la differenza tra
Socrate e gli altri uomini, perché solo lui è cosciente del suo non sapere,
ossia è cosciente di quella verità di cui egli rivela l’assenza nel mondo e
nelle persone che lo circondano.
Di qui il compito che
Socrate si propone, ovvero rendere consapevoli i suoi interlocutori della loro
non-sapienza attraverso l’arma ben nota dell’ironia. Con domande precise,
Socrate mirava a mettere in difficoltà l’avversario, mostrando come la
verità di questi non fosse incontrovertibile, ma al contrario fondata su
abitudini, false credenze. Questo atteggiamento non si fermava però alla presa
in giro dell’interlocutore, alla sua sconfitta; se anche Socrate non ci
fornisce una soluzione alle questioni affrontate, presentando in questo modo una
visione della verità "povera", consistente appunto nel "sapere
di non sapere", in realtà questa verità è anche "ricca", nel
senso che coincide con il percorso da intraprendere per trovare quel vero sapere
che ora si sa di non possedere. Sapere di non sapere, quindi, è per Socrate
già essere, in qualche modo, nella verità. E’ una vera e propria rivoluzione
questa del tradizionale concetto di sapere. Non solo perché viene messo in
crisi il sapere convenzionale e fondato sui pregiudizi della maggior parte degli
uomini, ma perché vengono criticati allo stesso tempo anche coloro che sono
convinti di possedere il vero sapere. Fino a Socrate coloro che avevano
affermato di essere sulla via della verità erano stati o gli antichi maestri di
saggezza come Parmenide, Empedocle ed Eraclito, che opponevano il loro pensiero
all’ignoranza della folla, oppure i sofisti che sostenevano di poter insegnare
e vendere il loro sapere a tutti gli uomini. Ecco la rivoluzione: per Socrate il
sapere non consiste in un insieme di teorie o di proposizioni che si possono
insegnare ed apprendere già confezionate. Esso è invece qualcosa che si genera
all’interno di ogni singolo individuo; ecco perché Socrate fa la parte della
levatrice e perché non pretende di insegnare nulla. La verità si trova nell’anima
di ciascuno e potrà essere scoperta solo dopo aver raggiunto la consapevolezza
che il sapere fino ad allora posseduto era in realtà un falso sapere, un sapere
vuoto.
E’ per questo che
Socrate viene paragonato ad un tafano che "infastidisce", che non dà
tregua ai suoi interlocutori, costringendoli a mettersi in discussione, a
ripensare a tutto ciò che si considera vero e stabile, a prendersi cura di se
stessi in modo nuovo. "Per Platone, è un fatto, la scienza vera, degna di
questo nome, non si apprende dai libri e non si impone dall’esterno all’anima,
la quale, invece, in se stessa e col proprio travaglio interiore l’attinge, la
scopre, la crea. Le domande che Socrate - cioè colui che sa - pone,
risvegliano, fecondano, indirizzano l’anima (in ciò consiste la celebre
maieutica), ma è questa tuttavia che, sola, deve dar loro risposta."
Diventa allora centrale
non solo mettere in dubbio il sapere che crediamo vero e stabile, ma soprattutto
mettere in questione noi stessi e i valori che guidano la nostra vita. L’effetto
che produce il discorso di Socrate è infatti proprio questo: dopo aver parlato
con lui, l’interlocutore non sa più quali siano i motivi secondo cui egli
agisce e diventa cosciente delle contraddizioni in cui si imbatte quando tenta
di giustificare la sua condotta e le sue idee. Di qui il dubbio, la crisi
interiore che richiede una nuova interrogazione su se stessi, una rinnovata
ricerca su ciò che ci fa muovere.
Il problema allora è
duplice: sapere che cos’è la cosa di cui si sta parlando, ovvero trovare la
definizione dell’universale che è l’idea o la regola secondo cui il
particolare si realizza, e insieme scegliere di essere in un determinato modo:
"Non mi preoccupo affatto per le cose di cui si preoccupa la maggior parte
della gente: affari, denaro, amministrazione di beni, cariche di stratega,
successi oratori in pubblico, magistrature, coalizioni, fazioni politiche. Non
ho intrapreso questa via … ma quella grazie alla quale, a ciascuno di voi in
particolare, potrò arrecare il maggiore dei benefici tentando di persuaderlo a
preoccuparsi meno per quello che possiede che per quello che è lui stesso, al
fine di diventare il più possibile eccellente e ragionevole."
1.3.
Saper vivere
2. La filosofia come
pratica discorsiva: l’Accademia e il Liceo
Platone ha quindi
presentato Socrate quale figura emblematica del filosofo, come colui che cerca
attraverso il proprio discorso filosofico e la propria scelta di vita di
raggiungere quello stato ontologico che è la saggezza.
Nel Simposio, Socrate ed
Eros sono fortemente intrecciati, in quanto desiderio di ciò che è saggio e
bello e insieme desiderio di fecondità. L’amore è infatti creatore e
fecondo, tanto nel corpo - come capacità di generare - quanto nell’anima -
come creazione di opere di ingegno -. E’ infatti l’amore ciò che permette
di elevarci dalla contemplazione della bellezza dei corpi sensibili fino alla
bellezza in sé ed è questa tensione che anima il filosofo, questa volontà di
raggiungere ciò che non possiede, la saggezza, che appartiene in modo completo
solo agli dèi.
2.1.
L’educazione filosofica2.2. Il dialogo, strumento di
trasformazione
Dialogare significava
così per gli interlocutori porsi sì come soggetti, ma insieme trascendersi
alla ricerca di quel logos superiore ad ogni limitata individualità. Il dialogo
quindi non era solo un esercizio tra gli altri, ma era il mezzo della
trasformazione del singolo, ciò attraverso cui si imparava a vivere in maniera
filosofica "nella volontà comune di portare avanti una ricerca
disinteressata coscientemente in opposizione con il mercantilismo sofista".
Il sapere non era dunque per Platone, come già per Socrate, una conoscenza
puramente astratta, ma qualcosa che coinvolgeva tutta l’anima, tutta la vita
morale dell’individuo. Così con l’affermazione che la virtù è scienza non
si intendeva una conoscenza solo teorica, ma piuttosto una conoscenza capace di
volere e scegliere il bene, in cui cioè pensiero, volontà e desiderio
convergessero, grazie ad una profonda educazione dell’uomo che mirasse ad una
vita buona, ovvero alla salvezza di tutta l’anima.
Salvare l’anima
significava vivere, quindi, secondo la virtù e non il piacere, comportava il
diventare padroni di se stessi seguendo la propria parte più elevata, ovvero l’anima,
e separandola dal corpo al fine di purificarsi dalle passioni, dai fastidi e
dalle limitazioni che questo impone, per accedere alla purezza dell’intelligenza.
L’io in questo senso trascende se stesso, ovvero la sua parte sensibile e
mortale, identificandosi con il logos, condizione della pura contemplazione del
vero. Questo non equivale, lo sottolineiamo, a porre una distinzione tra vita
contemplativa e vita attiva, ma tra la vita condotta dai filosofi, che consiste
nel seguire la via della giustizia trovata dall’intelligenza, e quella dei non
filosofi, che si fanno guidare da false apparenze e da pregiudizi. In questo
senso, allora, la filosofia è esperienza vissuta che impegna tutta l’anima e
la verità stessa presenta un carattere pratico, sia perché deve guidare la
vita dell’uomo, sia perché lo scopo supremo della vita è produrre nell’uomo
la contemplazione della verità.
Si spiega così l’importanza
della fondazione di uno "stato etico", ossia di uno stato che mira
alla realizzazione del Bene. E se la filosofia deve guidare la vita dell’uomo,
essa dovrà necessariamente guidare anche gli stati: "Non è possibile per
gli Stati la cessazione dei mali e neppure per il genere umano, se i filosofi
non regnano negli Stati, o quelli che ora chiamiamo re e principi non praticano
genuina e buona filosofia e se non si congiungono insieme potere politico e
filosofia, e se non si estromettono con la forza tutti coloro che tendono
solamente all’una o solamente all’altra."
2.3. La filosofia come modo di
vita teoretico
La rappresentazione che
abitualmente si ha della filosofia aristotelica è che essa si distanzi da ciò
che abbiamo visto caratterizzare quella platonica, ossia questa intima unione
tra teoria e pratica; la filosofia di Aristotele, affermando la necessità che
il sapere debba venire cercato per se stesso, sembra volerci dire la sua
separazione dal mondo della vita.
Se anche Aristotele fu per
vent’anni membro dell’Accademia di Platone e se nella scuola da lui poi
fondata, il Liceo, si viveva più o meno seguendo le stesse regole dell’Accademia,
ciò nonostante vi era una netta differenza tra le due scuole. L’Accademia
platonica aveva una finalità essenzialmente politica, secondo l’idea
presentata di intreccio tra filosofia e politica. La scuola di Aristotele,
invece, formava alla sola vita filosofica, in quanto l’insegnamento politico
era destinato ad un pubblico più ampio e questo perché Aristotele riteneva che
i due campi, filosofico e politico, fossero comunque distinti. La felicità che
all’uomo viene dalla pratica della virtù nella città è secondaria rispetto
a quella che viene dalla completa dedizione alla vita dello spirito, la parte
più sublime dell’uomo, e che esige una totale indipendenza nei confronti
delle cose materiali e degli affanni conseguenti alla vita attiva. La vita
secondo lo spirito è dunque cercata e amata per se stessa e conduce alla forma
più elevata di felicità, una felicità quasi sovrumana se è vero che l’intelletto,
che è la parte essenziale dell’uomo, è insieme qualcosa di divino che spinge
l’individuo ad essere quasi al di sopra di se stesso. Come per Platone, anche
per Aristotele la scelta di vita filosofica conduce l’uomo a ricercare un io
superiore che sappia accedere ad un punto di vista universale e trascendente.
Come per Platone la
saggezza appartiene solo agli dei ed il filosofo è colui che, desiderandola,
tende ad essa senza peraltro mai raggiungerla, così pure per Aristotele la vita
secondo lo spirito è qualcosa che l’uomo riesce a realizzare pienamente solo
in rari momenti, e questo per l’infinita distanza che separa l’uomo da Dio,
e quindi il filosofo dalla saggezza. Il resto del tempo il filosofo prosegue
nella sua ricerca spirituale ed è in questa attività che egli può trovare la
felicità.
Per Aristotele la
filosofia è dunque un modo di vita teoretico. E’ necessaria una piccola
digressione sul significato del termine "teoretico" per non
confonderlo con "teorico". "Teorico" è un termine che, se
anche non utilizzato dal nostro filosofo, significava "ciò che si
riferisce ai procedimenti". Ora "teorico" si oppone a
"pratico" in quanto astratto, speculativo. Aristotele, invece,
utilizza solo il termine "teoretico", intendendo da un lato quel modo
di conoscenza che ha come scopo il puro sapere e dall’altro quel modo di vita
che si pone come finalità questo modo di conoscenza. In questa accezione,
dunque, teoretico e pratico non si oppongono perché il termine
"teoretico" può venire usato per definire una filosofia praticata e
dedita alla ricerca della verità e quindi apportatrice di felicità. Scrive
Aristotele: "La vita pratica non è necessariamente volta agli altri, come
pensano alcuni, e non sono soltanto quei pensieri che mirano a un risultato,
prodotto dall’agire, ad essere «pratici»; infatti sono molto più
«pratiche» le attività dello spirito e le riflessioni che trovano il loro
fine in se stesse e vengono sviluppate in funzione di se stesse".
La filosofia teoretica
diventa così allo stesso tempo etica nel senso che, come la vita deve scegliere
quale valore-guida solo ciò che sia veramente virtuoso, quindi farsi illuminare
dall’idea del bene, "allo stesso modo la praxis teoretica - è Aristotele
stesso che ci porta ad arrischiare questa formula apparentemente paradossale -
consiste nel non scegliere altro fine che la conoscenza, a volere la conoscenza
di per se stessa, senza perseguire altro interesse particolare ed egoistico…
Si tratta di un’etica del disinteressamento e dell’obiettività".
2.4. Il piacere della
contemplazione
Ma come era organizzata
esattamente all’interno della scuola questa vita secondo lo spirito? Sappiamo
infatti che Aristotele abbracciò i più svariati settori della ricerca:
storica, sociologica, psicologica, scientifica. Si classificavano i fatti, se ne
rintracciavano le cause, si stabilivano analogie a partire dall’osservazione e
dalla riflessione che concernevano sia l’orizzonte delle cose generate che
ingenerate. Il piacere, la gioia che risultava dalla conoscenza di entrambi gli
ambiti dipendeva dal fatto che in essi si ritrovavano le tracce di quella
realtà da cui dipendono tutte le cose, di quel principio primo che muove tutte
le cose come l’oggetto dell’amore muove l’amante. Come per Platone, anche
per Aristotele allora la conoscenza si lega all’amore e al desiderio. Il
piacere che deriva dalla contemplazione degli esseri è simile a quello
conseguente alla contemplazione dell’essere amato: ogni cosa contemplata è
infatti bella per il filosofo perché egli è capace di guardarla nella
prospettiva del disegno generale della natura e della sua organizzazione,
secondo quel principio primo che rappresenta il supremo desiderabile. E infatti
"il supremo desiderabile e il supremo intelligibile si confondono".
Ancora una volta troviamo quel connubio tra vita contemplativa e dimensione
etica che si realizza nella vita filosofica, unica che permette quel distacco
dagli affanni delle cose materiali e da se stessi grazie al quale l’uomo può
innalzarsi al livello dello spirito, dell’intelletto che costituisce il suo
vero io. Questa perfezione non appartiene però all’intelletto umano; l’uomo
può comunque sforzarsi di costruire le condizioni che lo potranno avvicinare a
questo stato secondo un programma ideale di ricerca che rappresenta un invito ad
elevarsi verso questa beatitudine che è la saggezza.
Le opere di Aristotele non
rappresentano quindi l’esposizione esauriente di una dottrina, non
costituiscono le differenti parti di un sistema che spiega la realtà nella sua
interezza. I testi che conosciamo rappresentano i materiali di preparazione dei
corsi tenuti nella sua scuola; sono quindi testi che non avevano lo scopo di
informare, ossia di insegnare un sistema di pensiero chiuso in se stesso e
completo, ma di formare, cioè di trasformare gli individui facendo loro vivere
e sperimentare il modo di procedere della ragione e la norma del bene. Questa
era dunque la vita teoretica, una vita di discussione, di ricerca condotta
insieme, perché nulla poteva il discorso da solo se non c’era il
coinvolgimento dell’uditore: "…quelli che hanno appena incominciato ad
apprendere una scienza ne intrecciano le frasi, ma ancora non ‘sanno’:
bisogna, infatti, compenetrarsi negli argomenti, e questo richiede tempo…".
Per Platone ed Aristotele, quindi, non è sufficiente ascoltare chi insegna, ma
bisogna frequentare a lungo i concetti, fare esperienza, osservare,
familiarizzare con i processi dell’intelletto per realizzare un autentico
sapere. Lo stesso vale per l’ambito pratico: non basta fare discorsi
filosofici sulla virtù per essere virtuosi, è necessario invece esercitarsi a
metterla in pratica.
Abbiamo quindi visto come
tanto per Platone che per Aristotele fosse centrale, attraverso il discorso
filosofico, contribuire alla crescita e alla perfezione dell’individuo. Se per
Platone questo compito doveva essere assolto dai filosofi che nel contempo erano
anche, quindi, uomini politici, facendo di loro degli individui dediti tanto
alla contemplazione quanto all’azione, per Aristotele l’attività del
filosofo si limitava a formare gli uomini politici, il cui compito era quello di
garantire le condizioni affinché i cittadini potessero vivere secondo virtù.
Il filosofo era invece colui che si dedicava interamente alla ricerca
disinteressata, allo studio e alla contemplazione. Seppure con questa
differenza, per entrambi la filosofia risultava essere compenetrazione di
discorso e modo di vita ed il filosofo colui che conduceva una vita filosofica e
che formava e trasformava gli individui, attraverso il suo insegnamento ed
esempio.