Il
Giardino dei Pensieri - Studi di storia
della Filosofia
Angela Chiaino
Simone Weil
La vita, il
pensiero, le opere
[Vedi
anche
l'Indice per
Temi alla voce: Weil]
1. L’impegno politico e i primi scritti
1.1. Dalla parte degli oppressi: il filo
rosso nel pensiero di Simone Weil
C’è un sottile filo rosso che
collega tutta la riflessione e l’opera di Simone Weil ed è rappresentato
dalla sua naturale inclinazione per le categorie più deboli, i vinti della
società e della storia. Tutto in lei è animato da questa tendenza a mettersi
sempre al posto degli altri, di chi soffre, di chi subisce un sopruso o una
discriminazione, a partire dalla sofferenza che prova, ancora bambina, davanti
alle tragedie della prima guerra mondiale. L’indagine sulle condizioni di vita
dei lavoratori manuali, siano essi minatori, contadini o operai delle fabbriche,
che la porterà a sperimentare in prima persona la fatica e l’oppressione del
lavoro fisico, e a scrivere i suoi saggi forse più famosi (Le Riflessioni
sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, del 1934 e gli
scritti raggruppati sotto il titolo di La condizione operaia, del 1935);
la lucida analisi della situazione politica e sociale della Germania alla
vigilia dell’avvento di Hitler (contenuta negli scritti del volume intitolato Sulla
Germania totalitaria); le critiche, appassionate e sferzanti al partito
comunista, alla politica coloniale francese, ad ogni forma di totalitarismo,
alla guerra e all’uso indiscriminato della forza (espresse nei tanti articoli
e saggi degli anni Trenta, pubblicati su celebri riviste dell’epoca come i
"Cahiers du Sud") ed infine l’esperienza mistico-religiosa che
segnerà gli ultimi anni della sua vita (e che traspare dalle sue ultime opere,
in particolare i quattro volumi dei Quaderni, nonché La prima radice,
1942-43): tutta la riflessione politica di Simone Weil è orientata verso un
interesse nei confronti dei più deboli. Al punto da sacrificarvi la propria
esistenza: pare certo che la sua morte, avvenuta a soli 34 anni in un sanatorio
inglese, non fu causata dalla tubercolosi, bensì dal rifiuto di nutrirsi a
sufficienza, deciso caparbiamente come forma di solidarietà nei confronti dei
francesi rimasti in patria nell’imperversare del conflitto. Un sacrificio
sconvolgente, contrario ad ogni istinto di auto-conservazione, persino irritante
per la sua inutilità, che rischierebbe di apparire del tutto incomprensibile e
folle, se non fosse illuminato dall’esperienza vissuta e dall’opera della
sua protagonista. Insieme al rifiuto del cibo, il rammarico per non essere stata
impiegata in una "missione pericolosa", come aveva espressamente
richiesto ai membri di "France Libre", l’organizzazione per cui
lavora, a Londra, negli ultimi mesi della sua vita. Tutta la vita e la
produzione filosofica di Simone Weil è animata da questo spirito di abnegazione
e rinuncia in nome di un ideale più alto: la ricerca della libertà,
esigenza imprescindibile di ogni essere umano, di ogni individuo, da perseguire
e realizzare ad ogni costo.
1.2. L’impegno politico e sociale: i
primi anni di Simone Weil
Simone Weil nasce a Parigi nel
1909, in una famiglia borghese e benestante di origine ebraica ma di convinzioni
laiche. Studia all’École Normale, dove trova un punto di riferimento
intellettuale e culturale nel suo maestro, il filosofo Émile Auguste Chartier
(più noto con il nome di Alain) che la introduce alla lettura dei classici
della filosofia: Platone, Descartes, Spinoza, Kant, Hegel. Il metodo di Alain,
che consiste principalmente nella lettura e nel libero commento di brani di
grandi opere, sarà lo stesso metodo di insegnamento che Simone applicherà alle
sue allieve, pochi anni più tardi, quando inizierà ad insegnare nei licei.
Alain non è un politico, tutti i suoi interessi sono incentrati sulla
filosofia; ma nelle sue lezioni c’è un’attenzione particolare alla sfera
etico-morale (il dovere di agire bene, ovvero di agire per il bene,
liberamente ma con rettitudine, indipendentemente dal credo religioso o da
qualsivoglia appartenenza culturale) che non può sfuggire allo spirito acuto e
sensibile di Simone. Siamo nella Francia degli anni Venti, e per questa
generazione di studenti cresciuti sullo sfondo della prima guerra mondiale, l’insegnamento
di Alain finisce con lo sfiorare, inevitabilmente, corde politiche, mettendo d’accordo
radicali, socialisti e comunisti (ma anche studenti cattolici) su tematiche
importanti, come l’opposizione alla guerra e all’uso della forza, in
generale, ad ogni forma di potere costituito. Per i suoi studenti, Simone
compresa, tutto ciò si traduce nella necessità di coniugare pensiero e azione
in un movimento di rivolta (una vera e propria "rivoluzione") che vada
contro i valori borghesi, la politica della Terza Repubblica con la sua
corruzione ed i piccoli scandali, il retorico e vacuo patriottismo del
dopoguerra, il capitalismo e la corsa sfrenata al guadagno. La parola d’ordine
è engagement: impegno, che è in primo luogo, impegno sociale e
politico. L’interlocutore privilegiato di questi giovani diventa il
"proletariato", quelle masse a cui occorre dare un’istruzione e
condizioni di vita migliori, in vista di una società nuova: un discorso di
questo genere non può prescindere da una riflessione seria sulla questione del
lavoro.
1.3. I temi cari a Simone Weil: il lavoro
come condizione dell’esistenza, il binomio libertà/necessità, il conflitto
individuo/società
Negli scritti giovanili di Simone
Weil sono già contenuti temi che verranno sviluppati nelle opere successive.
Innanzitutto, l’assoluta centralità del concetto di lavoro, colto nelle sue
diverse dimensioni: una dimensione gnoseologica, in quanto presupposto della
conoscenza, una dimensione non solo sociale ma anche morale, in quanto fondante
una vera e propria etica del lavoro, una dimensione ontologica, in quanto
possibilità dell’esistenza stessa dell’uomo (in particolare, nella tesi di
diploma intitolata Scienza e percezione in Descartes, scritta fra il 1929
e il 1930, Simone formula un’importante riflessione su pensiero e percezione
come fondamento di una nuova concezione del lavoro, laddove il lavoro sarebbe
una sorta di intermediario, appunto, fra il pensiero e l’azione, fra la parte
passiva dell’uomo, che vede il mondo ma non è in grado di afferrarlo con la
sola immaginazione, e la parte attiva; da qui l’esigenza imprescindibile del
lavoro, inteso come lavoro fisico e manuale, a completamento dell’azione dell’intelletto
e la necessità di ricomporre lo iato fra chi impartisce gli ordini e chi quegli
ordini deve eseguirli, che è alla base della moderna schiavitù).
Altro tema che emerge dai primi scritti è quello del conflitto, sempre sotteso,
fra uomo e mondo, fra individuo e società (fra i due termini, Simone Weil
predilige sempre il primo, l’individuo rispetto alla società; c’è in lei
una forte diffidenza nei confronti della "massa", come agglomerato
indistinto, incapace di pensiero autonomo e facilmente influenzabile da una
qualsivoglia propaganda, come di fatto accadrà nella Germania di Hitler).
C’è anche una teoria dell’azione che è sempre azione indiretta, mediata
sul mondo, legata ad un binomio libertà/necessità (dove finisce la libertà
dell’uomo e inizia la necessità del suo agire, laddove cioè il suo agire non
può essere diverso da come è) che assumerà nella riflessione di Simone Weil
interessanti riflessi, anche spirituali e religiosi.
E, infine ma non da ultimo, la volontà di cogliere la complessità del reale a
partire da categorie filosofiche che si caleranno, sempre di più, nella
concretezza, negli ostacoli, nella sofferenza della vita di tutti i giorni.
2. La libertà passa attraverso il lavoro
2.1. Le Riflessioni sulle cause
della libertà e dell’oppressione sociale
La necessità del lavoro diventa
uno dei temi centrali della riflessione e dell’impegno di Simone terminati gli
studi e fino alla fine della sua breve esistenza. Già negli anni dell’insegnamento,
nella cittadina di Le Puy-en-Velay dove, a partire dal 1931, le viene assegnato
l’incarico di docente, Simone partecipa e condivide il disagio, le privazioni
e le proteste dei lavoratori: vive con il minimo indispensabile per versare
sistematicamente una parte del suo stipendio alla cassa dei minatori di
Saint-Étienne, sostiene economicamente i disoccupati locali e guida una loro
delegazione nelle trattative con l’amministrazione comunale, partecipa a
diverse manifestazioni, fra cui quella dei minatori del 3 dicembre 1933 in cui
porta la bandiera rossa in testa al corteo (1), episodio che susciterà grande
scandalo in paese e per cui subirà un rapporto della polizia e diverse
ispezioni da parte delle autorità scolastiche. Più che al partito comunista,
organizzazione troppo vasta e burocratica, che rischia di allontanarsi dai
problemi concreti, quotidiani dei lavoratori, Simone si lega al sindacalismo
rivoluzionario, piccole sigle che raggruppano militanti di sinistra ancora
vicini alla base. Il suo pensiero sul lavoro si esplica in un breve e intenso
scritto del 1934 (ma che verrà pubblicato postumo) intitolato Riflessioni
sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, in cui Simone Weil
parte da Marx per mettere in luce l’importanza ma anche i limiti della sua
teoria politica ed economica, nel tentativo di superarla.
2.2.Simone Weil e Karl Marx: un rapporto
complesso
A Marx riconosce il merito di aver
compreso e denunciato i meccanismi della moderna società capitalista che negano
la libertà umana e aver rivendicato il diritto e l’assoluta necessità di un
capovolgimento dello status quo, l’avvento di una vera e propria
rivoluzione dal basso. Come Marx anche Simone Weil individua nella separazione
tra lavoro intellettuale e lavoro manuale l’oppressione che affligge il mondo
attuale. Ma laddove Marx parla di "sfruttamento" (della forza lavoro
da parte di chi detiene i mezzi di produzione) Simone preferisce, sin dall’inizio,
parlare di "oppressione", privilegiando un termine che contiene già
una sfumatura politico-statuale piuttosto che economica. A Marx infatti Simone
Weil rimprovera l’essere rimasto imbrigliato in quelle maglie che voleva
spezzare, in quel meccanismo che era sua intenzione scardinare: e questo perché
Marx non ha compreso che, anche eliminando il capitalismo, la divisione
del lavoro e quindi l’oppressione sarebbero sopravvissute. Eliminare il
capitalismo, infatti, non basta: la storia della rivoluzione russa, sfociata in
un regime totalitario e oppressivo, ne è un esempio chiaro e doloroso. Marx è
stato lucido nella sua analisi, ma si è fermato all’espropriazione e alla
gestione collettiva dei mezzi di produzione, non ha pensato a una
riorganizzazione radicale del sistema produttivo. Ha dato per scontato lo
sviluppo illimitato delle forze produttive, senza offrire alcuna dimostrazione o
spiegazione scientifico-economica di tale fenomeno.
2.3.Non abolizione della proprietà
privata, ma abolizione dell’oppressione: il punto centrale dell’analisi di
Simone Weil
Una rivoluzione che voglia essere
fondante di una società nuova dovrà essere concepita in termini e con scopi
diversi: non l’eliminazione della proprietà privata, ma l’abolizione dell’oppressione
è il punto fondamentale del discorso weiliano (2). Lo stato di minorità dei
lavoratori, infatti, non è dovuto a circostanze di natura meramente economica,
bensì riposa su altre cause, prime fra tutte, l’eterna lotta per la potenza e
un’innata inclinazione umana a sopraffare i più deboli; è necessario agire
sulle cause profonde dell’oppressione sociale. Simone parte dalla
constatazione che in ogni tipo di società un certo grado di coercizione nei
confronti dell’individuo è inevitabile, al fine di mantenere l’ordine. Ma l’oppressione
nasce solo se c’è separazione tra chi detiene il potere e chi lo subisce, per
cui i primi diventano sfruttatori, i secondi sfruttati (nella moderna società
industriale i due termini si identificano nel binomio imprenditori/operai).
Posto dunque che nella moderna organizzazione della produzione un grado di
coercizione sarà ineliminabile, si tratta di concepire e cercare di realizzare
un sistema di lavoro che risulti il meno oppressivo possibile. Nell’evoluzione
sociale, da società di tipo primitivo caratterizzate da forme economiche
elementari a sistemi più complessi, l’uomo si è affrancato sempre più dalla
natura, riuscendo a possederne e dominarne molti aspetti attraverso il progresso
scientifico, la tecnica, la specializzazione delle conoscenze e del lavoro. Ma
questo tipo di emancipazione non ha eliminato l’oppressione: "invece di
essere tormentato dalla natura, l’uomo è ormai tormentato dall’uomo"
(3). Il fatto che forme di oppressione siano esistite in tutte le società e in
tutte le epoche (e che continuino a esistere), tuttavia, non deve scoraggiare
nella ricerca della libertà.
2.4. E’ tempo di rinunciare a sognare la
libertà, e di decidersi a concepirla:
pensiero e azione come
presupposto di una libertà autentica
Come Pascal, Simone è convinta
che la dignità, presupposto stesso della libertà dell’uomo, sia racchiusa
nel pensiero: "…nulla al mondo può impedire all’uomo di sentirsi nato
per la libertà. Mai, qualsiasi cosa accada, potrà accettare la servitù:
perché egli pensa"(4). Simone è anche convinta che l’aspirazione alla
libertà non debba essere più un sogno, ma una realtà, concretamente
realizzabile su questa terra. Libertà non significa non lavorare, al contrario,
"una vita dalla quale la nozione stessa di lavoro fosse pressoché
scomparsa sarebbe preda delle passioni e forse della follia; non c’è
padronanza di sé senza disciplina, e non c’è altra fonte di disciplina per l’uomo
oltre lo sforzo richiesto dagli ostacoli esterni" (5). Bisogna
scontrarsi con la durezza delle condizioni esterne, provare la fatica anche
fisica, in una parola, agire: "La libertà autentica non è definita da un
rapporto tra il desiderio e la soddisfazione, ma da un rapporto tra il pensiero
e l’azione" (6). Tutta la libertà dell’uomo è racchiusa nel pensiero
che guida il suo corpo, i suoi muscoli; il che significa che il lavoro veramente
libero è solo quello in cui è l’uomo a guidare le proprie azioni in base al
proprio pensiero. Ora sappiamo quali sono le condizioni per un lavoro ed una
società liberi dall’oppressione: "la società meno cattiva è quella in
cui la maggior parte degli uomini si trova per lo più obbligata a pensare
mentre agisce, ha le maggiori possibilità di controllo sull’insieme della
vita collettiva e possiede la maggiore indipendenza" (7).
2.5. Contro ogni forma di totalitarismo:
far agire il pensiero
Il lavoro manuale dev’essere
guidato dal pensiero; l’uomo che lavora dev’essere presente a se stesso,
consapevole delle proprie azioni e del risultato del proprio lavoro. E invece
"mai l’individuo è stato così completamente abbandonato a una
collettività cieca, e mai gli uomini sono stati più incapaci non solo di
sottomettere le loro azioni ai loro pensieri, ma persino di pensare" (8).
Nel dominio della collettività sull’individuo Simone vede il grande male dell’epoca
moderna. Perché la collettività non ha uno spirito, non ha un’anima, non
pensa; è guidata da meccanismi che non tengono conto della libertà e della
dignità umane, incentrati sull’unica logica del potere e dell’affermazione
di sé. Ovunque, in tutti i campi, si assiste ad una limitazione del
pensiero individuale, a vantaggio della collettività e del potere centrale, che
si rafforza sempre più e finisce con lo schiacciare l’individuo fino ad
annullarlo completamente. E’ questa l’organizzazione totalitaria che
caratterizza la società contemporanea: "Appare abbastanza chiaro che l’umanità
contemporanea tende un po’ dovunque a una forma totalitaria di organizzazione
sociale…, vale a dire a un regime in cui il potere di Stato deciderebbe
sovranamente in tutti gli ambiti, anche e soprattutto nell’ambito del
pensiero" (9). Bisogna reagire, restituendo al pensiero il suo ambito, il
suo valore: è questa l’unica speranza per una società libera.
2.6. La condizione operaia: il diario
di fabbrica
Le riflessioni di Simone Weil sul
lavoro e sulla libertà si rafforzano e si completano durante l’esperienza in
fabbrica. Dal 4 dicembre 1934 al 23 agosto 1935 Simone lavora come operaia in
tre diversi stabilimenti industriali francesi. Ha chiesto un anno di congedo al
ministero della pubblica istruzione, ufficialmente per completare una tesi di
ricerca. In realtà quello che Simone intende fare è sperimentare di persona,
sulla propria pelle, le condizioni di vita e i ritmi di lavoro degli operai e
delle operaie francesi. Alla base c’è sempre quel sentimento innato,
connaturato al suo carattere, di solidarietà, empatia nei confronti degli
oppressi, dei più deboli, la volontà di condividere la loro sorte per poterla
capire fino in fondo. La condizione operaia è il titolo del volume che
raccoglie questa esperienza, sotto forma di lettere, bozze di articoli e saggi e
di un diario giornaliero, il "giornale di fabbrica". Per Simone si
tratterà di un’esperienza devastante, tanto da un punto di vista fisico che
psicologico, che la segnerà per sempre "Conoscerò ancora la gioia,
ma una certa leggerezza di cuore mi rimarrà, credo, impossibile per
sempre" (10), scriverà in una lettera all’amica Albertine. E tuttavia
considererà questa del lavoro in fabbrica un’esperienza positiva: "Ho
sofferto molto di questi mesi di schiavitù, ma per nulla al mondo vorrei non
averli attraversati. Mi hanno permesso di provare me stessa, di toccare con mano
tutto quello che avevo potuto solo immaginare" (11). Le condizioni di
lavoro sono durissime: turni massacranti, ritmi di produzione troppo veloci,
condizioni ambientali pessime (rumori assordanti, scarsa aereazione dei locali,
cibo insufficiente). Il salario è a cottimo e questo significa che i più
deboli, ovvero quelli che fisicamente non riescono a produrre di più sono
destinati a guadagnare meno, rischiando continuamente di essere licenziati. E
soprattutto, Simone si rende conto che nell’ambiente della fabbrica è
impossibile qualsiasi forma di solidarietà, amicizia, contatto umano con i
colleghi di lavoro (il che rende inconcepibile qualsiasi tentativo di
organizzazione di una protesta o di una ribellione). I ritmi di lavoro e la
fatica fisica impediscono spesso agli operai di parlarsi, la gerarchia all’interno
della fabbrica genera invidie, incomprensioni, piccole angherie quotidiane. La
circostanza che il lavoro sia retribuito a cottimo rende le persone competitive
e litigiose, nel tentativo di accaparrarsi i lavori più semplici e le macchine
più leggere sottraendoli ai colleghi. In simili condizioni è difficile
scambiarsi confidenze ed impressioni o aiutarsi a vicenda: la mancanza assoluta
di solidarietà fra gli operai, la pressoché totale inesistenza, salvo
sporadici casi, di uno spirito di fratellanza nella sorte comune è uno dei dati
che, più di altri, colpisce in negativo Simone (12).
2.7. "Si è soli con il proprio
lavoro..": la fatica e la rassegnazione dell’operaio
L’aspetto più importante che
Simone sperimenta nella vita di fabbrica è quella sensazione di abbrutimento,
di perdita di autostima, di paura e di rassegnazione senza speranza che si
abbatte sull’operaio dopo pochi turni di lavoro: in una parola, il sentimento
di schiavitù, sentimento che snatura gli uomini, privandoli della libertà e
della dignità di esseri umani. La scoperta, per molti versi inattesa e
sconcertante, è racchiusa nell’amara constatazione che: "Un’oppressione
evidentemente inesorabile ed invincibile non genera come reazione immediata la
rivolta, bensì la sottomissione" (13). La paura immediata, in tempi di
crisi e di disoccupazione, è quella di perdere il posto di lavoro, di
ritrovarsi senza un salario. Un motivo sufficiente per sopportare insulti e
umiliazioni persino più pesanti della mera sofferenza fisica. Ma le ragioni che
impediscono di ribellarsi sono anche altre. "La rivolta è impossibile, se
non a intervalli d’un lampo…Anzitutto, contro che cosa? Si è soli con il
proprio lavoro, ci si potrebbe rivoltare solo contro di esso […] Si è come i
cavalli che si feriscono se tirano sul morso – e ci si piega. Si perde persino
coscienza di questa situazione, la si subisce e basta. Ogni risveglio del
pensiero, allora, è doloroso" (14). E’ il sistema stesso, l’organizzazione
del lavoro come è concepita nella grande industria a generare e alimentare
sottomissione, paura, remissività, in pratica, la schiavitù e l’accettazione,
da parte degli operai, di tale condizione. E’ questo ciò che contraddistingue
la moderna società capitalistica dalle società schiaviste del passato:
"in tutte le altre forme di schiavitù, la schiavitù è nelle circostanze.
Solo qui è trasferita nel lavoro stesso" (15).
2.8. Lo Charlot di Tempi moderni:
una parabola sui danni della razionalizzazione del lavoro
L’oppressione nella moderna
struttura economica industriale si basa sulla specializzazione, sulla gerarchia,
sulla divisione dei compiti e dei ruoli, in una parola, sulla divisione del
lavoro ovvero sulla razionalizzazione del lavoro (o taylorismo). E
soprattutto, ed è il dato che Simone coglie sin dall’inizio, sul dominio
delle macchine sull’uomo (quello che chiama, con un termine forse desueto, macchinismo);
perché (e questo Simone lo ha capito sin dalle Riflessioni ed è il
punto di maggior dissidio rispetto a Marx) il vero problema per gli operai non
è quello di non possedere i mezzi di produzione, ma il fatto di essere ridotti
a pura funzione dell’apparato industriale, a mere appendici delle macchine
stesse (16).. Il lavoro "macchinale" (ripetitivo, sistematico, fatto
di gesti precisi e sempre uguali a se stessi), tipico delle grandi fabbriche
moderne, appiattisce e annulla completamente le capacità mentali. L’oppressione
si basa sull’assenza di pensiero, sulla rottura di quell’equilibrio
fondamentale fra pensiero e azione che è la quintessenza della libertà.
"Lo sfinimento finisce col farmi dimenticare le vere ragioni della mia
permanenza in fabbrica, rende quasi invincibile la più forte fra le tentazioni
che comporta questo genere di vita: quella di non pensar più, unico mezzo per
non soffrirne" (17). L’uomo-macchina è l’uomo che non pensa, che
agisce come un automa, come un robot. E’ questo il prodotto della grande
industria, splendidamente incarnato dallo Charlot di Tempi moderni, il
film di Chaplin in cui Simone si è riconosciuta (18).
2.9. Cosa fare per riformare la condizione
operaia: la ricetta di Simone Weil per un futuro migliore, fra analisi
storico-sociale ed utopia
Quali i rimedi? "Occorre
mutare la natura degli stimoli al lavoro, diminuire o abolire le cause del
disgusto, trasformare il rapporto che intercorre fra ogni operaio e il
funzionamento complessivo della fabbrica, il rapporto dell’operaio con la
macchina, e il modo con il quale scorre il tempo durante il lavoro" (19).
Occorre ricondurre gli operai alla propria coscienza di uomini e lavoratori,
farli sentire parte attiva di un processo produttivo e non semplici ingranaggi
di un sistema, responsabilizzarli e motivarli attraverso direttive che abbiano
un costrutto logico e scopi necessari, renderli partecipi dei risultati del loro
impegno: "Sarebbe anche bene che ogni operaio, di tanto in tanto, veda
finito l’oggetto nella cui fabbricazione ha avuto una parte, foss’anche
minima; e che gli si facesse capire quale esattamente è stata la sua parte di
lavoro… Bisogna far capire loro… che stanno fabbricando oggetti richiesti
dai bisogni sociali e che hanno un diritto limitato ma reale ad esserne
fieri" (20). E sulla scia di questa esigenza di maggior
coinvolgimento psicologico ed emotivo del lavoratore rispetto ai risultati del
suo sforzo, fa proposte concrete per migliorare la vita in fabbrica. L’operaio
dovrebbe conoscere la macchina che utilizza, pezzo per pezzo, essere in grado di
smontarla o di ripararla, in pratica, dovrebbe essere lui a padroneggiare la
macchina (e non viceversa).
Dovrebbe poter invitare i propri familiari a visitare la fabbrica, in giornate
ed orari appositamente deputati a tale scopo.
Dovrebbe godere di una maggiore autonomia nello svolgimento del proprio lavoro,
sapendo già in anticipo quali ordinazioni dovrà eseguire nell’immediato
futuro, in modo da poter organizzare le proprie energie ed il proprio tempo.
2.10. Ripartire dalle fabbriche: l’inutilità
della rivoluzione e la necessità di riforme strutturali
Le riforme devono partire dalle
fabbriche stesse, dai capi e dai lavoratori. La rivoluzione è inutile perché
non può abolire le condizioni di lavoro che rendono infelici le esistenze degli
operai. Occorre un cambiamento profondo e quindi, per forza di cose, lento,
strutturale, che coinvolga l’intero apparato sociale: "tutta la società
dev’essere anzitutto costruita in modo che il lavoro non tenda a degradare
coloro che lo compiono" (21). Un cambiamento di questo tipo
presuppone anche una riforma del sistema scolastico, che dovrebbe essere volto
ad una maggiore e migliore istruzione dei ceti lavoratori e una rinascita della
scienza, concepita non più come appannaggio di pochi ma come conoscenza alla
portata di tutti.
Ogni ipotesi di movimento rivoluzionario dal basso, ora, viene scartata. La riflessione di Simone ha ormai definitivamente preso le distanze dalla rivoluzione del proletariato pronosticata da Marx; l’esperienza di fabbrica, il contatto diretto con il mondo del lavoro l’hanno convinta dell’inutilità, anzi, della dannosità di un’azione rivoluzionaria che farebbe precipitare la situazione nel caos, con esiti imprevedibili.
3. Gli esiti del pensiero politico di Simone Weil
3.1.Il fallimento degli scioperi del ’36
e la delusione spagnola: il "costeggiare" la politica di Simone Weil
negli ultimi anni della sua vita
Gli ultimi anni di Simone Weil
sono stati definiti gli anni della crisi mistico-religiosa e del conseguente
allontanamento dalla politica. Ancora nel 1936 Simone partecipa attivamente agli
scioperi dei lavoratori, ma finirà col distaccarsi del tutto dal sindacalismo
rivoluzionario che aveva sostenuto sino a quel momento. Nell’agosto dello
stesso anno, benché pacifista convinta, si arruola nella brigata Durruti per
prendere parte alla resistenza spagnola e combattere al fianco dei contadini che
chiedono "terra e libertà" contro la dittatura franchista. Un banale
incidente la costringerà a rimpatriare per non tornare più, nella
consapevolezza che la guerra combattuta in Spagna "non era più, come mi
era sembrata all’inizio, una guerra di contadini affamati contro i proprietari
terrieri ed un clero complice dei proprietari, ma una guerra tra Russia,
Germania e Italia" (22). Il misticismo religioso degli ultimi anni sembra
dunque andare di pari passo con la profonda delusione per il fallimento della
rivoluzione, di tutte le rivoluzioni, e per il ruolo assolutamente inadeguato
svolto da partiti, sindacati e organizzazioni di base nel cercare di risolvere
le problematiche politiche della sua epoca. Fino ad arrivare alla rinuncia a
qualsiasi tipo di lotta, non solo in senso politico, ma anche morale. Verrebbe
quasi da pensare che, negli ultimi anni, Simone abbandoni ogni interesse per le
faccende terrene, per volgersi completamente verso un’altra dimensione,
mistica, religiosa, sovrannaturale. Ma così non è. E questo perché una certa
attenzione alla politica non viene mai meno, se non altro in termini di
osservazione della realtà dei fatti: è quel "costeggiare" la
politica di cui molti interpreti hanno parlato, con un termine da lei stessa
usato nel 1942 nel ripensare alla sua esperienza passata, con la consapevolezza
che non ci è dato di scegliere: "partecipare, anche da lontano, al gioco
delle forze che muovono la storia non è assolutamente possibile senza
imbrattarsi o senza condannarsi in anticipo alla disfatta. Rifugiarsi nell’indifferenza
o in una torre d’avorio è ancor meno possibile senza molta incoscienza"
(23).
3.2. Un nuovo obiettivo politico:
realizzare una società di uomini finalmente liberi
In realtà Simone Weil finisce con
"l’imbrattarsi con la politica" fino alla fine, altrimenti non si
spiegherebbero tanti suoi scritti degli ultimi tempi dedicati ancora alla
questione coloniale, alla guerra, alla ricostruzione e ad una nuova costituzione
per la Francia. Semmai, a essere definitivamente cambiato è l’approccio alla
politica stessa, sicuramente molto diverso da quello che l’aveva animata negli
anni Trenta, quando in discussione c’era ancora una determinata struttura
(sociale, politica, economica) e la possibilità di modificarla. Ora, invece, l’obiettivo
della sua analisi non è più un dato sistema, ma la politica in quanto tale,
nel tentativo di concepire una nuova cultura dell’umanità: ed è per questa
ragione che alla sua critica non sfuggirà alcun aspetto della modernità,
comprese quelle che sono considerate le forme di governo e di società più
avanzate ed eque. A costo di rischiare di apparire reazionaria, anacronistica ed
incline all’utopia. L’obiettivo rimane sempre lo stesso, quello dei primi
anni di studio e di insegnamento: la realizzazione della libertà. Una libertà
sempre più minacciata, a livello storico e individuale, dall’ascesa e dal
dilagare del nazismo, dalla guerra, dai crimini che in ogni parte del mondo si
consumano ai danni dei più deboli e di cui anche la Francia si è macchiata e
continua a macchiarsi (in questa chiave viene letta e denunciata "la
questione coloniale"). Gli scritti degli anni Quaranta, quando Simone è
costretta a lasciare la Francia per rifugiarsi prima negli Stati Uniti e poi in
Inghilterra, nell’infuriare della seconda guerra mondiale, vanno in questa
direzione: la piece teatrale rimasta incompiuta Venezia salva, gli
articoli dedicati alla questione coloniale e alla guerra, molti passaggi dei Quaderni
testimoniano, ancora una volta, la volontà di Simone Weil di opporsi ad ogni
forma di uso indiscriminato della forza e, per contro, di realizzare una
società di uomini finalmente liberi, padroni del proprio lavoro, radicati alla
terra che abitano e al proprio passato.
3.3. La crisi mistico-religiosa e la
scoperta della fede: la genesi dei Quaderni
Composti fra il 1941 e il
1942, i Quaderni sono un’opera dal carattere frammentario, un insieme
di pensieri che non seguono un filo conduttore, un disegno unitario ma sono
piuttosto divagazioni filosofiche su tematiche care all’autrice, prima fra
tutte quella ricerca della libertà che l’individuo deve perseguire ad ogni
costo, con coraggio e sacrificio, e che ora, da libertà politica e sociale,
sembra trasformarsi in qualcosa di più alto, di più spirituale, una libertà
dell’anima che avvicina l’uomo a Dio. Il punto di partenza del pensiero
weiliano è sempre la la sofferenza che accomuna tutti gli uomini e che Simone
ha sperimentato di persona. Ora, nei Quaderni, questa sofferenza diventa
uno strumento, il mezzo privilegiato per avvicinarsi a Dio. Sono tre, in
particolari, gli episodi salienti di questa esperienza personale della Weil,
vere e proprie crisi mistiche o rivelazioni, come lei stessa documenta (la prima
nell’estate del 1935, in un villaggio di pescatori in Portogallo, durante una
processione religiosa; la seconda nel 1937 ad Assisi, nella chiesa di Santa
Maria degli Angeli, e infine nell’abbazia benedettina di Solesmes, nel 1938,
leggendo i versi di una poesia di G.Herbert) .Questo avvicinarsi alla
cristianesimo, visto come religione degli oppressi e dei diseredati, tuttavia,
non si tradurrà mai in una vera e propria conversione, rimanendo a livello di
una condivisione di valori e adesione spirituale più che dogmatica. Il Dio a
cui pensa Simone non è il Dio di una religione o di un popolo ("ogni
religione è l’unica vera" (24) e quindi che tutte devono godere dello
stesso rispetto, della medesima tolleranza). Non è un Dio in cui bisogna
credere (dove il credere è legato all’intelligenza) ma che bisogna piuttosto
amare (con il cuore, ovvero con la fede). Per questo il Dio di Simone è il Dio
di tutte le religioni, e questo proprio perché ogni religione riposa su quel
tessuto di valori comunemente condivisi che forma la nostra più autentica e
pura tradizione di esseri umani: "Concepire l’identità delle diverse
tradizioni, non accostandole in base a quel che esse hanno di comune; ma
cogliendo l’essenza di ciò che ciascuna di esse ha di specifico. E’ una
sola e medesima essenza" (25). La convinzione di fondo è che una società
veramente libera, ovvero composta da individui liberi, non può prescindere da
un certo grado di religiosità, intesa come spiritualità, ovvero il credere e
perseguire determinati valori. Non è soltanto il fatto di credere in un Dio, ma
anche di credere nella giustizia, nella morale, nel retto agire: far rivivere
una società alla luce dello spirito religioso significa recuperare questo
tessuto di verità eterne che sono fonte di giustizia e di moralità, quello
spirito che la moderna società industriale ha perso.
3.4. La prima radice, ovvero, il
radicamento della politica: la politica come arte e come ponte
Anche l’ultimo testo importante
di Simone Weil, L’Enracinement (tradotto in italiano con il titolo
"La prima radice") parte da una considerazione sulla politica, ovvero
dalla constatazione di come la politica venga comunemente considerata "..
solo e prevalentemente come la tecnica per l’acquisto e la conservazione del
potere" (26). E’ esattamente questa l’accezione che Simone rifiuta:
restituire dignità alla sfera politica significa sottrarla a quei meccanismi di
dominio e di prestigio che sempre più regolano le società moderne, facendone
piuttosto lo spazio per il confronto, il dibattito pubblico, la relazione e la
differenza. La politica non dev’essere intesa come tecnica, ma come arte:
dev’essere il luogo della verità e dell’impegno etico. E’ il ponte, lo
strumento per creare "una forma di civiltà che valga qualcosa" (27),
i cui fondamenti riposino non in una qualche fortunata congiuntura, in una
determinata costituzione o in un qualche partito politico, bensì "fra le
verità eternamente iscritte nella natura delle cose" (28). Quattro sono
gli ostacoli principali che Simone individua nella nostra moderna società
occidentale per la realizzazione dello scopo, quello di una civiltà veramente
degna di questo nome: "la nostra falsa idea di grandezza; la degradazione
del senso della giustizia; la nostra idolatria per il denaro; e l’assenza di
ispirazione religiosa" (29). Superare questi ostacoli significa costruire
una società più giusta e più equa, in cui i bisogni degli esseri umani siano
davvero una priorità da salvaguardare e non mera propaganda e vuote promesse
elettorali. Per fare ciò, occorre "puntare verso comunità più piccole e
probabilmente anche più povere" (30): soltanto comunità molto piccole
sono ancora gestibili in senso autenticamente democratico. Occorre concepire i
legami fra gli uomini in termini di "relazioni fra individui", in un
tessuto sociale che assomigli sempre di più a quelle comunità di persone
fondate su una profonda spiritualità, sul lavoro e sull’attenzione reciproca
(la cui presenza ha caratterizzato talune epoche del passato, ad esempio il
corporativismo medievale).
3.5.L’ultima riflessione sul lavoro: un
cerchio che si chiude
A chiusura dell’ Enracinement
Simone torna sul concetto di lavoro, a completare una sorta di parabola che
segna tutto il suo pensiero. Quello sradicamento che a livello politico colpisce
intere popolazioni, attraverso la guerra o la conquista coloniale, sottraendo
loro il passato, le tradizioni, quel tessuto di usi e costumi comunemente
condiviso, si traduce, nel mondo del lavoro, in un processo di gran lunga
analogo che colpisce i lavoratori manuali. Simone torna su quell’esigenza
pedagogica già difesa in passato. Se infatti il primo motivo di sradicamento
nelle società moderne è il denaro, che "distrugge le radici ovunque
penetra" (31), il secondo fattore di sradicamento è proprio l’istruzione
come è concepita al giorno d’oggi: non desiderio di insegnare ma
indottrinamento delle masse, non desiderio di apprendere in vista di un
arricchimento personale ma soltanto per il raggiungimento di uno status sociale.
Istruzione e tirocinio della gioventù operaia, sistemi di produzione più
attenti alle condizioni fisiche e psicologiche dei lavoratori (ad esempio
attraverso la creazione di macchine che non mettano in pericolo lo stato di
salute degli operai), condizioni di vita più dignitose. Simone Weil ripensa il
mondo del lavoro operaio attraverso un suo "piano per radicare nuovamente
gli operai" (32) che prevede l’abolizione delle grandi fabbriche,
sostituite da "un gran numero di piccole officine, di uno o di pochi operai
ciascuna, disperse per la campagna" (33). Questi operai dovrebbero recarsi
periodicamente in un’officina di montaggio posta al centro della produzione e
dedicarsi a tutta una serie di attività volte alla loro formazione culturale e
all’incoraggiamento della solidarietà e della socializzazione (invano cercate
nelle fabbriche in cui Simone aveva lavorato).
3.6. Un nuovo sistema produttivo e sociale
che non sia "né capitalistico né socialista". Ai limiti dell’utopia:
la contraddizione irrisolta e la sfida di Simone Weil
"Inoltre, ogni operaio
dovrebbe essere proprietario di una casa e di un po’ di terra" (34):
lungi dall’essere contraria alla proprietà privata, Simone è al contrario
favorevole a ogni forma di produzione e di gestione della cosa pubblica che
comporti un certo grado di responsabilità e di impegno personale da parte dell’individuo.
Simone pensa a un tipo di sistema produttivo e sociale che non sia "né
capitalistico né socialista" (35), consapevole delle distorsioni e delle
contraddizioni a cui entrambi i modelli, sebbene in maniera differente,
conducono. Quella a cui pensa Simone, è insomma una comunità unita (ma non
chiusa all’esterno), radicata nei propri valori, che sappia vivere
dignitosamente del frutto del proprio sudore quotidiano in tutti i campi, dall’artigianato
all’agricoltura, imperniata su una spiritualità che ne costituisca l’intimo
fondamento, dove lo spirito cristiano dev’essere quello delle origini, fatto
di umiltà, tolleranza, accoglienza. Una realtà del genere non estromette
necessariamente i processi industriali, ma dove la fabbrica a cui pensa sia un
ambiente diverso da quello da lei stessa vissuta, in cui il contatto con le
macchine sia continuamente mediato dal pensiero umano ed i meccanismi di
produzione facciano parte dell’esistenza dell’uomo, in cui ci sia vera
partecipazione al raggiungimento di un risultato finale e non una mera
ripetizione di singoli gesti privi di un apparente significato (36). Quella che
il progetto di Simone sembra trascurare è la sua fattibilità, la sua
possibilità di una realizzazione concreta all’interno di una società di tipo
capitalistico che fa proprio di quelle grandi fabbriche che qui si vorrebbero
abolire il proprio punto di forza. C’è sicuramente molto di utopico in questo
progetto di una comunità futura. Il problema più grande negli scritti degli
ultimi anni è per Simone quello di conciliare la sua visione politica con la
realtà, laddove la spiritualizzazione del lavoro che ella auspica sembra tanto
più lontana e anacronistica rispetto alle forme di produzione industriale delle
società moderne. La morte precoce, avvenuta nell’agosto del 1943 mentre è
ancora esule in Inghilterra, porrà fine a uno dei pensieri più lucidi e
appassionati del Novecento. Ma è proprio la contraddizione irrisolta nel
pensiero politico di Simone Weil il suo punto di forza, l’aspetto forse più
affascinante della sua riflessione. Perché ha tutto il sapore di una sfida.
Ripensare la politica, non in termini di forza, di sopraffazione, di esercizio
del potere ma in termini di apertura all’altro, di recupero dei valori
fondamentali di verità e di giustizia, di arte e di bellezza, di dignità del
lavoro umano, di pensiero libero e consapevole, di scelta, di radicamento: è
questo il testamento politico di Simone Weil, il messaggio lasciato alle
generazioni future.
Note
(1) Per un racconto
dettagliato dell’episodio, J.Cabaud, Une expérience vécue de Simone Weil:
la marche des mineurs du 3 décembre 1933, in Cahiers Simone Weil, Tome
II, n.1 mars 1979, pp. 21-26.
(2) Sul punto si veda il saggio di R.Prevost, Le refus de l’oppression économique, in CSW, Tome III, n.1, mars 1980, pp.39-45, che parte proprio da questo presupposto, per cui liberalismo e marxismo, secondo la Weil, nella misura in cui esaltano la produzione, contribuirebbero entrambi e in egual misura alla nascita dell’oppressione.
(3) Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, Adelphi, Milano, 2000, p.46
(4) Ibidem, p.74.
(5) Ibidem, p.76.
(6) Ibidem, p.77.
Si veda sul punto R.Chenavier, Civilisation du travail ou civilisation du temps libre? Parte I, in Cahiers Simone Weil, Tome X, n, 3, septembre 1987, p.238, e Simone Weil. Une philosophie du travail, op. cit., p.282 e segg.; G.Leroy, La critique de l’idée de révolution dans les Réflexions sur les causes de la liberté et de l’oppression sociale, cit., p.21.(7)
Ibidem, p. 101. Particolarmente interessante l’uso che Simone fa, in questa sede, dell’espressione la società meno cattiva, a intendere che una società per nulla cattiva è praticamente impossibile, non solo da realizzare ma, pare, finanche da concepire.(8) Ibidem, p. 110.
(9) Ibidem, p. 119.
(10) Lettera a A.Thévenon in La condizione operaia, p.121.
(11) Ibidem, p.124.
(12) Emblematici l’episodio del licenziamento di un’operaia malata che non ha eseguito un lavoro troppo duro per le sue condizioni di salute, criticata dalle altre operaie per quel comportamento, (La condizione operaia, p.19) e l’episodio, meno drammatico ma altrettanto significativo, di Joséphine, pesantemente rimproverata per essersi lamentata di un "cattivo lavoro" affidatole, sotto gli sguardi compiaciuti delle colleghe (Ibidem, p.48).
(13) Ibidem, p.95.
(14) Ibidem, p.36.
(15) Ibidem, p.108.
(16) Come mette bene in luce G.Gaeta nel suo saggio La fabbrica della schiavitù, in Ibidem, p.307.
(17) Ibidem, p.35.
(18) Ibidem, p.163, p.164 e p.195.
(19) Ibidem, p.273.
(20) Ibidem, p.274.
(21) Ibidem, p.293.
(22) S.Weil, Lettera a G.Bernanos, cit., p.50.
(23) S.Weil, Méditation sur l’obéisance et la liberté, in Oppression et liberté, cit. p. 192 (tr.it. in R.Esposito, Categorie dell’impolitico, cit., p.228; vedi anche D.Canciani, Simone Weil. Il coraggio di pensare, cit., p.176, nota 26)
(24) S.Weil, Quaderni, II, p.152.
(25) S.Weil, Quaderni, III, p.201.
(26) Ibidem, p.197.
(27) S.Weil, La prima radice, cit., p.198.
(28) Ibidem.
(29) Ibidem, p.198.
(30) In questi termini G.Forni Rosa, Sulla nozione weiliana di divisione del lavoro, in Simone Weil. Politica e mistica, cit, p. 68.
(31) S.Weil, La prima radice, cit., p.50.
(32) Ibidem, p. 74.
(33) Ibidem.
(34) Ibidem.
(35) Ibidem, p.77.
(36) Come osserva G.Forni Rosa, "ecco cosa piaceva a Simone Weil degli scioperi del ’36: che si poteva andare con le famiglie a vedere le macchine", in Il tradizionalismo rivoluzionario, cit. p. 44.