Il Giardino dei Pensieri
- Studi di storia della Filosofia
Elio Rindone
"Magna quaestio factus
sum mihi.
Homo indigens Deo, homo capax Dei"
(Agostino)
Una elaborazione complessa
L’antropologia cristiana
riprende, ovviamente, la concezione biblica dell’uomo, ma sarebbe un errore
credere che quella ne costituisca l’unica fonte. Sin dai primi secoli dell’era
cristiana, infatti, il messaggio biblico, già esso stesso variegato, si è
intrecciato con altre esperienze religiose, come lo gnosticismo, e culturali,
come la filosofia greca. Anche i pensatori cristiani, come i maestri a cui si
ispiravano, riconoscono la fragilità dell’uomo e, nel contempo, ne esaltano
la grandezza, ma ciò non toglie che essi elaborano prospettive tra loro
notevolmente divergenti anche su questioni non secondarie. Ci soffermeremo sulle
idee di qualcuno di questi pensatori per mostrare come, mentre alcune tesi sono
state a poco a poco rifiutate, altre si sono imposte con l’avallo del
magistero ecclesiastico, sino a essere presentate come un corpus
dottrinale unitario e immodificabile.
Sorprendente sintonia
I primi intellettuali convertiti
al cristianesimo si erano formati alla filosofia greca, e quindi
comprensibilmente cominciarono a interpretare la Bibbia utilizzando concetti a
loro familiari. Leggendo la Bibbia con categorie filosofiche e i testi
filosofici con categorie bibliche, gli autori cristiani scoprono evidentemente
sorprendenti analogie tra la visione greca e quella ebraica dell’uomo e del
mondo. Uno dei primi pensatori cristiani di qualche rilievo, Giustino, nato nell’odierna
Nablus nel 100 e morto a Roma martire intorno al 165, spiega le numerose
consonanze, che crede di trovare fra la cultura classica e la Scrittura,
affermando che nella prima sono presenti quei semi di verità che avranno il
loro pieno sviluppo nella seconda. Ben presto il pensiero di Platone si impone
come quello più in sintonia con il messaggio biblico. Così la spiritualità
cristiana comincia a essere caratterizzata da una certa svalutazione dei beni
sensibili, dai quali bisogna distaccarsi per prepararsi alla contemplazione
della realtà divina e la visione unitaria dell’uomo, propria della Bibbia,
comincia ad essere gradualmente sostituita da un’antropologia dualistica, che
valorizza l’anima a scapito del corpo e l’aldilà a scapito di questo mondo.
Giustino
Per Giustino, per esempio, l’uomo
raggiunge la sua piena realizzazione dopo la morte, in virtù della resurrezione
intesa alla maniera farisaica. Egli, però, rifiuta ancora l’idea di un’anima
per natura immortale. La sua antropologia è caratterizzata dalla presenza delle
tre componenti di cui parla la Bibbia: il corpo è vivificato dall’anima, e
questa a sua volta dallo spirito. L’anima, quindi, è per natura mortale:
«Come il corpo (sôma) non rimane sempre unito all'anima (psyché),
ma quando viene il momento di sciogliere questa armonia l'anima abbandona il
corpo e l'uomo non è più, così quando l'anima non deve più esistere si
separa da lei lo spirito vivificante (tò zotikòn pneûma) e l'anima non
è più, ma ritorna anch'essa là di dove è stata presa»(Dialogo con
Trifone giudeo, 6,2). I cristiani dunque, per Giustino, non credono come il
pagano Platone all’immortalità dell’anima ma alla resurrezione. Solo per un
dono divino gli uomini, anima e corpo, dopo il giudizio definitivo saranno
ammessi alla beatitudine eterna o «puniti con una pena eterna»(1 Apologia,
8,4).
Origene
L’influenza platonica diventa
più visibile in Origene (185-254), secondo il quale le anime sono immortali:
create tutte all’inizio dei tempi, esse non solo non muoiono ma esistono anche
prima di assumere un corpo. E, sempre come Platone, Origene ammette la
metempsicosi e ritiene che il loro successivo destino dipenda dal livello di
moralità raggiunto: "Non è razionale che le anime debbano essere
introdotte in corpi secondo i loro meriti e azioni precedenti?"(Contra
Celsum 1, 32). Le anime che non riescono a espiare sulla terra le loro colpe
andranno all’inferno, ma la punizione per Origene sarà di lunga durata ma non
eterna e avrà una funzione purificatoria. Alla fine dei tempi la redenzione
giungerà al suo compimento e tutte le creature, compreso il diavolo, saranno
reintegrate nella loro perfezione originaria (tesi, questa, che sarà condannata
come eretica nel concilio di Costantinopoli del 553).
Cassiano
Col passare del tempo, la
concezione dell’uomo dei pensatori cristiani si allontana sempre più dall’ispirazione
biblica: influenzata dal platonismo e dal neoplatonismo, la spiritualità
cristiana vede la realizzazione dell’uomo non nella vita presente ma in quella
futura. Così, un monaco orientale, Giovanni Cassiano, morto in Francia nel 435,
scrive, in un’opera che avrà enorme diffusione nei monasteri medioevali, che
"quando si paragonano queste creature con quel secolo futuro, in cui i beni
restano immutabili e non c’è più da temere la perdita della vera felicità,
si dovrà concludere che tutti i beni creati a mala pena possono conservare il
nome di beni. […] Le cose di questo mondo, che pure sono grandi, belle,
meravigliose a vedersi, appariranno nulla se confrontate con quelle che
ci promette la fede come premio futuro" (Conferenze spirituali,
Alba-Roma 1966, vol III, pp 228-229).
Agostino (354-430)
Platonico è anche il grande
contemporaneo di Cassiano, Agostino d’Ippona, il pensatore che più di tutti
ha influenzato la concezione medievale dell’uomo e del mondo. Ma è bene
ricordare che, prima di accogliere i principi della filosofia platonica e
neoplatonica e di convertirsi poi al cristianesimo, egli aveva aderito per un
decennio (dal 373 al 382) alla setta manichea. È noto che il persiano Mani
(216-277), che si considerava discepolo di Gesù, fuse in una nuova religione
elementi provenienti, oltre che dalle scritture ebraiche e cristiane, anche dal
platonismo, dallo zoroastrismo e dal buddhismo. Il manicheismo è caratterizzato
da una visione fortemente dualistica: il mondo è frutto della mescolanza di due
principi in lotta tra loro, quello della Luce, buono, e quello della Tenebra,
malvagio. In questa prospettiva, l’uomo ha il compito di preparare la vittoria
definitiva del bene sul male grazie al rigoroso distacco dai beni materiali
(mentre altre correnti gnostiche considerano irrilevanti ai fini della salvezza
comportamenti libertini) e soprattutto grazie alla gnosi (e cioè alla
conoscenza).
L’antropologia
È facile riscontrare l’influenza
di queste precedenti esperienze sulla teologia di Agostino, e in particolare
sulla sua antropologia. La concezione agostiniana dell’uomo sembra riprendere,
pur sottolineando del corpo non l’utilità ma la caducità, lo strumentalismo
proprio di una certa fase del pensiero aristotelico: "l’uomo è un’anima
razionale che si serve di un corpo mortale e terrestre"(De moribus
ecclesiae catholicae, I, 27). Agostino sa che l’uomo non è solo l’anima
ma il composto di anima e di corpo, ma pone sempre l’accento sul valore
eccellente dell’anima: «la parte migliore dell’uomo è la sua anima; il
corpo non è tutto l’uomo, ma la parte inferiore dell’uomo»(De civitate
Dei, XIII, 24). L’anima è ‘la parte migliore’ perché, come insegnava
Platone, è una realtà spirituale, semplice per sua natura, e quindi immortale.
E Agostino dimostra l’immortalità con un argomento di origine platonica:
l'anima non è che principio di vita, per cui essa "non è un soggetto da
cui la vita si separerebbe, ma vita che si separerebbe da se stessa. Infatti
ogni essere che si dice morto perché separato dalla vita, s'intende separato
dall'anima. Allora la vita che si separa dagli esseri che muoiono è l'anima
stessa che non si può separare da sé. Quindi l'anima non muore"(De
immortalitate animae 9, 16). Il corpo invece, sebbene in quanto creato sia
una realtà buona, è ‘la parte inferiore’ perchè si corrompe; tuttavia è
destinato a riunirsi all’anima dopo il giudizio finale, per godere l’eterna
felicità o soffrire l’eterna pena.
Il peccato
Ma se dal punto di vista
ontologico il giudizio sul corpo è positivo, dal punto di vista morale è
assolutamente negativo: il corpo, con i suoi desideri, è d’ostacolo alla vita
dell’anima. Questo, per Agostino, è un dato d’esperienza incontestabile e
la fede cristiana ne fornisce la spiegazione: è il peccato originale, la
ribellione dell’anima a Dio, che ha provocato la ribellione del corpo all’anima.
E il peccato di Adamo ha conseguenze per tutti i suoi discendenti: esso ha
causato la corruzione dell’umanità, perché in Adamo tutti gli uomini hanno
peccato. Poiché con la procreazione si trasmette una particella dell’anima
peccaminosa dei genitori, tutti gli esseri umani ricevono una natura ferita: per
Agostino, quindi, "tutti gli uomini sono un’unica massa peccatrice, che
è adesso in balia della punizione definitiva di Dio"(Ad Simplicianum
I, 2, 16). Gli uomini ormai nascono peccatori: sono perciò destinati all’inferno
anche se non commettono, come i bambini, alcun peccato personale.
Visione angosciante
La dottrina del peccato originale,
che si basa sull’idea arcaica di una responsabilità collettiva e che
considera il peccato trasmissibile per via ereditaria, ha prodotto evidentemente
una visione pessimistica e colpevolizzante dell’uomo, decisamente estranea al
vangelo. La lettura agostiniana della Bibbia appare, infatti, fortemente
influenzata dalla mitologia orfica, platonica, gnostica: Adamo decade da una
condizione paradisiaca come le anime nel Fedro platonico precipitano dal
mondo celeste in quello corporeo. E il mondo terreno, caratterizzato dalla
corporeità, dalla bellezza sensibile, dal piacere, dalla sessualità, diventa
quindi il luogo dell’esilio. L’ammirazione di Agostino va alla natura umana
creata per l’unione con Dio e capace di raggiungere il suo fine in virtù
della redenzione: certamente non agli uomini realmente esistenti che, se privi
della grazia, non sono meritevoli di altro che dell’eterna dannazione.
La vita terrena
Il mondo e la storia dell’umanità
appaiono così il campo della lotta tra bene e male, tra la civitas dei e
la civitas diaboli (e il ruolo di Satana come avversario di Dio
diventerà ancora più marcato nella spiritualità medievale), con la condanna
eterna della maggior parte degli uomini, di quella "massa dannata"(Contra
Julianum 5, 14) da cui Dio per pura misericordia trae coloro che predestina
alla salvezza: e le sofferenze terrene, giusta mercede del peccato, sono mezzo
di espiazione per gli eletti e anticipazione della punizione eterna per i
reprobi. In questa prospettiva, la vera vita dell’uomo è quella spirituale e
le passioni legate alla corporeità sono una continua tentazione: la potenza del
Peccato domina l’uomo in maniera apparentemente irresistibile. L’anima
immortale deve dunque liberarsi dalla concupiscenza dei beni sensibili che l’avvince
a un corpo destinato alla morte per prepararsi alla vera vita, quella futura.
La salvezza
Ecco, allora, la via alla
beatitudine: per salvarsi, l’uomo deve, con l’aiuto della grazia divina,
spezzare ogni legame terreno e cercare Dio solo. Non è difficile riconoscere in
queste idee l’eco del mito dell’anima esiliata, con la diffidenza verso ciò
che è terreno e con la nostalgia dell’assoluto proprie della spiritualità
neoplatonica: non aveva già invitato Plotino a fuggire "verso la cara
patria […] Noi abbiamo infatti una patria donde veniamo e un padre che in essa
ci attende"(Enneadi I, 6, 8), descrivendo la vita degli uomini beati
come "separazione dalle restanti cose di quaggiù, vita cui non aggrada
più cosa terrena, fuga di solo a solo"(Enneadi VI, 9, 11)? La
differenza, rispetto alla spiritualità neoplatonica, è che il corpo, grazie
alla resurrezione intesa alla maniera farisaica, parteciperà della beatitudine
dell’anima.
L’inferno
Ma pochi sono predestinati alla
beatitudine: la magior parte degli uomini è schiava del peccato. E la gravità
del peccato è tale da meritare, secondo Agostino, una punizione eterna: un
intero libro della Città di Dio sarà dedicato proprio alla difesa
dell'eternità delle pene infernali. Agostino sa che alcuni grandi teologi, come
Origene, hanno ritenuto incompatibile con l'immagine di un Dio d'amore e di
perdono l’idea di una condanna eterna per tutti i non-battezzati e i cristiani
deceduti in stato di peccato mortale, ma è inflessibile nel combattere questi
sentimenti, che giudica troppo umani. Il perdono ha i suoi limiti, egli afferma,
e il rigore della giustizia divina impone che il castigo sia eterno: "È
completamente assurdo affermare: "La vita eterna sarà senza fine, la pena
eterna avrà fine". Quindi, giacché la vita eterna dei santi sarà senza
fine, senza dubbio anche la pena eterna per coloro che l'avranno non avrà
fine"(De civitate Dei, XXI, 23). Dopo di lui, la dottrina cristiana
non evolverà su questo punto.
La spiritualità medievale
Nel medioevo si dà ormai per
scontato che il fine dell’uomo è la comunione con Dio, che si realizza
pienamente nell’aldilà. Di conseguenza, la vita terrena è vista sempre più
come esperienza provvisoria, come luogo di sofferenza da sopportare in attesa
della felicità eterna. Il mondo, creato buono, ha perso la sua bontà naturale
a causa del peccato: se a Cassiano esso, con tutta la sua bellezza, appariva un
nulla, ora è diventato una valle di lacrime, come recita una preghiera
composta nel medievo. Uno dei temi più ricorrenti nella letteratura del tempo
è quello del disprezzo del mondo, e una delle composizioni più rappresentative
di tal genere letterario è il De contemptu mundi, sive de miseria
conditionis humanae, del cardinal Lotario de’ Conti di Segni, futuro papa
Innocenzo III (1198-1216). Decisamente misera è, per Lotario, la vita dell’uomo,
"nato per il lavoro, per il dolore e la paura e, ciò che è peggio, per la
morte"(Patrologia Latina, t. CCXVII, col. 702).
La vita come espiazione
Anzi, l’uomo è in se stesso
qualcosa di spregevole, soprattutto a causa del corpo e della sessualità, che
contaminano l’anima: "l’uomo è formato di polvere, di fango, di cenere
e, cosa ancora più vile, di immondissimo sperma… Chi ignora infatti che l’unione
carnale dei coniugi non avviene mai senza il prurito della carne, il
ribollimento del desiderio e il puzzo della lussuria? Quindi ogni uomo, proprio
in forza dell’atto per cui è stato concepito, è corrotto, inquinato e
viziato, dato che il seme umano comunica all’anima che vi è infusa la macchia
del peccato, lo stigma della colpa, la deturpazione dell’iniquità"(ivi,
col. 702-704). La vita terrena, con le sue sofferenze, non serve perciò ad
altro che all’espiazione dei peccati: neanche il neo-platonismo greco era
arrivato a tanto!
Tommaso (1224-1274)
In questo clima culturale, è
veramente un atto di grande libertà intellettuale la scelta di Tommaso d’Aquino
di accogliere nel pensiero cristiano le idee di Aristotele. E dal filosofo greco
egli riprende non solo la rivalutazione del mondo sensibile, resa possibile dal
rifiuto del dualismo metafisico di Platone, ma anche la concezione ilemorfica
propria del De anima. Tommaso, però, non si limita a ripetere
Aristotele: come la metafisica, anche l’antropologia aristotelica viene
ripensata in profondità, accordandola così con le verità proposte dalla
lettura tradizionale della Bibbia. Egli comincia con l’ammettere onestamente
che «conoscere cosa sia l’anima è cosa assai difficile» (De Veritate,
q. 10, a. 8, ad 8um), e aggiunge che tale conoscenza «richiede una
ricerca diligente e accurata» (Summa theologiae, I, q. 87, a. 1).
Intanto, per Tommaso una prima evidenza s’impone sulla base dell’esperienza:
l’uomo è un essere unitario, la cui vita risulta dall’intreccio intimo e
naturale di due componenti. L’anima, dunque, è il principio vitale che attua
una determinata materia, facendone un corpo umano: essa è "forma del corpo
umano"(Summa I, 76, 1).
La forma sussistente
Ma l’anima umana è solo forma
del corpo? La vita dell’uomo non ha una diversa qualità rispetto a quella
degli animali? La conoscenza intellettuale, la responsabilità dell’azione
libera e la capacità di aspirare all’infinito testimoniano una ‘sporgenza’
dell’uomo rispetto al mondo della natura, dell’anima razionale rispetto alla
corporeità. Tommaso ritiene che questa seconda evidenza si possa spiegare
ammettendo che l’anima umana è sì forma del corpo, ma una "forma
sussistente"(Summa I, 75, 2). Mentre gli altri animali compiono solo
attività comuni al corpo e all’anima, l’uomo, oltre a queste attività
comuni, ha attività che coinvolgono soltanto l’anima: la conoscenza razionale
e l’amore spirituale. L’anima razionale, quindi, non si limita ad animare la
materia ma ha un’autonoma consistenza, ha una vita propria, la vita che
chiamiamo ‘spirituale’. L’uomo, perciò, è una sostanza come il cane, ma
una sostanza di cui una componente, l’anima, è già da sola una sostanza.
Primato dell’anima
Questa reinterpretazione della
psicologia aristotelica mira evidentemente a fondare la trascendenza della vita
spirituale. La creazione artistica, la speculazione filosofica, le gioie dell’amicizia
e dell’amore, addirittura la contemplazione della stessa realtà divina sono
possibili solo perché l’anima ha una sua autonomia rispetto al corpo. L’uomo
è ad immagine di Dio proprio per il suo spirito, che però è legato a un corpo
e quindi occupa il gradino più basso tra le creature spirituali: l’angelo
infatti, che ha una natura puramente spirituale, "è, più dell’uomo, ad
immagine di Dio"(Summa I, 93, 3). In quanto sostanza spirituale
dotata di attività proprie, poi, l’anima può sopravvivere alla dissoluzione
del corpo, e quindi ne è assicurata l’immortalità. La concezione dell’anima
come forma del corpo, ma forma sussistente, permette secondo Tommaso di
conciliare l’unitarietà dell’essere umano con l’autonomia dell’anima
rispetto al corpo.
Concezione unitaria?
Ma la nozione di forma
sussistente, che è la chiave di volta dell’antropologia tomista, salva
davvero l’unità dell’uomo? Abbiamo visto che Aristotele ha gradualmente
guadagnato una concezione unitaria che attribuisce all’uomo tutte le sue
attività, anche se nel De anima restano delle incertezze. Proprio queste
incertezze sfrutta Tommaso per attribuire solo all’anima le attività
spirituali, elaborando la nozione di forma sussistente. Se Aristotele ha
progressivamente preso le distanze da un’antropologia dualistica, si può dire
che Tommaso ha fatto il cammino inverso: non potendo operare, per ovvi motivi,
una lettura di tipo storico-genetico dell’opera aristotelica, ha tentato di
conciliare l’ilemorfismo del De anima con lo strumentalismo dell’Etica
Nicomachea. Ne è risultato un dualismo mitigato rispetto a quello dell’Etica
aristotelica. Mitigato, perché non è l’anima che si serve del corpo
come di uno strumento ma è lo stesso uomo che compie attività spirituali, con
la sola anima, e attività sensibili, con l’anima unita al corpo. Ma dualismo,
perché ci sono nell’uomo due soggetti di operazione: l’anima da sola e il
composto di materia e forma.
Due tipi di vita
E infatti Tommaso parla senza
difficoltà di una duplice natura dell’essere umano: "nell’uomo ci sono
due componenti: cioè la natura spirituale e la natura corporea"(Summa
II-II, 26, 4) e quindi di "una duplice vita: quella esteriore, secondo la
natura sensibile e corporea, e in base a questa vita non abbiamo comunanza e
familiarità con Dio e con gli angeli, e quella dell’uomo spirituale, secondo
l’anima. E in base a questa vita abbiamo familiarità e con Dio e con gli
angeli"(Summa II-II, 23, 1 ad 1um). In sostanza, per il
suo corpo l’uomo conduce una vita di tipo animale, ma grazie alla sua anima è
in grado di condurre una vita di tipo angelico, che tuttavia, dato che l’uomo
è uno spirito incarnato, non si può svolgere senza la collaborazione del
corpo, le cui attività sono funzionali alla vita dell’anima.
Tra aristotelismo e
platonismo
Non era certo questa la
prospettiva del De anima! Contro l’opinione corrente che in maniera un
po’ semplicistica attribuisce a Tommaso l’ilemorfismo aristotelico, non
manca infatti chi ben a ragione sostiene che "l’antropologia di tipo
platonico continuò ad attrarre gli aristotelici, come S. Tommaso che sembra
oscillare tra l’analisi aristotelica del Trattato dell’anima e le
antiche abitudini di pensiero e di linguaggio nettamente platoniche"(C.
TRESMONTANT, Il problema dell’anima, Roma 1972, p. 53). Se infatti, d’accordo
con Aristotele, nega che l’unione dell’anima col corpo sia accidentale ed
abbia carattere espiatorio, Tommaso però è più vicino a Platone quando
afferma che l’anima è una realtà spirituale, creata immediatamente da Dio e
immortale, e caratterizzata da una vita spirituale a cui il corpo non ha parte.
Con la morte, quindi, l’uomo perde la sua completezza, ma l’anima non si
dissolve; separata dal corpo, essa mantiene però, a differenza di quanto
credeva Platone, una certa «tensione» (commensuratio) a riunirsi ad
esso, cosa che avverrà con la risurrezione.
Influenze bibliche
Influenzato dall’epistolario
paolino e dalla interpretazione che di esso aveva fornito soprattutto Agostino,
Tommaso finisce poi col contrapporre sul piano morale le esigenze del corpo e
dell’anima. Quando, ad esempio, sottolinea il contrasto tra la carne (sarx)
e lo spirito (pneuma) - "la carne ha desideri contrari allo spirito
e lo spirito ha desideri contrari alla carne"(Galati 5, 17) - Paolo
vuol dire che l’uomo, se si chiude nel suo egoismo, non può accogliere quella
pienezza di vita che è uno speciale dono divino. Tommaso, invece, così spiega
il passo della lettera paolina: "le brame della carne impediscono le
aspirazioni dello spirito. Infatti, poiché la carne si diletta di beni che sono
al di sotto di noi e lo spirito invece gode di beni che sono al di sopra di noi,
accade che l’anima, quando si occupa di cose che sono inferiori, quelle
proprie della carne, si allontana dai beni superiori, quelli propri dello
spirito"(Super ad Galatas V, 4). Identificando sarx con corpo
e pneuma con spirito, Tommaso crede quindi che la Bibbia presenti il
corpo come una minaccia per l’anima: in realtà sta travisando, con
conseguenze davvero pesanti, il senso del testo paolino.
Conseguenze morali
E la lotta tra l’anima e il
corpo è rimasta una caratteristica della spiritualità cristiana non solo nel
medioevo ma anche nell’età moderna e fin quasi ai nostri giorni. Ancora alla
metà dell’Ottocento un autore spirituale scriveva: "Dio mio, che cos’è
la carne? È l’effetto del peccato, è il principio del peccato… Tutto l’odio,
tutte le maledizioni e le persecuzioni che cadono sul demonio devono cadere
sulla carne e su tutti i suoi moti"(J. J. OLIER, Catechisme chrétien
pour la vie intérieure, citato da J. DELUMEAU, Il peccato e la paura,
Bologna 1987, p 541). Per secoli l’attenzione dei moralisti cristiani si è
concentrata in maniera particolarmente ossessiva sulla sessualità. Il sesso, in
specie quello femminile, è diventato la tentazione per eccellenza; non aveva
già insegnato Agostino, a proposito dei rapporti carnali, che il vero cristiano
"ama nella donna il fatto che ella è una creatura umana e odia il fatto
che sia moglie"(De sermone Domini in monte I, 15, 41)?
La vera vita
Del resto, non bisogna dimenticare
che anche per Tommaso, che pure getta sul mondo uno sguardo più benevolo di
quello dei suoi contemporanei, sulla vita umana incombe l’eredità del peccato
originale, e quindi il pericolo molto concreto della dannazione eterna. E come
Agostino, anch’egli pensa che "pochi sono gli uomini che attingono la
salvezza"(Somma teologica I, 23, 7). Da questa cupa visione della
condizione umana discende evidentemente un’assoluta diffidenza nei confronti
del mondo terreno e un’ardente aspirazione alla beatitudine ultraterrena. La
vera vita è quella futura, sicchè la morte – come dirà ancora nel Seicento
Francesco di Sales (e Platone pare proprio che abbia avuto la meglio sul
vangelo) – è una liberazione perché "la morte fa sì che l’anima non
viva più nella prigione costituita dal suo corpo"(Traité de l’amour
de Dieu, VII, 6). È un fatto innegabile che la predicazione cristiana per
secoli ha svalutato la vita terrena e acuito da una parte l’attesa della
felicità del paradiso e dall’altra il terrore dell’inferno.
Il vero mondo
Per i medievali, in effetti, il
mondo ultraterreno, in cui sarà fissata per sempre quella personalità che con
le scelte buone o malvagie si viene costruendo nel tempo, è ben più reale di
quello terreno: questa vita è una preparazione a quella dell’aldilà e si
comprende quindi l’importanza che hanno le autorità che direttamente (il
papa) o indirettamente (l’imperatore) debbono guidare i cristiani alla
salvezza eterna. E, grazie alla sua mentalità sistematica, Tommaso mette ordine
nella ancora incerta geografia dell’aldilà elaborata dai teologi precedenti
spiegando che ci sono cinque luoghi (non in senso metaforico), a cui le anime
sono destinate perché cinque sono le condizioni in cui possono trovarsi al
momento della separazione dal corpo: il purgatorio, per chi deve espiare colpe
commesse personalmente, il limbo degli adulti, per i giusti dell’era
precristiana che attendevano la liberazione operata da Cristo, il limbo dei
bambini, che debbono espiare la colpa originale, il paradiso per i battezzati
che non hanno colpe da espiare e l’inferno per i dannati (cfr. Summa,
supp. 69, 7).
Una dottrina consolidata
La concezione dell’uomo, della
vita, della morte e dell’aldilà che i Padri e i Dottori della chiesa hanno
elaborato non senza incertezze nel corso dei secoli è stata trasmessa alle
generazioni successive come un patrimonio di verità da credere senza riserve,
pena la scomunica. Così, ad esempio, il Concilio di Vienne (1312) propose come
insegnamento ufficiale della Chiesa che «l’anima umana è davvero, per se
stessa ed essenzialmente la forma del corpo umano». E Leone X, con l’approvazione
del Concilio Lateranense V (1513), condannò la tesi che afferma che «l’anima
umana è mortale o che è unica per tutti gli uomini». A proposito dell’anima
separata, in una dichiarazione del 1979 della Congregazione per la dottrina
della fede si legge che «La Chiesa afferma la sopravvivenza e la sussistenza,
dopo la morte, di un elemento spirituale, il quale è dotato di coscienza e di
volontà, in modo tale che l’io umano sussista, pur mancando nel frattempo del
complemento del proprio corpo. Per designare un tale elemento, la Chiesa adopera
la parola "anima", consacrata dall’uso della Sacra Scrittura e della
Tradizione. Senza ignorare che questo termine assume nella Bibbia diversi
significati, essa ritiene tuttavia che non esista alcuna ragione per
respingerlo, e considera, inoltre, che è assolutamente indispensabile uno
strumento verbale per sostenere la fede dei cristiani» (CDF, Alcune
questioni di escatologia, 17.5.1979, EV 6, 1539).
Forse poco evangelica
Anche il Catechismo della chiesa
cattolica del 1992 ribadisce che "con la morte, separazione dell’anima e
del corpo, il corpo dell’uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima va
incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo
glorificato. Dio nella sua onnipotenza restituirà definitivamente la vita
incorruttibile ai nostri corpi riunendoli alle nostre anime, in forza della
risurrezione di Gesù"(997). E sembra non ammettere dubbi sull’inferno:
"La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la
sua eternità"(ivi 1035). Resta da vedere se l’antropologia
elaborata dai teologi cristiani sia davvero razionalmente fondata e sia
autentica espressione del messaggio evangelico. O non sia piuttosto una
rilettura dell’antropologia aristotelica, corretta da una buona dose di
religiosità orfica e di spiritualismo platonico e neoplatonico, influenzata
anche dallo gnosticismo e poi rielaborata nell’ottica della resurrezione,
intesa però alla maniera dei farisei.
Qualcosa però cambia
La sintesi elaborata dai teologi
medievali è stata da tempo messa in discussione dai pensatori riformati, e di
recente anche da quelli cattolici. E le gerarchie vaticane? Con cautela anche
qui qualcosa si muove se è vero che il cardinale Camillo Ruini, che non può
certo essere sospettato di essere un pericoloso progressista, nel libro Verità
e libertà (Mondadori 2006) riconosce che l’antropologia cristiana
tradizionale è stata appesantita dal retaggio platonico, che la sopravvivenza
dell’anima separata suscita un certo disagio così come un’interpretazione
‘fisica’ della resurrezione, tanto che è meglio non parlare più del
Giudizio Universale con gli scheletri che econo dalle tombe, e che l’inferno
con le sue pene eterne certo esiste… ma potrebbe essere vuoto!