Il Giardino dei Pensieri
- Studi di storia della Filosofia
Elio Rindone
Se guardo il tuo cielo,
opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l'uomo
perchè te ne ricordi e il figlio dell'uomo perchè te ne curi?
Eppure l'hai
fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato:
gli hai dato
potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi
piedi"
(Salmi, 8, 4-7)
Una cultura originale
Pure la tradizione biblica, anch’essa come quella greca estremamente
variegata, ha come cifra caratteristica l’esaltazione dell’uomo, tanto che
solo di quest’ultimo si dice un paio di volte che è fatto a immagine di Jahve.
Non è possibile qui ripercorrere il lungo cammino che, dalle pagine più
antiche di quello che si suole chiamare Antico Testamento, giunge sino ai testi
che esprimono le certezze della primitiva comunità cristiana, ma cercheremo di
mettere in luce almeno le tappe più significative di tale cammino. Potremo
accorgerci, così, che il popolo ebraico ha elaborato una concezione dell’uomo
che, se da una parte presenta innegabili convergenze con alcune idee presenti
nella cultura greca, dall’altra ha una sua profonda originalità.
Antico Testamento. L’uomo: un essere
vivente
Per descrivere l’uomo la
Scrittura utilizza tre termini aramaici fra loro intimamente collegati: basâr,
cioè «carne o corpo» (gr. sárx o soma), nefesh,
tradotto comunemente con «anima» (gr. psyché) ed infine rûah,
«spirito» (gr. pneûma). I tre termini, e ciò va ribadito con forza,
indicano «l’intero essere umano», sebbene con sfumature diverse: basâr
ne sottolinea la debolezza e la caducità, nefesh il principio vitale e rûah
quella pienezza di vita che è uno speciale dono divino. L’essere umano
"è" dunque basâr e nefesh, e "riceve" rûah.
Il vocabolo nefesh, che compare circa 750 volte nell’AT, possiede un
etimo vicino a quello dei termini «gola», «bocca» e «respiro» e designa
sia la vita sia l’uomo vivente. Nel primo libro della Bibbia, per esempio, si
dice che l’uomo diventa un vivente, nefesh, proprio perchè riceve il
«respiro vitale» da Dio: «il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del
suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita (nismat) e l’uomo
divenne un essere vivente (nefesh)» (Gen 2,7).
Concezione unitaria
Per l'antico Israele, dunque,
l'uomo è una persona vivente (nefesh) che trova la sua visibilità
attraverso la carne (basâr), è ‘carne vivente’. Il nefesh
indica la persona nella sua interezza, con la sua capacità di sentire e di
decidere, ed è profondamente unito con il basâr, la sua manifestazione
corporea. È evidente, quindi, che la Scrittura presenta una concezione
assolutamente unitaria dell’uomo, molto più vicina a quella omerica che a
quella platonica: nefesh e basâr sono elementi inscindibili,
tanto che non si pensa che l’uno possa vivere davvero senza l’altro, con l’ovvia
conseguenza che con la morte tutto finisce, la persona non c'è più. Rimangono
solo delle larve, raccolte come nella mitologia greca in un unico luogo.
Lo sheol
Per gli ebrei, infatti, la terra
era piatta e sotto terra c’era un'enorme voragine, una caverna, che era il
regno dei morti: idea che abbiamo già ritrovato nella mitologia greca. Questa
voragine in ebraico si chiama «sheol», vocabolo la cui radice non è molto
chiara, ma che probabilmente significa «colui che inghiotte». Quando, circa
150 anni prima dell’era cristiana, la Bibbia venne tradotta dall’ebraico
nella lingua greca perché gli ebrei della diaspora parlavano ormai solo il
greco, il termine sheol venne tradotto ovviamente con «ade». E quando l’AT e
il NT vennero tradotti in latino, correttamente fu scelto il termine «inferi»:
gli dei inferi per i latini erano appunto le divinità che abitavano il regno
dei morti. Quindi sheol, ade e inferi significano la stessa cosa: il regno dei
morti, dove tutti quanti dopo la morte vanno a finire, perché tutti, sia buoni
che cattivi, finiscono sotto terra.
Prospettiva terrena
Come i greci dell’età arcaica,
dunque, anche gli ebrei non concepivano l’idea di un premio per i buoni e di
un castigo per i malvagi dopo la morte. L’ideale di moralità era certamente
diverso da quello greco ma il destino dell’uomo si giocava sempre su questa
terra. L’abbondanza e il pacifico godimento dei beni terreni erano considerati
la ricompensa di una vita giusta e l’oggetto della benedizione divina:
"se tu [Israele] obbedirai fedelmente alla voce del Signore tuo Dio […]
sarai benedetto nella città e benedetto nella campagna. Benedetto sarà il
frutto del tuo seno, il frutto del tuo suolo e il frutto del tuo bestiame;
benedetti i parti delle tue vacche e i nati delle tue pecore. Benedette saranno
la tua cesta e la tua madia"(Deuteronomio 28, 1. 3-5). I malvagi
invece sarebbero stati puniti con una vita breve, una grande povertà e una
moglie sterile. Una volta morti, però, tutti gli uomini andavano a finire nel
regno dei morti, semplici ombre prive di vita personale.
Rifiuto dell’immortalità
Queste convinzioni erano così
radicate in Israele che, quando due secoli prima della nostra era cominciarono a
penetrare anche nel mondo ebraico le idee della filosofia greca sull’immortalità
dell’anima, un teologo chiamato Qoèlet, e cioè «Il Predicatore», scrisse
un libro, ancora oggi inserito nel canone biblico, per contestare decisamente
tali novità: «la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come
muoiono queste muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. Non
esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità.
Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e
tutto ritorna nella polvere»(Qoèlet 3, 19-20). Affermazioni che
sembrano non ammettere replica, e che invece saranno messe in discussione da
nuove esperienze.
Insormontabili difficoltà
La concezione tradizionale della
retribuzione terrena, infatti, non è molto convincente, perché troppe volte
smentita dall’esperienza. Spesso, infatti, persone pie hanno una vita
disgraziata mentre i peggiori mascalzoni godono di tutti i beni del mondo. Per
rimediare a questo scandalo, si immagina in un primo momento che i giusti che
soffrono stiano espiando per i propri parenti, perché Jahve punisce la colpa
dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione. Ma questa,
evidentemente, è una soluzione poco ragionevole, e infatti non reggerà a
lungo: già nel VI secolo a. C. viene contestata dal profeta Ezechiele, che
afferma che la responsabilità morale è personale e che nessuno può essere
punito per le colpe di un altro.
Nuove prospettive
Una nuova soluzione comincia
invece a farsi strada sotto la pressione di un’esperienza sconvolgente: i
giusti non solo non hanno una vita felice ma addirittura vengono sottoposti ad
atroci sofferenze proprio perché vogliono mantenersi fedeli alle loro
tradizioni. È quanto accade intorno al 150 a. C. in seguito alla tremenda
persecuzione scatenata da Antioco Epifane, che voleva grecizzare i costumi
ebraici. Proprio allora presso i circoli farisaici, composti da persone pie e
osservanti della legge, cominciò ad affiorare l’idea di una retribuzione nell’aldilà.
Nel libro di Daniele si accenna, così, a un ritorno alla vita dopo la
morte, ma soltanto per i giusti: «Molti di quelli che dormono nella polvere
della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla
vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del
firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come
le stelle per sempre»(Dn 12,2-3).
Un primo accenno alla
risurrezione
Quello usato nel libro di Daniele,
evidentemente, è un linguaggio poetico, da non prendere alla lettera: non è
facile dire come immagini l’autore il ‘risveglio’ per la ‘vita eterna’
dei giusti e per la ‘vergogna eterna’ dei malvagi o lo ‘splendore’ dei
saggi, né quando avverrà tutto ciò. Quel che è certo è che la Bibbia
ebraica si chiude con questo messaggio: i giusti ritorneranno alla vita. Negli
stessi ambienti, però, circolavano altri libri che gli ebrei non riconoscevano
come ispirati ma che sono stati considerati tali dalla Chiesa cattolica. In uno
di questi libri, sempre a proposito della persecuzione di Antioco Epifane, si
dice qualcosa di più sulla modalità di questo ritorno alla vita. Nel secondo
libro dei Maccabei, infatti, il quarto dei sette fratelli martiri dice al re che
lo condanna a morire fra i tormenti: "è bello morire a causa degli uomini,
per attendere da Dio l’adempimento delle speranze di essere da lui di nuovo
risuscitati; ma per te la risurrezione non sarà per la vita" (2Mac 7,14).
I giusti, e solo loro, meritano dunque di tornare alla vita, di ‘essere
risuscitati’, un’espressione destinata a un grande avvenire.
I farisei al tempo di
Gesù
Queste idee sulla risurrezione
tuttavia non si affermeranno facilmente. Esse verranno decisamente rifiutate dai
sadducei, che erano le autorità religiose dell’epoca di Gesù: non sono
contenute nei primi cinque libri della Bibbia, la "Torah", e perciò
sono da loro considerate eretiche. La dottrina della risurrezione dei giusti si
consolida invece presso i farisei, laici pii che praticano in maniera rigorosa
tutti i precetti della legge mosaica e che attendono un’adeguata ricompensa
per i loro meriti. I farisei credono infatti che dopo la morte tutti gli uomini,
come dice la tradizione, finiscono nel regno dei morti. In un imprecisato ultimo
giorno, però, i martiri e i giusti torneranno in vita. Coerentemente con l’antropologia
ebraica, che non conosce un’anima immortale, questo ritorno alla vita
consisterà in una risurrezione dei corpi, intesa proprio come rianimazione dei
cadaveri: di nuovo nefesh e basâr costituiranno un tutto vivente.
Nuovo Testamento. L’antropologia
del vangelo
In questo ambiente culturale
prende forma il messaggio di Gesù. Messaggio che i suoi discepoli diffonderanno
utilizzando la ligua franca del tempo, e cioè il greco. Leggendo i vangeli,
perciò, è necessario tener sempre presente che i termini usati, se sono quelli
propri della cultura greca, veicolano però idee che sono spesso diverse da
quelle per noi più familiari. Ad esempio, quando nel Getsèmani Gesù dice:
"La mia anima è triste sino alla morte. Restate qui e vegliate"(Marco
14, 34), la psyché di cui si parla non è l’anima in senso platonico
ma il nefesh, il soggetto, la persona vivente. Si potrebbe quindi
tradurre: ‘io sono triste sino alla morte’. Parimenti, l’esortazione a non
aver paura "di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di
uccidere l’anima"(Matteo 10, 28) non presuppone la
contrapposizione platonica tra un soma mortale e una psyché
immortale: si vuol dire semplicemente che la personalità, la dignità di
soggetto morale conta ben più del benessere corporeo.
Equivoci
Il vangelo, non si ribadirà mai
abbastanza, non conosce un’anima immortale. La dimenticanza di questo dato
incontrovertibile genera colossali equivoci. A proposito della morte di Gesù in
croce, per esempio, si legge che "chinato il capo, consegnò lo spirito (paredoke
to pneûma)"(Giovanni 19, 30). Questa versione ha suggerito per
secoli l’idea che l’anima di Gesù, sopravvissuta, sia stata affidata al
Padre. La traduzione della CEI – ‘chinato il capo, spirò’ – se evita un
simile fraintendimento, costituisce però una banalizzazione del testo greco,
che ha un ben più ricco significato. Il termine pneûma sappiamo infatti
che traduce rûah, cioè quella vita piena che è frutto di uno speciale
rapporto con Dio. Morendo, Gesù riconsegna quindi non la sua anima ma quel dono
che aveva ricevuto quando, al momento del battesimo, "vide lo spirito di
Dio (pneûma theou) scendere come una colomba e venire su di lui"(Matteo
3, 16).
E l’aldilà?
Ma, anche ammettendo che il
vangelo non parli di un’anima immortale, il messaggio di Gesù non resta
sempre incentrato sull’aldilà? Chi potrebbe negare che la resurrezione, la
promessa di una vita dopo la morte sia al centro del messaggio evangelico? Il
cuore della buona novella non è stato colto esattamente da Paolo, quando
scrive: "se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra
predicazione ed è vana anche la vostra fede"(I Corinzi 15, 14)? Se
l’idea della resurrezione fa indiscutibilmente parte del messaggio originario,
resta da vedere però come essa debba essere concepita. Pare infatti che Gesù
abbia condiviso la credenza farisaica nella resurrezione ma che le abbia
attribuito un diverso significato: la resurrezione di cui parla Gesù non
sarebbe affatto la rianimazione dei cadaveri nell’ultimo giorno, immaginata
dai farisei e raffigurata tante volte nei grandi capolavori della pittura
cristiana.
Un mondo nuovo
La predicazione di Gesù – è
certo – era incentrata sull’attesa di un mondo nuovo in cui gli uomini
possano vivere una vita pienamente umana, libera dalle sofferenze causate dall’egoismo,
dall’avidità e dalla brama di potere. Infatti, dando inizio al suo ministero
nella sinagoga di Nazaret, Gesù legge il passo di Isaia (61, 1-3) che
contiene questo annuncio: "Lo spirito del Signore è sopra di me; per
questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunciare ai poveri
un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la
vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del
Signore"(Luca 4, 18-19) e, arrotolato il volume, aggiunge:
"oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri
orecchi"(ivi 4, 21). Se avranno fiducia in lui e nel suo messaggio,
se si lascerano trasformare dallo spirito di Jahve e impareranno ad amare anche
i nemici, gli uomini potranno costruire davvero un mondo meraviglioso, e quindi
godere, già da ora, di una vita di qualità divina.
La vita eterna
È proprio questa vita di una
ricchezza sconfinata ciò che il vangelo chiama ‘vita eterna’, e si tratta
di una possibilità immediata e non riservata a un lontano futuro: "Chi
crede nel Figlio ha la vita eterna"(Giovanni 3, 36); "chi
ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita
eterna"(ivi 5, 24). Se il testo usa verbi all’indicativo presente,
è chiaro che intende parlare di un’intensità di vita da sperimentare qui,
sulla terra; ma la vita di cui si tratta non è quella biologica, dato che non
viene scalfita dalla morte: "chi crede in me, anche se muore, vivrà;
chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno"(ivi 11, 25-26).
Evidentemente si parla di viventi che in senso fisico sperimenteranno certo la
morte ma che in senso spirituale non la sperimenteranno mai perché già ora
sono in possesso di una vita che resiste al disfacimento a cui tutti gli uomini
sono soggetti.
Già risuscitati
Il messaggio cristiano primitivo
pare che intendesse riferirsi a questa vita nuova quando parlava di ‘resurrezione’:
non la rianimazione dei cadaveri alla fine dei tempi ma l’immediata
trasformazione degli uomini che ricevono lo spirito (rûah) di Dio. Quest’idea
si può rintracciare nel Nuovo Testamento quando Paolo scrive che Dio "da
morti che eravamo per i nostri peccati, ci ha fatto rivivere con Cristo […].
Con lui ci ha anche risuscitati"(Efesini 2, 5-6). La morte di cui il
testo parla non è quella fisica ma quella prodotta dal peccato; parimenti la
resurrezione non è il ritorno alla vita del cadavere ma la vita nuova di chi a
somiglianza di Gesù è già risuscitato. Certo, non era facile cogliere queste
nuove prospettive e nelle Scritture cristiane non mancano i passi in cui
sopravvivono le immagini tradizionali: anzi già tra i discepoli di Paolo si
torna espicitamente alla concezione farisaica della resurrezione, mettendo in
guardia contro coloro "i quali hanno deviato dalla verità, sostenendo che
la risurrezione è già avvenuta e così sconvolgono la fede di alcuni"(II
Timoteo 2, 18).
I morti non risorgono
In realtà non si comprende il
messaggio del NT se non se ne coglie la valenza simbolica. Quando, per esempio,
Gesù parla della necessità di ‘rinascere’, Nicodemo non comprende cosa
voglia dire perché intende le parole nel loro significato letterale: "Come
può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel
grembo di sua madre e rinascere?"(Giovanni 3, 4). La stessa cosa
vale per la resurrezione. Inviando i discepoli a predicare, Gesù dice:
"Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i
demòni"(Matteo 10, 18). Se inteso alla lettera, quest’invito è
stato un colossale fallimento, dato che in duemila anni resurrezioni non ne
abbiamo visto. In senso spirituale, invece, è assolutamente vero che milioni di
uomini e donne hanno sperimentato una pienezza di vita che non viene compromessa
dalla morte fisica, inverando la promessa di Gesù: "se uno osserva la mia
parola, non vedrà mai la morte"(Giovanni 8, 51). Se la resurrezione
è la rinascita spirituale, allora essa, come si legge nell’apocrifo Vangelo
secondo Filippo, riguarda i vivi e non i morti: "Quanti affermano che
prima si deve morire e poi risuscitare, si ingannano. Se da vivi non ottengono
la risurrezione, quando moriranno non otterranno nulla".
E la resurrezione di Gesù?
Ma allora Gesù non è prima morto
e poi risorto? Anche in questo caso occorre liberarsi dalle immagini del Risorto
che esce con la bandiera dalla tomba col coperchio rovesciato. I vangeli
ignorano una simile scena e nessuna telecamera posta in prossimità del sepolcro
avrebbe potuto riprenderla, per il semplice motivo che la resurrezione di Gesù
non è un fatto storico ma un dato di fede. Nei vangeli non si dice mai che
Gesù è stato visto da chi era rimasto estraneo al suo messaggio: egli appare
soltanto ai suoi discepoli, a coloro che si erano lasciati coinvolgere dalle sue
parole e che ora lo sentono presente in mezzo a loro perché credono che lo
Spirito (pneûma) di Jahve lo ha "risuscitato dai morti"(Romani
8, 11). Sarebbe un errore leggere i racconti della resurrezione come se
costituissero una cronistoria degli eventi; citando passi dell’AT, costruendo
scene ricche di pathos, utilizzando schemi letterari a noi estranei, i vangeli
intendono trasmettere un messaggio teologico.
Un’esperienza di fede
È la loro esperienza di fede che,
dopo un più o meno lungo periodo di smarrimento e di sconforto, porta i
discepoli a capire che la morte fisica non poteva aver distrutto la ricchezza di
una vita come quella di Gesù. Egli era pieno di vita, e perciò capace di
donare vita, era un rinato, un risuscitato, e perciò coloro che accolgono il
suo messaggio rinascono e risuscitano. L’annuncio della sua resurrezione,
allora, non è che la presa di coscienza da parte della comunità primitiva del
fatto che la morte non può avere la meglio su chi è già risuscitato: era
semplicemente impossibile che la morte "lo tenesse in suo potere"(Atti
2, 24). Ancora una volta, è il Vangelo secondo Filippo che trasmette con
particolare chiarezza questa certezza di fede: "Coloro che affermano:
"Il Signore è morto e (poi) è risuscitato", sbagliano. Egli,
infatti, prima risorse e (poi) morì. Chi non ottiene prima la risurrezione,
costui morirà".
E il purgatorio?
Se a questo punto qualcuno dei
presenti vuole andare a prendere una boccata d’aria, a bere un cordiale o
almeno un bicchiere d’acqua fresca, facciamo senz’altro una pausa! Può
essere una buona idea, anche perché le sorprese non sono finite. Infatti chi è
abituato a credere che il vangelo voglia soprattutto imporci delle rinunce ora
per evitarci poi le pene dell’inferno, e indicarci così la via più diretta
per il paradiso, magari dopo una sosta possibilmente breve in purgatorio, è
caldamente invitato a mettere in discussione tali idee. Le splendide immagini
della Commedia dantesca hanno infatti poco a che fare col vangelo. Sulla
questione del purgatorio non è neanche il caso di soffermarsi: la bibbia non ne
parla ed è ormai assodato che si tratta di una nozione elaborata dai teologi
del XII secolo per non mandare troppa gente all’inferno (consentendo poi a
tanti preti di far soldi con le messe per i defunti).
Neanche l’inferno?
Ma il vangelo non conosce neanche
l’inferno, inteso come luogo in cui i peccatori saranno puniti per l’eternità.
Parla tre o quattro volte degli inferi che, come sappiamo, traducono l’immagine
mitica dello sheol, dell’ade. Così, per esempio, Gesù dice a Pietro a
proposito della sua comunità: "le porte degli inferi non prevarranno
contro di essa"(Matteo 16, 18), e cioè ‘la potenza della morte
non potrà soffocare un’autentica esperienza di fede’. Più spesso ricorre
il termine ‘Geenna’: Gesù invita a cavarsi l’occhio che è occasione di
peccato, perché è meglio "entrare nella vita con un occhio solo, che
avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco"(Matteo 18,
9). Ma cosa è la Geenna? ‘Ge Hinnom’ è il nome di una valle nei pressi di
Gerusalemme. Nell’antichità vi venivano bruciati i bambini per ottenere i
favori del dio Moloch. Poi divenne l’immondezzaio di Gerusalemme, dove il
fuoco ardeva giorno e notte per incenerire i rifiuti della città. La
religiosità farisaica, che esigeva un sistema di premi e castighi ultraterreni,
portò a identificare quel burrone come il luogo della punizione dei malvagi,
che sarebbero stati ivi tormentati per un anno, prima dell’annientamento
definitivo. Né gli inferi né la Geenna, dunque, sono l’inferno come luogo di
supplizi eterni.
E il paradiso?
Ci resta, almeno, il paradiso? I
cristiani non sono quelli che sperano di andare per l’eternità in paradiso?
Per quanto incredibile possa sembrare, del paradiso il vangelo parla una volta
sola. Già questa constatazione dovrebbe suggerire una semplice riflessione: se
fosse così importante, Gesù ne avrebbe parlato certo a più riprese. Invece il
vangelo solo a Gesù agonizzante sulla croce fa dire, rivolto al buon ladrone,
"oggi sarai con me nel paradiso"(Luca 23, 43). Il termine ‘paradiso’
deriva da una parola persiana, «pardez», che significa ‘giardino’, e
secondo l’AT Jahve avrebbe piantato "un giardino in Eden"(Gen
2,8), per collocarvi l’uomo. Il racconto del paradiso terrestre serve a
illustrare il mondo buono a cui l’uomo aspira ma che non è riuscito a
realizzare. Ora il vangelo dice: proprio colui che è stato condannato al
supplizio infame della croce, riservato ai peggiori malfattori, è capace di
indicare la via per realizzare il mondo buono, il paradiso.
Il regno dei cieli
L’espressione che ricorre
frequentemente nel vangelo è, invece, ‘regno dei cieli’. Questo è il cuore
dell’annuncio di Gesù: "Convertitevi, perché il regno dei cieli è
vicino"(Matteo 4, 17). Identificare, però, il ‘regno dei cieli’
con il paradiso non è che un terribile equivoco. L’espressione è solo un
semitismo proprio del vangelo matteano, che non vuole nominare Jahve. Il suo
significato è esattamente quello del versetto parallelo del vangelo marciano:
"Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete
al vangelo"(Marco 1, 15). Il regno dei cieli, quindi, non è affatto
l’aldilà, è il mondo nuovo da realizzare qui sulla terra, abbattendo le
divisioni prodotte dalle gerarchie di potere e di ricchezza. E la condizione per
attuarlo è una concreta volontà di condivisione: "vendi tutto quello che
possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi"(Matteo
19, 21). Si tratta di un invito radicale rivolto non a un gruppo scelto, capace
di impegnarsi in prestazioni supererogatorie, ma a tutti: "il dono dei beni
ai poveri non è un consiglio, né l’elargizione del superfluo, ma la
condizione per seguire Gesù ed entrare nel regno di Dio"(R. FABRIS, La
scelta dei poveri nella Bibbia, Milano 1991, p 156).
Chi è dentro e chi è
fuori
Questa capacità di condivisione
è l’elemento discriminante tra chi fa parte del regno e chi ne resta fuori:
"Gesù allora disse ai suoi discepoli: «In verità vi dico: difficilmente
un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un
cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei
cieli»"(Matteo 19, 23-24). I ricchi attaccati alle loro ricchezze
sono, nell’ottica evangelica, gli esclusi dal regno; non i lebbrosi, non i
peccatori disprezzati dai benpensanti: "I pubblicani e le prostitute vi
passano avanti nel regno di Dio"(Matteo 21, 31). Dovrebbe essere
ormai chiaro che Gesù non parla del cielo, ma della terra: quando afferma che i
ricchi non entreranno nel regno dei cieli non vuol dire che non andranno in
paradiso ma che su questa terra non avranno la pienezza di vita che nasce dalla
condivisione. E non è certo un caso che uno dei pochi episodi che ricorre in
tutti e quattro i vangeli è quello della moltiplicazione dei pani, che illustra
efficacemente l’idea che se gli uomini saranno capaci di vincere il loro
egoismo sarà possibile una vita buona per tutti.
In conclusione
Bisogna, dunque, riconoscere che
la Scrittura presenta una visione assolutamente unitaria dell’uomo, il cui
compito è quello di collaborare con Jahve – ecco la fondamentale nozione di
alleanza – per fare di questo mondo un giardino di delizie. Il messaggio di
Gesù si inserisce in questa tradizione e – in polemica con la religiosità
farisaica, che immagina castighi ultraterreni per i malvagi e una resurrezione,
intesa come rianimazione dei cadaveri, per i giusti – invita a convertirsi, a
rinascere, a vivere una vita libera dall’egoismo e dall’odio, e perciò di
una tale intensità da vincere il timore della morte biologica. Chi vive
ripiegato su di sé e non si preoccupa degli altri, chi non dona gioia ma causa
sofferenza, chi non si fa pane per gli altri ma toglie loro il pane, è una
persona che pian piano soffoca fino a spegnere l'energia vitale che aveva
dentro: allora veramente la morte è l’annientamento definitivo. Da questo
annientamento il vangelo vuole liberare gli uomini: questa è la morte vinta
dalla resurrezione. E questa vittoria sulla morte sperimenta il discepolo di
Gesù, perché, come scrive il teologo evangelico Jürgen Moltmann, "La
risurrezione non è l'oppio dell'al-dilà, propinato per illusoriamente
consolare, ma è la forza della rinascita in questa vita. La speranza non ha per
oggetto un altro mondo, ma la redenzione di questo
mondo"("Riforma", 28/4/2006, p. 7).