Il Giardino dei Pensieri
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Studi di didattica teorica della filosofia
Alla fine dello scorso aprile è scomparso Pierre Hadot. Rispetto al
complesso della sua opera, queste brevi note sono molto settoriali, perché sono
dedicate a far memoria di quanto da lui chi scrive ha imparato in tema di
didattica della filosofia. Sono il riconoscimento di un debito soggettivamente importante.
La didattica della filosofia si occupa di uno specifico tema filosofico,
quello dei metodi e dei fini dell’insegnamento della filosofia. E’ una
disciplina che trae grande vantaggio da, e contrae molti debiti con, la storia
della filosofia, perché lo studio dei metodi e dei fini che i filosofi hanno
indicato per la formazione della persona umana può essere utilizzato per trarne
indicazioni su quali metodi è possibile oggi riproporre e a che fine
riproporli.
In estrema sintesi, la ricerca didattica è molto attenta alla storia della
filosofia, perché da essa può trarre
- modelli per i metodi di insegnamento che il professore utilizza
e per le pratiche filosofiche da proporre agli allievi;
- chiarimenti teoretici sui fini della filosofia per la persona umana,
cioè in cosa la filosofia può essere utile (o dannosa) ai fini della
formazione umana e della scelta della propria condotta di vita.
La ricerca didattica in filosofia non si rivolge solo alla storia della
filosofia, e quindi al passato, ma trae insegnamenti anche dalle scienze
cognitive e, naturalmente, dalla ricerca psico-pedagogica. Si rivolge
quindi anche al presente. Nessuno di questi tre settori è preminente sugli
altri, perché la didattica della filosofia – che ha un fine operativo –
integra quanto da essi può apprendere in unità operativa.
Dalla prospettiva della didattica della filosofia, ad esempio, i metodi che
Epicuro o gli Stoici hanno utilizzato nel contesto delle loro scuole vanno
studiati e riproposti agli allievi non solo alla luce delle conoscenze storiche
e filologiche che ne abbiamo, ma anche alla luce di quanto sappiamo dalle scienze
cognitive a noi contemporanee e da quanto sappiamo dalla ricerca
psico-pedagogica contemporanea e dalla didattica generale.
Dunque, la didattica della filosofia
- filologicamente tratta metodi e fini della filosofia nella loro dimensione
storica,
- operativamente li tratta come se i filosofi avessero da proporre qui
ed ora le loro filosofie.
La distanza storica, che viene così annullata sul piano operativo, è
riproposta sul piano della conoscenza teoretica di una determinata scuola
filosofica, in un gioco di continuo rimando tra
- riproposizione della dimensione storica e
- attualizzazione.
La dimensione storico-filologica e la dimensione del presente della vita sono
sempre entrambe presenti. Non c’è ovviamente contraddizione, perché non è
contraddittorio che un insegnamento storicamente elaborato in un determinato
momento storico sia riproposto nel presente – così come non c’è alcuna
contraddizione nel riproporre un esperimento di fisica, nelle condizioni in cui
storicamente per la prima volta è stato proposto, o modificate, nell’aula di
fisica di una scuola, qui ed ora.
La lettura dei testi filosofici presenta una difficoltà che è tipica della
lettura di qualsiasi testo appartenga ad una cultura diversa dalla nostra:
tendiamo infatti a interpretare alla luce del presente il testo storicamente
datato.
E’, alla base, un problema di parole: se si legge la parola italiana materia
in un testo filosofico greco – perché così il traduttore italiano rende un
certo termine greco -, si può essere portati a interpretare la nozione di
materia alla luce di quello che oggi si sa della materia, andando quindi
incontro a fraintendimenti così gravi come se, leggendo dell’acqua di
Talete, si pensasse alla formula chimica dell’acqua appresa a scuola piuttosto
che all’acqua di cui Talete faceva esperienza (il mare, i fiumi, i laghi, le
pozze ristagnanti, e così via).
Per limitarci alla filosofia antica, visto che è questa che ha costituito il
campo di studi specialistico di Hadot, affrontare questa difficoltà significa
acquisire consapevolezza che l’esigenza della precisione filologica non può
riguardare solo le parole, ma anche la trama di esperienze e di pensieri che
esse condensano in sé.
Ora, c’è un campo specifico in cui i fraintendimenti sono molto facili: è il
genere letterario in cui un testo è stato concepito. Hadot ha mostrato
che se non si individua con precisione di quale genere letterario si tratta, non
si è in grado di intendere filologicamente in modo corretto un testo antico. La
precisione filologica, essenziale in didattica della filosofia per le ragioni
che prima abbiamo richiamato, si smarrisce. Gli studi su Marco Aurelio di Hadot
lo mostrano con una chiarezza tale da far mettere in sospetto la lettura di qualsiasi
testo antico.
C’è quindi un primo insegnamento che la ricerca didattica della filosofia
può trarre dal lavoro di Hadot: la necessità di un grado molto alto di
precisione filologica, in particolare riguardo ai generi letterari. E’
questo uno specifico insegnamento di Hadot, perché l’insegnamento
generale sulla difficoltà di comprensione dei termini antichi (soprattutto di
quelli di uso comune anche oggi) è tradizionale nella filologia: basta
rileggere gli studi, ormai classici, dei filologi che sono stati fondamentali
per la formazione della generazione a cui appartiene chi scrive (ad esempio Paideia
di Jaeger, o L’uomo greco di Pohlenz, o Dike. La nascita della
coscienza di Havelock, e così via).
Dopo Hadot, l’attenzione verso i generi letterari in filosofia si è
tradotta in scelte operative molto nette anche nella stesura della manualistica
filosofica per la scuola, che oggi ha recepito in modo chiaro questa esigenza.
In molte opere, sia di sintesi che analitiche, Hadot ha poi avviato il campo
di studi sulle pratiche filosofiche delle scuole antiche, in specifico di quelle
ellenistiche. Ha utilizzato la dizione esercizi spirituali per indicare
queste pratiche, non avendo evidentemente paura della confusione, per il
lettore, con le tradizioni religiose antiche e soprattutto moderne, ed anzi
studiando il modo in cui gli esercizi delle scuole filosofiche ellenistiche
hanno influenzato le pratiche religiose elaborate nei secoli successivi (ad
esempio, l’esame di coscienza serale degli stoici).
Gli esercizi spirituali studiati da Hadot, soprattutto quelli delle
scuole ellenistiche, hanno una duplice dimensione:
- sono forme di educazione della propria mente, e mirano ad acquisire l’abitudine
a pensare correttamente;
- sono anche forme di educazione del proprio spirito e mirano a tenere
sotto controllo le proprie passioni o ad esprimerle, o a indirizzare emozioni
e immagini verso le regioni serene della filosofia.
L’obiettivo è la felicità, è vivere una vita felice. La strada per
arrivarvi passa attraverso la libertà, nel senso che le scuole ellenistiche
davano a questo termine, e quindi passa attraverso il controllo del
soggetto sui propri pensieri (compreso il flusso di immagini che continuamente ci
attraversa) e sulle proprie emozioni.
L’interesse di questi studi per la didattica della filosofia è evidente e
immediato:
- le pratiche filosofiche sono elencabili e riproducibili;
- sono anche didatticamente chiare, perché la ricerca filologica ne mette in
luce le regole;
- sono semplici da usare perché concepite da filosofi per non-filosofi.
In quanto si occupano della mente, studiare le pratiche filosofiche antiche alla
luce delle acquisizioni contemporanee delle scienze cognitive è illuminante,
perché consente integrazioni operativamente efficaci (ad esempio nell’uso
degli strumenti informatici).
La didattica della filosofia ha quindi oggi - e non aveva questa possibilità prima degli studi di
Hadot, o l'aveva in misura
molto minore – gli strumenti
tecnici per riproporre pratiche filosofiche antiche. Ad esempio, possono
essere costruite intere classi di esercizi di filosofia che si basano sulle
metodologie epicuree, stoiche, ciniche, scettiche, e così via.
Per far cosa? Per quale fine?
Per insegnare la filosofia degli epicurei, degli stoici, dei cinici, degli
scettici, e così via. E’ chiaro infatti che non va dimenticata la dimensione
storico-filologica sol perché ci si pone in una dimensione operativa.
Nello studiare queste pratiche, Hadot sottolinea continuamente che si tratta
di esercizi di scuola, cioè esercizi rivolti a chi si avvicinava ad una
scuola e si formava al suo interno. Ora, né i nostri studenti liceali,
né gli adulti che si accostano alle pratiche filosofiche hanno fatto una scelta
di questo tipo. Il professore – o il consulente, ma di questo chi scrive non
ha esperienza e quindi il discorso va sospeso – si limita a insegnare le
filosofie del passato, perché ritiene che la formazione della persona umana
attraverso di esse sia positiva.
Su questo punto la ricerca didattica in filosofia ha sottolineato due aspetti:
- l’effettivo successo didattico delle pratiche antiche (non c’erano per la
verità molte ragioni per dubitarne: se hanno funzionato per secoli nell’antichità...),
alla condizione che siano riproposte tenendo conto che gli studenti oggi, al
contrario degli antichi, non sono liberi di non imparare né, semplicemente, di
andarsene (per questo è indispensabile tenere conto delle acquisizioni della
psico-pedagogia e della didattica generale);
- l’impossibilità di una adesione esistenziale ad una determinata scuola
filosofica nel contesto di un insegnamento che non ne propone una, ma molte.
Quindi, nessuna riproposizione meccanica. Quello indicato da Hadot è, per la
didattica della filosofia, in indirizzo di ricerca molto promettente. Ma oggi
non siamo nell’età ellenistica, e la ricerca deve continuare.
Chi scrive ritiene quindi, per le ragioni fin qui esposte, che i libri di
Hadot abbiano un posto privilegiato nella biblioteca ideale del professore di
filosofia.
Un’ultima cosa: Hadot ci ha insegnato che si può essere filologicamente e
filosoficamente precisi – molto precisi, nel caso di Hadot - con un linguaggio
chiaro. L’esperienza dice che questo è molto difficile ma, che si possa fare,
lo mostrano le sue opere.