Fabio Cioffi
La situazione della didattica
della filosofia in Italia attraverso l'evoluzione dei manuali scolastici [1]
1. Linsegnamento della filosofia nel liceo italiano
La prevalenza dellumanesimo
Per storia, tradizione e profilo culturale, il liceo italiano - articolato in tre aree principali: liceo classico, liceo scientifico, liceo linguistico-sociale - ha i caratteri di una scuola orientata alla formazione "umanistica" dei gruppi dirigenti. I suoi tratti distintivi sono quelli di una scuola selettiva, impegnativa, esclusiva, fortemente centrata sul ruolo carismatico del "professore". Pur indeboliti e modificati a partire dagli anni settanta del Novecento, con la nascita della cosiddetta "scuola di massa" e lentrata nella scuola superiore dei figli di ceti sociali popolari prima esclusi, questi caratteri si mantengono ancora oggi, massimamente nel liceo classico che di questa scuola è il paradigma.
Allinterno del curricolo liceale, la filosofia si presenta come la disciplina cardine, coronamento - insieme con le lingue classiche: il latino e il greco - dellintera istruzione superiore.
La storia dellinsegnamento della filosofia in Italia
La fase positivistica
Lapogeo dellidealismo
labbinamento dellinsegnamento della filosofia e della storia, in accordo con la convinzione di matrice hegeliana che la filosofia sia nella sua essenza "filosofia della storia"
secondo una prospettiva storicistica, la filosofia viene fatta coincidere con la "storia della filosofia": il metodo storico diventa il metodo di insegnamento della filosofia
si propone di abbandonare lo strumento del manuale e di mettere al centro la lettura e il commento dei classici della filosofia
in nome della "libertà dellinsegnamento", i programmi si limitano a indicare le linee generali dellinsegnamento e non vincolano a liste di contenuti obbligatori
il professore di filosofia legge e commenta i classici, esercitando con gli allievi il "metodo socratico"
Durante il regime fascista molti punti della Riforma Gentile subiscono cambiamenti decisivi, in nome della "fascistizzazione " della scuola operata dal regime. In particolare, è negato il principio della libertà di insegnamento e viene indebolito il richiamo al carattere "laico" dellistruzione venendo incontro alle richieste della Chiesa cattolica. Su un piano più specifico, in antitesi con lo spirito originario della riforma Gentile, sono introdotti veri e propri programmi di insegnamento, ripartendo cronologicamente sui tre anni finali del liceo la storia della filosofia: il primo anno la filosofia antica e medievale; il secondo anno quella rinascimentale e moderna; il terzo quella dallOttocento in poi. La lettura dei classici viene limitata a un classico allanno, in funzione accessoria alla esposizione storica della filosofia da parte dellinsegnante. La difficoltà dei professori a costruire autonomamente percorsi di lettura dei testi filosofici li conduce, nei fatti, rimanere fortemente vincolati allo strumento del manuale: nascono i profili di storia della filosofia ad uso scolastico, versioni ridotte e semplificate delle storie della filosofia universitarie. La "lezione di filosofia" tende a diventare, almeno nella prassi comune, esposizione retorica e quasi dossografica di contenuti appresi da parte degli studenti in modo prevalentemente nozionistico.
La crisi del paradigma storicista
A partire dagli anni settanta, tuttavia, la discussione si sviluppa in modo originale per la concomitanza di vari fattori:
1. la nascita della "scuola di massa" e la contestazione studentesca e sindacale inducono un profondo ripensamento delle finalità del sistema scolastico almeno nelle sue componenti più sensibili al cambiamento.
2. I contatti più stretti fra la cultura italiana e i movimenti filosofici internazionali (lo strutturalismo, le filosofie del linguaggio e delle scienze naturali, più tardi le ermeneutiche) introducono sia a livello universitario, sia a quello liceale temi e problemi estranei alla cultura italiana egemonizzata dallo storicismo e dallidealismo. Questo porta a mettere in discussione la tradizione filosofica nazionale e dunque anche le modalità del suo insegnamento.
3. Il "tramonto delle ideologie" e la fine delle grandi contrapposizioni culturali (idealismo, marxismo, personalismo cattolico, etc) consentono di allentare il legame necessitante fra statuti teorici della filosofia e canoni didattici: la ricerca didattica e metodologica si sgancia, almeno in parte, da ideologie precostituite, ossia da opzioni veritative assolute sulla realtà, luomo e lesistenza.
Verso la liberalizzazione del canone?
Il fatto che nessuna teoria filosofica si sia affermata come paradigma dominante sul piano della spiegazione dei problemi della vita e delluomo spinge molti ad auspicare una sostituzione della filosofia con il sapere scientifico, sia quello delle scienze sociali, sia quello delle scienze naturali. Negli anni settanta questa considerazione ha portato a cercare di sostituire linsegnamento liceale di "Filosofia e storia" con quello di "Scienze umane e storia", di fatto eliminando linsegnamento della filosofia nella scuola italiana. Solo la reazione vigorosa dei filosofi italiani - protesta che ha potuto contare sullappoggio sia degli ambienti culturali cattolici, sia di quelli marxisti o post-marxisti - ha reintrodotto la filosofia come disciplina autonoma.
La rottura del legame fra statuto teorico della filosofia e suo canone didattico apre la strada a ricerche di tipo nuovo, di ambito pedagogico, e avvicina il dibattito scolastico nazionale a studi già avviati in Europa, per esempio in Francia. A partire dagli anni settanta, e più ancora nei due decenni successivi, la ricerca didattico-metodologica in filosofia conosce un grande e inedito sviluppo. Matura la convinzione che la filosofia, come sapere e corpus di teorie, non abbia in sè la sua "pedagogia", più di quanto non labbiano in sè la chimica o la matematica; che "sapere" la filosofia non significhi di per sè ""sapere insegnare la filosofia"; che dunque la ricerca filosofica e la didattica della filosofia siano cose collegate ma diverse; che, di conseguenza, linsegnamento della filosofia debba giovarsi di opportune e specifiche tecniche; che, infine, il professore di filosofia del liceo non sia puramente e semplicemente un intellettuale, ossia un operatore della ricerca - come se fosse una sorta di docente universitario "in piccolo" - ma sia soprattutto un "formatore", la cui professionalità, dunque, assume il profilo complesso dellesperto (colui che sa) e del maestro (colui che sa come fare), del tutor ( colui che applica il metodo zetetico) e del valutatore.
Il "bisogno di filosofia"
Non si pensi che, in questo quadro - peraltro qui tratteggiato in modo molto veloce e sintetico - la filosofia viva una sua crisi di immagine. Accanto a una relativa crisi della cultura filosofica nella sua configurazione accademica emerge al contrario - prevalentemente al di fuori delluniversità - un crescente e variegato interesse "sociale" per la filosofia, espresso a livello della pubblicistica di consumo e attraverso le più svariate forme della comunicazione contemporanea. Alla filosofia strati sempre più ampi di persone chiedono orientamenti e chiarificazioni sulle domande concernenti la vita, sulle questioni di senso, di verità e di valore, ossia sulle questioni che dirigono lazione responsabile e consapevole della gente dinanzi alla complessità dei problemi morali, sociali e politici del mondo contemporaneo. Questo "bisogno di filosofia" non è solo un bisogno culturale generico e non codificato, ma si risolve in una precisa esigenza pedagogica, nella misura in cui è portato avanti soprattutto dai giovani, che allinterno della scuola individuano nella filosofia la disciplina più "adatta" a parlare dei loro problemi.
I manuali scolastici degli anni settanta-ottanta recepiscono questo statuto di incertezza dellinsegnamento filosofico. In assenza di nuovi ordinamenti e legislazioni, essi rimangono tuttavia legati nella loro struttura e nel metodo didattico che propongono al canone storicistico imperante, arricchendo invece lofferta formativa sul piano dei contenuti, aprendosi in particolare alle scienze sociali e alle epistemologie e mettendo al centro la "storia esterna" della filosofia, i suoi risvolti di carattere sociale e "culturale", indebolendo quelli "teoretici".
2. Il dibattito sulla didattica della filosofia in Italia
A che cosa serve la filosofia?
La centralità del testo filosofico
La critica al paradigma storicista post-gentiliano ha fatto maturare indicazioni e
proposte nuove. Sia pure allinterno di un orientamento prevalente a mantenere il
metodo storico, emerge la propensione a dare maggiore spazio alla lettura e alla analisi
dei testi filosofici e allo studio delle filosofie contemporanee. Una forte spinta verso
la "centralità del testo filosofico", a mettere cioè lanalisi
testuale al centro dellinsegnamento-apprendimento viene, nei primi anni novanta, da
una nuova e per certi versi rivoluzionaria generazione di manuali scolastici.
E un fenomeno interessante, e forse tipicamente italiano, che in determinate congiunture della cultura e della scuola nazionali la spinta allinnovazione e la progettazione di strumenti per la formazione non provenga dalle istituzioni, ma venga svolta dalleditoria privata, che raccoglie e dà voce a sua volta alle migliori esperienze e proposte provenienti dagli insegnanti esperti. Questi manuali hanno dunque raccolto le spinte allinnovazione che provenivano dalla scuola, modellizzato pratiche didattiche nuove, diffuso strumenti didattici concretamente usabili dai professori. Hanno, in altre parole, creato gli elementi per un nuovo canone didattico alternativo a quello storicistico.
Nella pratica dellinsegnamento, la finalità di promuovere una conoscenza diretta dei testi si scontra con obiettive difficoltà. Da un lato, appare difficilmente percorribile la via di concentrare lattività didattica sulla lettura integrale di opere filosofiche, per evidenti ragioni di tempo: questa ipotesi, perseguita con coerenza, non consente infatti di fornire adeguati elementi di conoscenza delle tradizioni in cui i testi si costituiscono. Dallaltro, è senzaltro insoddisfacente la consuetudine di proporre alla lettura semplici scelte antologiche esemplari, da utilizzare a conferma dellesposizione manualistica: il testo dellautore perde in questo modo ogni specificità e si riduce a mera "certificazione" dei contenuti di una narrazione - la "lezione cattedratica" dellinsegnante - che si sviluppa del tutto indipendentemente da esso. Il racconto della storia della filosofia si riduce a una ripetitiva "filastrocca di opinioni".
Il laboratorio filosofico
Lanalisi testuale esige dunque un insegnamento non ripetitivo del manuale (o talvolta, come accade, addirittura degli stessi appunti dellinsegnante, sorta di manuale surrettizio e impressionistico), e sollecità docenti e studenti a una didattica operativa, attiva e consapevole, creativa e produttiva. In questa direzione il lavoro daula si trasforma, almeno tendenzialmente, in un vero e proprio "laboratorio filosofico".
E in questo "fare" che linsegnamento della filosofia può raggiungere il suo fondamentale obiettivo formativo, cioè lo sviluppo in chi studia del pensiero critico e autonomo, della consapevolezza circa i propri ragionamenti, dellattitudine al dialogo e al confronto.
Metodo storico vs metodo problematico?
Viceversa, i seguaci del metodo problematico affermano il primato della dimensione teoretica su quella storica, anche in una prospettiva didattica. Il metodo per problemi configura unattività didattica che privilegia non solo lanalisi testuale - che diventa in questa prospettiva uno strumento, non la finalità in sè - ma anche e soprattutto la discussione organizzata, la argomentazione orale e scritta, la ricerca personale, con una forte attenzione a tre elementi: 1. i temi e i linguaggi della filosofia contemporanea; 2. le relazioni interdisciplinari, soprattutto da un punto vista metodologico ed epistemologico; 3. luso delle tecnologie informatiche.
Mentre il metodo storico tende a esporre in bellordine i sistemi filosofici in modo "preconfezionato", il metodo per problemi - affermano i suoi sostenitori - consente agli studenti lapertura soggettiva alla speculazione, educando al senso problematico e alluso delle competenze logiche; avvicinandosi così - almeno per quello che è consentito dalla cosa stessa - agli interessi degli studenti e alla sfera caotica, ma vitale del loro senso comune.
La sperimentazione di nuovi programmi
Il metodo didattico proposto è quello storico-problematico: linsegnamento dovrà alleggerire i programmi, così da evitare ogni inutile "enciclopedismo" e concentrarsi sui "grandi autori" e sui "nodi problematici", in specie quelli di ordine etico, politico ed epistemologico, affrontati tuttavia secondo un ordine storico. Si tratta di una proposta forte e "pluralistica" in senso positivo, volta cioè a unire lesigenza di problematizzare conoscenze e credenze e il riconoscimento della loro storicità.
Le cinque chiavi della didattica
La programmazione didattica diventa così unattenta disposizione di esperienze conoscitive, secondo cinque grandi modulazioni della disciplina filosofica: lanalisi dopera; lapproccio tematico-problematico; la chiave storica; lo studio dautore; lintersezione con le altre discipline.
Labbandono di un modello di insegnamento-apprendimento di tipo enciclopedico non è ovviamente affare da poco. I limiti di questo paradigma sono almeno due: poichè il suo ideale-limite, ovviamente irrealizzabile, è di trasmettere "tutta" lenciclopedia filosofica, ecco che un insegnamento di questo tipo si qualifica fin dallinizio non in positivo (secondo la domanda: che cosa gli studenti possono apprendere in modo duraturo e consapevole, e quali scelte didattiche devo operare a questo fine?), ma piuttosto in negativo (che cosa "posso saltare"?)
Il paradigma "trasmissivo-enciclopedico" si caratterizza inoltre per una spinta alla specializzazione, secondo uno schema di scuola liceale che duplica in piccolo lambiente educativo delluniversità tradizionale, duplicazione di per sé non spregevole, ma inadeguata nella scuola di massa di oggi.
Quali sono invece le caratteristiche di un nuovo modello possibile di insegnamento-apprendimento? Innanzitutto, lidea che linsegnamento della filosofia non debba sanare un deficit di informazioni ma debba offrire innanzitutto criteri di selezione, valutazione e utilizzo delle informazioni stesse. Ciò che alla disciplina viene richiesto è qualcosa di più di una coerente e ben argomentata esposizione di concetti e nozioni. Ciò che le si richiede è di fornire un sapere generale, metodologico, di indirizzo. La disciplina non è un archivio delle conoscenze. In una "società della conoscenza", la formazione delle nuove generazioni, deve consentire a queste ultime di esercitare una "mobilità" non solo geografica e professionale, ma anche culturale. Il giovane deve diventare risorsa per la società; ma perché sia risorsa deve essere produttore critico e consapevole di sapere, non puro ricettore.
Le conoscenze oggi sono in trasformazione cosi rapida che è necessario non solo sapere, ma anche sapere come sapere, apprendere cioè le strategie per acquisire nuove conoscenze, e sapere intorno al proprio sapere, ossia sviluppare consapevolezza epistemologica sui saperi e sul proprio stile cognitivo. Il che ha almeno due conseguenze significative: 1. occorre porre una attenzione maggiore al quadro epistemologico delle discipline; sviluppare coscienza della struttura complessiva del sapere, così da integrare la dimensione disciplinare con quella reticolare; 2. occorre aumentare il grado di autoconsapevolezza che abbiamo sul nostro apprendimento; cosa utile se è vero - come sostiene Nelson Goodman - che ogni conoscenza produce non una rappresentazione del mondo quanto una vera e propria costruzione di mondi diversi, che dipendono proprio dalla prospettiva che assumiamo.
La filosofia come "luogo del confronto"
Se questo è vero, allora l'approccio interdisciplinare alle diverse aree del sapere diventa un aspetto essenziale della formazione dello studente, affinché all'apprendimento di contenuti disciplinari si affianchino una coscienza critica e una visione complessiva dei saperi.
Ora, chi se non la filosofia, per la sua stessa storia, può candidarsi a dare linguaggio e senso a queste prospettive? In una condizione di specializzazione del sapere, ma anche di forte relazionalità fra i linguaggi, chi se non la filosofia può svolgere un ruolo decisivo di ricomposizione critica e consapevole e di formazione identitaria? La filosofia, dunque, come "il luogo del confronto" fra i saperi.
Il "confilosofare"
Anche quella che abbiamo chiamato la "liberalizzazione del paradigma storicista" ha tuttavia un rischio, che è quello di condurre la didattica verso una sorta di anarchismo metodologico e di "indifferentismo" dei contenuti, dove "tutto va bene", indebolendo di conseguenza rigore e serietà degli studi.
Anche in questo caso la soluzione è mettere al centro dellazione didattica lanalisi testuale: il testo filosofico dà infatti oggettività alle teorie e stabilità ai significati. Ma questo forse oggi non basta più. Il "testo filosofico" infatti non parla da solo; e rischia di rimanere muto se non viene messo in comunicazione con il sistema di codici, valori e sensibilità di chi apprende. Negli ultimi anni una nuova generazione di manuali scolastici ha provato a parlare più direttamente allo studente, mettendo al centro del lavoro didattico quello che è stato chiamato il "confilosofare". La sperimentazione di questa prospettiva è avviata da qualche anno; si tratterà di valutarne i risultati. Ma che cosa significa "confilosofare"? "Confilosofare" significa concepire la didattica come una vera e propria "esperienza di filosofia"; significa instaurare nel lavoro daula una procedura ermeneutica che colleghi i testi e i loro giovani lettori, presente e passato, esperienza vissuta e teorie, secondo una circolarità che parte dal senso comune, va alla filosofia e torna al senso comune.
La domanda sul senso
Certamente la filosofia non ha il brevetto della domanda sul senso; ne conserva tuttavia in modo forte la titolarità, per sua stessa definizione e per sua stessa storia (giacché altrimenti sarebbe da un pezzo finita, morta e sepolta, stretta fra la tecnica e le arti, le scienze e le teologie). Avvertiamo tutti, oggi, che fra il progetto di vita dei giovani e la scuola cè un forte distacco. Linsegnamento della nostra disciplina può far molto per avviare una riflessione sul sé di chi impara. Se farà così, la filosofia verrà messa in valore dai suoi destinatari. Certo, si tratterà di un dialogo fra orizzonti e mondi diversi, con esiti non scontati. Ma la filosofia può rigenerarsi, a contatto con i giovani.
(1) Presentiamo il testo della relazione svolta dal prof. Fabio Cioffi, a nome della Associazione Athena - Forum per la filosofia, nellagosto 2003 allUniversità di Medellin (Colombia) nellambito di un seminario rivolto ai professori di filosofia della Colombia.